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Guardando indietro ai cinque anni di crisi economica: bruciore di stomaco o attacco di cuore?

Zoltan Zigedy | zzs-blg.blogspot.it
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

23/12/2013

Quando, tra l'estate e l'autunno del 2008, importanti mercati economici degli Stati Uniti andarono in tilt, i responsabili delle attività di sviluppo e attuazione delle politiche economiche furono colti da paura, perfino dal panico. L'idea dominante di un capitalismo sfrenato, con una fiducia quasi religiosa nei meccanismi di mercato, sembrava in declino irreversibile.

Con il raffreddamento del mercato immobiliare e la contrazione del valore delle case, la struttura finanziaria costruita attorno alla proprietà immobiliare è cominciata a crollare. Appena il mercato azionario, travolto dall'implosione dei titoli bancari, è sceso in caduta libera rispetto i massimi precedenti, gli investitori hanno preso a ritirarsi. Congelamento del credito e rallentamento dei consumi. Prende così il via una spirale di licenziamenti, riduzione dei consumi, accumulazione di capitali, ritardo nella crescita seguita da ulteriori licenziamenti, ecc, ecc.

Insediata la paura, i responsabili politici si agitano per trovare una risposta a una crisi che minacciava di approfondirsi e diffondersi ai confini dell'economia globale. Con tassi di interesse prossimi allo zero, devono riconoscere che la cassetta degli attrezzi monetarista, in uso sin dall'amministrazione Carter, non offre risposte.

Alla fine dell'amministrazione Bush, i leader di entrambi gli schieramenti approvano l'iniezione nel sistema finanziario di centinaia di miliardi di dollari pubblici con la speranza di stabilizzare il crollo del valore di mercato delle banche, una mossa comunemente definita di "salvataggio".

All'inizio dell'amministrazione Obama, il Partito Democratico vara un altro programma di recupero per l'astronomica cifra di circa 750 miliardi di dollari, programma che prevede un mix di tagli fiscali, progetti infrastrutturali pubblico-privato e l'espansione degli aiuti diretti. Gli economisti hanno generalmente inteso questo sforzo come un programma di "stimolo" destinato a riattivare una serie di attività per far ripartire un motore economico in stallo. L'insieme dei salvataggi e dei programmi federali di stimolo all'economia volti a superare la crisi hanno raggiunto il valore del prodotto interno lordo annuo di inizio crisi. La Federal Reserve continua a trasfondere ogni mese 75 miliardi di dollari nelle vene dell'economia ancora in difficoltà degli Stati Uniti.

Malafede

Gli ultimi tre decenni del XX secolo, hanno creato un nuovo consenso economico che va al di là del semplice primato del mercato, per giungere sino ad una completa governance della vita economica. Si riteneva che la regolamentazione avrebbe destabilizzato i mercati, anziché correggerli. La proprietà ed i servizi pubblici sono stati giudicati come elementi inefficaci e insostenibili da parte delle forze di mercato. La vita pubblica e privata oltre la sfera economica è stata sottoposta ai mercati, misurata con meccanismi di mercato e analizzata attraverso la lente del mercato. Infatti, il gergo dei mercati è diventato la lingua franca unificante tutte le scienze sociali e umane della nostra epoca. Con la caduta dell'Unione Sovietica, il capitale e i processi dettati dal profitto hanno penetrato ogni angolo del pianeta. Soltanto alcuni movimenti indipendenti, antimperialisti, diffidenti rispetto ai mercati, come quelli guidati da Hugo Chavez, Evo Morales e pochi altri, hanno ottenuto un certo successo politico contro l'inedito dominio globale della proprietà privata e dei meccanismi di mercato.

