www.resistenze.org - osservatorio - economia - 11-11-14 - n. 519

Cambi decisivi nel sistema mondiale

Tra illusioni e disperate corse contro il tempo

Jorge Beinstein* | alainet.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

30/10/2014

Il Fmi ha recentemente informato che nel 2014, il primo pil mondiale (calcolato a parità di potere d'acquisto) non è quello Usa, ma della Cina. Secondo lo studio, nel 2014 la Cina ha costituito il 16,4% del pil mondiale, contro il 16,2% degli Stati Uniti. Nel 1980 gli Stati Uniti rappresentavano il 22,3% e la Cina solo il 2,3%. Nel 2004 la posizione di vertice degli Stati Uniti, con il 20,1% del prodotto interno lordo mondiale, sembrava difficile da raggiungere, con la Cina che, seppure in crescita, si posizionava al 9,1% (meno della metà del pil Usa). In dieci anni il divario è stato colmato e secondo il Fmi, lo scarto a favore della Cina è previsto in aumento nei prossimi anni.



I dati forniti dal Fmi mostrano non solo l'espansione cinese, ma anche (e principalmente) il declino degli Usa la cui potenza economica mondiale relativa è diminuita di anno in anno dall'inizio di questo secolo. La risposta della sua classe dirigente è stata il proseguimento del processo di finanziarizzazione che aveva avviato mentre il sistema industriale declinava e aumentavano i debiti accumulati, proteggendo ed estendendo i loro privilegi parassitari sul mondo attraverso l'esasperazione delle tendenze militariste. Ciò che era iniziato nel corso dell'ultima fase dell'amministrazione Clinton, peggiorò con l'arrivo di George W. Bush, aggravandosi di più ancora sotto il presidente Obama. Le guerre si sono succedute e ampliate. La crisi finanziaria del 2008 non ha placato l'euforia bellicista, ma al contrario l'ha accentuata e i bassi tassi di crescita produttiva che sono seguiti, le minacce di default, l'aumento della marginalità sociale, la perdita dei mercati esteri e le altre calamità hanno consentito il libero sfogo dell'autismo imperiale. Siamo di fronte alla reazione disperata di un sistema drogato, impegnato in una folle fuga in avanti, mentre i lupi di Wall Street convergono con i militari hitleriani della Nato al timone di un immenso Titanic che ospita l'intero G5 (Usa, Germania, Francia, Giappone, Inghilterra).



Non si tratta solo della Cina che sta superando gli Stati Uniti. Secondo i dati del Fmi, nel 2014 i Brics [Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica] hanno raggiunto il G5 (e ognuno di questi blocchi rappresenta circa il 30% del pil mondiale) e si accingono a superarlo nel 2015.

Avendo la classe dominante nordamericana assunto il militarismo come la "soluzione" ai suoi problemi, [gli Usa] cercano così di sottomettere gli alleati-vassalli della Nato, di incalzare Russia e Cina, di far sprofondare nel caos i paesi di tutti i continenti, per impossessarsi così di una grande varietà di risorse naturali della periferia, dal petrolio e gas fino al coltan, al litio o all'oro. Questa sequela di attacchi comincia a trasformarsi in un boomerang che colpisce la testa dell'impero, afflitta dai debiti e minacciata dall'inflazione e dalla recessione.

Inoltre, non vi è alcuno sganciamento da parte di Unione europea e Giappone, che stanno affondando insieme al loro padrone. Né si salvano i capitalismi "emergenti" della periferia e sebbene a breve termine possono sfruttare l'indebolimento del centro del mondo, nel medio termine questi paesi sono intrappolati nel declino generale. I loro principali clienti commerciali sono proprio le economie capitaliste centrali in declino, mentre il quadro finanziario (pari a venti volte il prodotto lordo mondiale) coinvolge tutte le borghesie centrali e periferiche, neoliberali e stataliste, povere e ricche. Sia Russia che Cina, seguite da un ampio spettro di paesi periferici, sono riuscite, attraverso controlli e interventi economici dei loro stati, a preservare per un certo tempo i loro mercati interni e le strutture produttive, ma le economie di Cina, India e Brasile stanno rallentando e di conseguenza accelerano le loro contraddizioni interne, con la Russia che è già entrata recessione (morbida per ora).

Il vecchio centro del mondo riunito nei G5 affretta il suo declino minacciando di imporre il più grande disastro ecologico e di civiltà della storia, mentre i loro avversari periferici cercano di resistere a questo fiume in piena. Questi ultimi cercano di integrarsi, ma ogni potenza emergente ha basato la sua recente prosperità sulla domanda dei mercati centrali in crisi, che attraverso complesse architetture finanziarie e commerciali sono riuscite a mantenere in funzionamento le loro economie inondando il pianeta con dollari sopravvalutati che hanno permesso loro di acquistare a basso costo la produzione delle periferie. Ma ora e nel prossimo futuro, per continuare a funzionare (in realtà per prolungare la loro agonia) necessitano di ulteriori riduzioni dei costi periferici fino a portare il processo a un livello di saccheggio. Da parte loro, le economie periferiche non possono fare a meno di questi mercati centrali, in quanto non hanno di che rimpiazzarli nel breve o medio termine.