Mentre il capitalismo nella sua forma più essenziale e aggressiva conosceva momenti di trionfo, delle forze erano al lavoro per minare tale celebrazione. Sono queste forze ad aver guastato la festa nel 2000, con una grave recessione economica, la cosiddetta "recessione della new economy", quantificata in 5.000 miliardi di dollari di perdite sul mercato azionario e la scomparsa di milioni di posti di lavoro. Gli economisti erano stupiti della lentezza della ripresa occupazionale quando nel 2008 gli Stati Uniti e l'economia globale furono colpiti da un altro e più potente colpo. Chiaramente, il primo decennio del ventunesimo secolo sarà ricordato come il decennio della crisi economica e dell'incertezza, un caos che permane ancora oggi.

Oltre al tributo umano - la scomparsa di milioni di posti di lavoro, la povertà, la perdita della casa, di opportunità, la distruzione del benessere personale - il ventunesimo secolo in crisi mette in discussione l'ortodossia del dominio sfrenato dei mercati e della proprietà privata. Persino i loro più solidi e ferventi sostenitori come Wall Street Journal, The Economist e The Times sono stati scossi dalla crisi, mettendo in discussione la solidità dei principi dell'economia classica. Nessun principio è più caro ed essenziale per il libero mercato quanto l'idea che i mercati si auto-regolino. Anche se nel breve termine possono registrarsi squilibri o recessioni economiche, i sostenitori del libero mercato ritengono che, nel lungo periodo, il movimento del mercato tenda sempre verso l'equilibrio e l'espansione. Così, una stagnazione persistente nel lungo termine o il declino è ritenuto praticamente impossibile (con l'avvertenza che non vi siano restrizioni imposte sui meccanismi di mercato).

Così, mentre l'era del mercato globale sperimenta il collasso economico più catastrofico dalla Grande Depressione, nascono seri dubbi sui principi fondamentali dell'ideologia del mercato. E durante i giorni più bui del 2008 e del 2009, un vero e proprio panico ideologico ha travolto gli opinionisti e gli esperti di Destra e della Sinistra "rispettabile". Alcuni hanno riabilitato un economista fuori moda e hanno parlato del "momento Minsky" [Chicago, 23 settembre 1919 - 24 ottobre 1996; è stato un economista statunitense, collocabile vicino al filone dei post-keynesiani. Wikipedia, ndt]. I liberali hanno proclamato la morte del neo-liberismo (termine di uso comune per indicare la ripresa dell'economia classica, attorno alla fine del 1970). Altri ancora hanno previsto il ritorno in auge degli economisti interventisti, rappresentati da John Maynard Keynes, le cui teorie economiche hanno guidato l'economia capitalista attraverso la maggior parte del periodo post-bellico. Anche la maggioranza degli economisti conservatori hanno ammesso che la sorveglianza del mercato, se non la regolamentazione, era necessaria e imminente.

Tuttavia, il cambiamento non si è manifestato. Nonostante oltre cinque anni di declino e stagnazione, nonostante il costante insuccesso nell'auto-regolazione dei mercati, l'ideologia del libero mercato continua a dominare sia il pensiero che la politica, chiaramente più su basi fideiste che su un dato di realtà. In parte, la resistenza della filosofia del libero mercato emana dalla astuta creazione della paura del debito da parte dei politici e della negoziazione del debito da parte delle istituzioni finanziarie. Il grido lacerante che presagisce l'esplosione del debito e il tracollo imminente, sviano l'attenzione dalle carenze del libero mercato, dall'austerità del governo e dalla massiccia riduzione del debito.

Diagnosi?

Evidentemente nessuno dei premi Nobel conseguiti per modelli previsionali economico-matematici è riuscito a presagire e spiegare il crollo del 2008. Nessuna fede, per quanto smisurata, potrebbe mascherare il fallimento colossale dei mercati e delle politiche che li promuovono. Si fanno avanti due spiegazioni semplicistiche, concorrenti e radicalmente opposte.

I fautori del libero mercato spudoratamente e sfacciatamente sostengono che l'ingerenza del governo ha impedito il funzionamento pieno e libero del mercato, impedendo in tal modo quella che sarebbe stata una soluzione rapida, seppur dolorosa. Citando la metafora a cui si allude nel titolo di quest'articolo, c'è stato un errore nella diagnosi e il bruciore di stomaco è stato trattato con metodo chirurgico, portando ad una condizione pericolosa per la sopravvivenza.

Naturalmente è un nonsenso compiacente.

Quale sia la nostra conoscenza dei mercati, una cosa la sappiamo: dacché è iniziato il processo di deregolamentazione dei mercati nei tardi anni 1970, le crisi si sono verificate più frequentemente, con maggiore ampiezza e con più dure ripercussioni umane. Prima di allora, e per tutto il precedente periodo post-bellico, l'intervento e la regolamentazione del governo tendevano a prevenire le flessioni, moderare il loro apice e mitigare il tributo di vite umane. E uno sguardo ai primi anni della Grande Depressione, periodo di politica fideista verso il mercato, dimostra la follia di attendere semplicemente la correzione promessa: le cose peggiorano. Allora, come oggi, la vita dimostra la sua tirannia: quando i meccanismi di mercato non vanno, nessuno può permettersi il lusso di aspettare l'auto-regolazione.

La seconda argomentazione viene dagli oppositori del mercato senza restrizioni. Essi vedono la crisi non come assenza del libero mercato, ma come fallimento nel sorvegliare e regolare i mercati in maniera adeguata. In base a questa visione, condivisa da quasi tutti i liberali e dalla maggior parte della Sinistra-non-comunista, i mercati sono meccanismi economici fondamentali, finanche essenziali, ma meglio se guidati dal governo che lasciati al rischio della loro sfrenatezza.

Così, la crisi del 2008 sarebbe stata evitata, loro credono, se fossero rimasti in vigore norme e regolamenti precedentemente previsti e implementati per proteggere l'economia dagli eccessi del mercato. Se non si fossero allentate le regole, non avremmo mai sperimentato il disastro del 2008.

Questa visione è peggiore sia dal punto storico che economico

Mentre i liberali vogliono credere che i regolamenti e le istituzioni generate dal New Deal degli anni 1930 stabilizzarono il capitalismo e addomesticarono i mercati, la verità è un'altra. La massiccia spesa per la guerra, iniziata qualche tempo prima dell'entrata degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale, risolse i problemi di crescita e di manodopera in eccesso associati al lungo decennio di stagnazione, ripresa esitante, indietreggiamento e ulteriore stagnazione che colpì l'economia a partire dal 1929.

Il capitalismo acquistò nuovo slancio con la ricostruzione post-bellica. Le forze produttive distrutte furono ristabilite, rimodernate quelle usurate e migliorate per nuove sfide. Questa ampia ristrutturazione del capitalismo ha prodotto nuove opportunità sia di profitto che di crescita. Allo stesso tempo, non andava persa la lezione di una spesa militare pianificata, socializzata e pubblica. Nuove minacce venivano evocate, nuove paure costruite. La guerra calda in Corea e la continua espansione della guerra fredda hanno alimentato un'espansione senza precedenti degli Stati Uniti. Non è inadeguato stigmatizzare questa espansione post-bellica come un periodo di "keynesismo militare". Fu cioè un'era di politiche keynesiane per un'ampia e pianificata spesa pubblica coniugata alle commesse militari al di fuori del mercato. Nella misura in cui veniva trasferita una quota significativa dell'economia capitalista ad un ambito extra-mercato, veniva segnata una nuova fase di capitalismo monopolistico di Stato, una fase che abbraccia alcune delle caratteristiche del socialismo.

Ma verso la metà degli anni 1960, questo "aggiustamento" ha cominciato a perdere di vitalità. La crescita dei profitti, vale a dire la forza trainante dell'espansione capitalista, ha iniziato un declino persistente (per una rappresentazione grafica di questa tendenza, vedere la tabella a pagina 103 di Robert Brenner, The Economics of Global Turbulence, New Left Review, maggio/giugno 1998).