Un orizzonte di guerre e crisi si va profilando inesorabilmente. Stiamo assistendo a una doppia corsa contro il tempo. In primo luogo quella dell'Occidente e del Giappone che cercano sottomettere in pochi anni il resto del mondo per saccheggiarne le risorse naturali e spremere rapidamente ciò che resta dei loro mercati interni. I loro strateghi ritengono di potere in tal modo ridurre i costi delle loro imprese, mantenere i loro profitti e sostenere i mercati interni imperiali o almeno di rallentarne il declino, anche se il raggiungimento di questi obiettivi entra in conflitto con le resistenze periferiche (statali e popolari) che l'Impero non ha potuto fino ad ora annullare, e il suo declino economico e politico riduce anno dopo anno l'efficacia di tali progetti.

Nel frattempo anche i capitalismi emergenti combattono una guerra contro il tempo, su un periodo più lungo che però si va accorciando. Intorno ai Brics, l'integrazione eurasiatica, quella latinoamericana, ecc., si cercano di sviluppare mercati comuni che sostituiscano quelli occidentali in declino, generando in questo modo una dinamica in grado di salvarli dal disastro globale messo in moto dall'Occidente, oltre che far scivolare quest'ultimo verso una nuova prosperità. Ma questa illusione deve confrontarsi con problemi di quasi impossibile soluzione.

Gli emergenti periferici hanno bisogno di tempo per riconvertirsi e adattarsi ai mercati di sostituzione interni ed esteri. Se i capitalismi centrali collassano nel breve periodo, quelli emergenti subiranno l'impatto di questa retroazione ed entreranno in un periodo di crisi esplosive. Affinché i capitalismi centrali non crollino nel breve periodo, prolungando una specie di declino controllato, sarebbe necessario che questi conservassero i loro privilegi monetari (egemonia del dollaro) e commerciali, ma questo è possibile solo a spese della stabilità economica e politica dei capitalismi emergenti. Piegando la Russia, la Cina, l'Iran ed i loro alleati e amici periferici potrebbero quindi saccheggiare liberamente tutta la periferia. L'Occidente raggiungerebbe una sorta di atterraggio morbido con il quale il pianeta entrerebbe in un'era di decadenza generale prolungata.

Detto in altre parole, per non cadere [i capitalismi] emergenti necessitano che l'Occidente ritardi, rallenti la sua caduta e perché accada questo l'Occidente deve saccheggiare la periferia, far cadere gli emergenti. In ogni caso se l'Occidente riuscirà ad avere successo, sprofondando il resto mondo nel caos, questo caos provocherà senz'altro la rottura delle sue stesse società.

In realtà, entrambe le corse contro il tempo tendono a convergere su un processo comune di crisi, i loro diversi ritmi di rallentamento della crescita economica cominciano ad avvicinarsi (ad esempio, Brasile e Russia sono ora fermi come l'Inghilterra o il Giappone) entrando in uno spazio universale di crisi politiche, finanziarie, militari, sociali, locali, regionali, ecc., vale a dire la complessa trama della decadenza del capitalismo come sistema mondiale. Le speranze di superamento della crisi dall'interno del sistema vanno poco a poco dissolvendosi. L'Occidente non ritrova le sue glorie definitivamente perdute e dalla periferia non arriva la rigenerazione, il ringiovanimento del capitalismo. Alcuni anni prima della Comune di Parigi, così Proudhon descriveva la Francia decadente del suo tempo: "Tutte le tradizioni sono finite, tutte le credenze annullate, ma il nuovo programma non appare, non è nella coscienza del popolo, quindi quello che io chiamo 'la dissoluzione' è il momento più atroce nell'esistenza delle società". [1]

Come sappiamo, qualche anno dopo, dalle profondità del disastro emerse la Comune di Parigi (1871), insurrezione effimera ma decisiva che illuminò le rivolte del XX secolo. L'orizzonte nero che offre questa civiltà contrasta con la incredibile vitalità demografica, tecnologica e sociale mostrata dall'Umanità in generale, un annuncio di scontri, confronti, alternative che dovrebbero andare oltre i limiti deteriorati del sistema.

Nota

1. Citato in Pierre Olivier, "La Commune", Ch. 1, Gallimard, Paris, 1939

(*) Jorge Beinstein è un economista argentino, docente dell'Università di Buenos Aires.


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