Entro la metà degli anni 1970, la caduta del saggio di profitto si unì ad un'inflazione rabbiosa. Le soluzioni militari-keynesiane alla crisi capitalista si esaurirono, dimostrando l'inadeguatezza ad affrontare una nuova fase di instabilità del capitalismo. Forse niente segnala meglio il fallimento dell'ortodossia prevalente (keynesiana) della disperata campagna WIN - Whip Inflation Now - della presidenza di Gerald Ford, un tentativo impotente di arginare la crisi con un volontarismo di massa.

Contrariamente a quanto sostenuto da liberali, socialdemocratici e dagli altri riformisti salvatori del capitalismo, il cambiamento risultante nell'ortodossia non era semplicemente un colpo politico, la vittoria di un'ideologia retrograda, ma fu invece lo smantellamento delle fallite politiche keynesiane del momento. Così, la "rivoluzione" thatcheriana e reaganiana fu solo il veicolo per un drammatico adeguamento del percorso capitalistico, lontano da un paradigma superato e inefficace.

Con la presidenza di Paul Volker alla Federal Riserve e l'avvio di una sistematica deregolamentazione, l'amministrazione Carter ha piantato i semi per l'abbandono delle vecchie ricette. Volker, con i suoi tassi di interesse soffocanti per la crescita, ha garantito una recessione che avrebbe spezzato qualsiasi volontà di resistere stringendo la cinghia. Ci volle però l'elezione dell'ispirato Ronald Reagan per emulare Margaret Thatcher e utilizzare l'occasione per demolire salari e pensioni, per spianare la strada alla crescita dei profitti.

Il costo per restituire nuova linfa alla moribonda economia capitalista è stato sostenuto dalla classe operaia. Stupidamente, l'ottusa e compiacente leadership sindacale aveva puntato sulla continuazione del tacito accordo della Guerra Fredda: la classe lavoratrice avrebbe sostenuto la campagna anti-comunista e le imprese avrebbero onorato la pace sindacale con salari coerenti e crescita dei benefit. Invece, la crescita dei profitti venne restaurata schiacciando il tenore di vita dei lavoratori: tagliando i "costi". Ne seguì una feroce offensiva anti-operaia.

Mentre l'opposizione ufficiale insisteva nel rappresentare la rottura con l'economia keynesiana come un qualcosa di nuovo (comunemente chiamato "neo-liberismo"), in realtà si trattò di una resa al vecchio. Il fallimento della politica borghese non poteva offrire nessuna nuova creativa risposta alla crisi capitalista, poteva solo liberarsi di un approccio fallimentare e ripristinare i profitti stringendo inesorabilmente il mercato del lavoro.

Questa risposta poteva e poté riuscire solo a causa della straordinaria debolezza del movimento operaio. Quando il saggio di profitto iniziò a riprendersi, la classe operaia mancava di una leadership e non solo non riuscì a ottenere una quota degli aumenti di produttività, ma nemmeno a difendere le sue precedenti conquiste.

Così, il capitalismo colse un secondo vento a favore, ritirandosi dal consenso economico del dopoguerra e rinnegando l'implicito accordo di pace con i lavoratori. La crescita dei profitti riprese e il sistema tornò a veleggiare.

Ma il progresso continuo della deregolamentazione e delle privatizzazioni portò con sé un ritorno all'anarchia dei mercati. Le crisi dei prestiti e dei risparmi degli anni 1980 e 1990 e il crollo della borsa dell'ottobre 1987 sono stati tutti forieri di cose a venire e riflessi di instabilità più profonde.

Con la caduta dell'Unione Sovietica e del socialismo nell'Europea Orientale, un enorme nuovo mercato venne consegnato al sistema capitalista globale, un mercato che eccitava ulteriormente le opportunità di accumulazione del capitale e di espansione dei profitti. Milioni di lavoratori "liberi" (liberi dalla previdenza, da condizioni di lavoro sicure, dalla tutela legale, dall'organizzazione) raggiunsero i lavoratori sottopagati del resto del mondo per formare un ampio bacino di manodopera a basso costo. Dal punto di vista dei proprietari del capitale, il paradiso era veramente arrivato. Così, un'immensa guerra di classe unilaterale e l'integrazione salariale al ribasso per milioni di nuovi lavoratori misero il capitalismo su un salutare percorso di restaurazione dei profitti, riponendo l'ortodossia keynesiana, ormai impotente, fra gli arnesi del passato. Pochi avrebbero immaginato che questo viaggio sarebbe durato meno di due decenni, prima che il capitalismo incappasse nuovamente in gravi crisi.

Una crescita economica significativa, in un periodo di debolezza dei lavoratori, produce necessariamente una rapida disuguaglianza. Con le politiche fiscali favorevoli alle imprese e ai ricchi, la maggior parte dei meccanismi di ridistribuzione del governo vengono asfissiati o smantellati. Il flusso della ricchezza accelera la sua corsa verso le imprese e i super-ricchi e si allontana da coloro che lavorano per vivere. Le casse degli investitori si gonfiano di denaro, ansiose di un cospicuo, significativo ritorno sugli investimenti. Poiché il processo di accumulazione del capitale si intensifica, nascono sempre meno sicure opportunità d'investimento ad alto rendimento per assorbire l'ampio bacino di ricchezza in continua espansione, concentrato nelle mani di una piccola minoranza.

In un capitalismo maturo, emergono nuove strade rischiose per offrire casa al capitale, promettendo un rientro significativo, spesso disgiunto dal settore produttivo. Banchieri e altri "maghi" della finanza competono ferocemente per costruire dispositivi che generano e promettono sempre più utili. Questi strumenti crescono lontano, sempre più lontano dalle attività produttive. Inoltre, i loro "profitti" risultano sempre più distanti dall'effettivo, tangibile, valore materiale. Praticamente, esistono come capitale "ipotetico" o "contro-fattuale", "futuro" o "contingente". Alcuni marxisti si affrettano ad etichettare il prodotto della speculazione come "fittizio", ma ciò nasconde la sua origine ultima di sfruttamento del processo di produzione delle merci. E' quest'espansione del capitale promissorio che alimenta ciclo dopo ciclo gli investimenti speculativi, lubrificati con sempre maggiore indebitamento.

Le metafore abbondano per l'esito di questo processo: "bolle", "castelli di carta", ecc. Ma la causa ultima della crisi è l'insoddisfazione della perpetua ricerca di profitti. Cioè, la causa della crisi risiede nel processo di accumulazione intrinseco al capitalismo e nell'incapacità di sostenere un ritorno accettabile su un bacino sempre più ampio di capitale e di capitale promissorio. I capitalisti misurano il loro successo in base a come le loro risorse sono pienamente ed efficacemente utilizzate per generare nuove eccedenze. Questo è il senso più profondo, più significativo del "saggio di profitto", lo strumento di misurazione del capitalismo: un tasso effettivo di profitto in base al patrimonio accumulato. Al di là degli indici ufficiali e inventati del tasso di profitto, la crescita del capitale accumulato, pesata sulle opportunità di investimento disponibili, indirizza gli investimenti futuri e determina il corso delle attività economiche.

Nel 1999, la redditività del settore tecnologico è precipitata a seguito dell'investimento irrealizzabile di miliardi nelle società Dot.com e in servizi internet. La sovraccumulazione di investimenti, nelle fantasie di ventenni prodigio, ha dimostrato di essere irrazionale come gia previsto dagli osservatori più saggi. E' seguito il tracollo.

E ancora nei giorni inebrianti del 2005, l'acquisto di pacchetti di titoli bizzarri composti da mutui spazzatura sembrava un modo per far trovare casa a ingenti somme di capitale "improduttivo". Dopo tutto, il capitale non può rimanere inattivo, ma deve trovare il modo di riprodursi. Ma cosa fare con i proventi della vendita dei titoli guidati dalla domanda? Ripetere la stessa operazione? Altro rischio? Più debito?

La quota degli utili societari statunitensi "guadagnati" dal settore finanziario è cresciuta notevolmente dal 1990 fino al crollo del 2008, toccando quasi il 40% a metà degli anni 2000 ed evidenziando l'esplosione dei veicoli di investimento alternativi che impiegano capitale improduttivo. E' fondamentale vedere un collegamento, una necessità evolutiva, tra il ripristino della redditività, l'intensa accumulazione del capitale e la tendenza, per la redditività, a sfidare la mancanza di promettenti opportunità d'investimento. Non è il capriccio dei banchieri o la bravura degli imprenditori a guidare questo processo, ma l'imperativo logico del capitale di produrre e riprodursi.

Alcuni commenti e osservazioni

Ci sono altre letture della crisi provenienti da sinistra. Una teoria, abbracciata da molti partiti comunisti, sostiene che la crisi deriva dalla sovrapproduzione. Naturalmente, in un certo senso, la sovraccumulazione è una specie di sovrapproduzione, una sovrapproduzione di capitale che manca della destinazione di investimento produttivo. Ma molti a sinistra intendono qualcosa di diverso. Essi sostengono che il capitalismo produce più merci di quante i lavoratori, impoveriti e mal pagati, possano acquistare sul mercato. A questo si oppongono due obiezioni, una di natura teorica, l'altra ideologica.

In primo luogo, i fatti oggettivi dimostrano che nella nostra epoca il declino economico non è preceduto da un crollo dei consumi o da un picco della produzione. Se la crisi del 2008 fosse stata causata dalla sovrapproduzione o dal sottoconsumo, i dati mostrerebbero necessariamente qualche deviazione, prima di tale data, nel modello produzione/consumo. Deviazione che non c'è stata. Al contrario, si è verificato l'inverso: la crisi stessa ha provocato un divario enorme tra produzione e consumo, aggravando la crisi. La minaccia di un eccesso di offerta dilata l'enorme pressione deflazionistica che agita l'economia globale. Nonostante il fatto che la spesa dei consumatori sia una componente di grande rilievo nell'economia degli Stati Uniti, gli effetti della sua stagnazione o del suo declino sono stati ampiamente smorzati dall'espansione del credito al consumo e dall'esistenza, anche se tenue, di programmi di assistenza sociale come l'indennità di disoccupazione.

In secondo luogo, se il consumo rinviato o inadeguato fosse la causa della crisi, le politiche redistributive o le politiche fiscali potrebbero offrire una soluzione semplice alle recessioni, prevenendole e sanandole. Così, il capitalismo potrebbe andare avanti per la sua strada, senza timore di crisi. Certamente qui risiede l'appeal delle spiegazioni della crisi come di sovrapproduzione, che permette a liberali e socialdemocratici di proclamare la loro capacità di amministrare il capitalismo attraverso politiche di governo.

Tuttavia essi non possono gestire il capitalismo, perché le crisi si trovano non nell'ambito della circolazione (incontro tra produzione e consumo), ma nel meccanismo di generazione dei profitti del capitalismo, che ne è il motore.

In virtù della centralità del profitto, la spiegazione della sovraccumulazione ha un'affinità con un'altra teoria della crisi: la tendenza alla caduta del saggio di profitto di marxiana memoria. In effetti, può essere vista come una versione contemporanea della tesi, senza i presupposti del XIX secolo.

Fortunatamente, molti commentatori oggi hanno rivisitato la teoria delineata nel III Volume del Capitale, trovandovi un rilievo ignorato durante la maggior parte del ventesimo secolo. Solo una manciata di ammiratori del lavoro di Marx hanno mantenuto viva la teoria in quel periodo, scrittori come Henryk Grossman, John Strachey e Paul Mattick. Purtroppo, gli ammiratori di oggi, come i predecessori di cui sopra, condividono il difetto di assumere acriticamente lo schema di Marx. In quasi tutta la sua opera, Marx utilizza occasionalmente un certo formalismo come strumento espositivo e non come assiomi di un sistema ufficiale. Gli economisti moderni sono inclini ad accostarsi a queste formule con uno zelo da laureandi. Discutono la tenuta di un modello teorico che descrive l'economia globale come un insieme di imprese che divorano capitale costante a un tasso maggiore dell'occupazione di manodopera e deprimono meccanicamente il saggio di profitto. Questo significa scambiare un'esposizione semplificata con una robusta spiegazione. Si può apprendere molto dall'esposizione di Marx senza trasformarla in un esercizio scolastico.

Tra i nostri amici di sinistra, è diventato popolare parlare della crisi e di questa epoca come di "finanziarizzazione." Questa è la teoria di più scarsa utilità. Invero la crisi ha molto a che fare con il settore finanziario, e il settore finanziario ha svolto e sta svolgendo un ruolo maggiore nell'economia globale, soprattutto negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Ma utilizzare un nuovo nome non spiega il ruolo della finanza. Come "globalizzazione" nel recente passato, la parola "finanziarizzazione" può essere seducente, ma generalmente nasconde i meccanismi all'opera; insomma è una parola pigra.

*****

C'è un punto in questa un po' ampia, ma appena abbozzata, storia del capitalismo nel dopoguerra. Esso dimostra o suggerisce in modo netto che gli eventi economici passati non sono né casuali, né semplicemente guidati dalla politica. Sono invece il prodotto della logica interna del capitalismo, scaturiti dagli impedimenti e aggiustamenti nella traiettoria del capitalismo. Quando delle direzioni si sono dimostrate sterili, ne sono state adottate altre. Anche se non è possibile escludere ulteriori manovre per affrontare il problema intrinseco dell'eccesso di accumulazione, il problema non si risolverà. Verrà perseguito ogni tentativo per superarlo una volta per tutte. Ma se il capitalismo porta in sé questo germe, allora sarebbe saggio cercare un migliore sistema economico che prometta maggiore stabilità e maggiore giustizia sociale. Naturalmente, l'alternativa inizia con la riproposizione dell'idea, nata due secoli fa, favorita dal movimento operaio: il socialismo. Coniugato a tale progetto è il compito di ricostruire il movimento, l'organizzazione politica necessaria per raggiungere il socialismo.

Per come stanno le cose nel mondo di oggi, esistono solo due scelte nel magro menù: una diretta a salvare e mantenere il capitalismo con il sacrificio dei lavoratori e l'altra volta a salvare e mantenere il capitalismo con il sacrificio dei lavoratori e la partecipazione "equa" delle multinazionali e dei ricchi. Nessuna delle due pietanze è molto nutriente.

La prima opzione è basata su una dieta pane e acqua, secondo il ritornello "siamo tutti sulla stessa barca". E' la prescrizione dei maggiori partiti politici americani, di Abe in Giappone, dei partiti di centro in Europa, del partito laburista britannico.

La seconda, promette anch'essa di salvare il capitalismo, ma attraverso una distribuzione falsamente equa del disagio su tutte le classi. Questa è la dieta offerta dalla maggior parte dei partiti di sinistra europei e anche da alcuni partiti comunisti.

Ma un sistema, il capitalismo, geneticamente incline alla polarizzazione estrema della ricchezza e al persistere delle crisi, non consente pasti appetitosi. Dobbiamo invece, come propongono i comunisti greci (KKE), rinunciare a programmi che promettono di gestire al meglio il capitalismo. Questo vale per chi è in pace con il capitalismo o sottovaluta i suoi inevitabili fallimenti.

L'unica risposta all'infarto del capitalismo è cambiare dieta e mettere il socialismo nel menù.

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