La soap opera che ha circondato il tentativo vano di SYRIZA di negoziare la feroce agenda dell'Unione europea, guidata dal settore finanziario, ha comprensibilmente catturato una grande attenzione nel recente passato. Come in tutte le migliori commedie di questo genere, gli spettatori sono rimasti con il fiato sospeso, mentre si consumava l'inevitabile epilogo.
Gli esperti si sono espressi con piena gravità sul rischio che la Grecia lasci l'Unione europea, delle minacce alla stabilità finanziaria, di una rottura della zona euro. Intanto il nuovo governo di Atene gonfiava il petto e parlava di sfidare il potente ministro delle Finanze tedesco e gli altri membri della troika. Il timido gemito con cui si si è concluso il dramma per SYRIZA era, purtroppo, fin troppo prevedibile.
Il nuovo primo ministro greco, Alexis Tsipras, rappresenta pure una notevole ed eloquente figura sulla scena politica europea, ma non è un Fidel Castro. Il suo ministro delle Finanze, Varoufákis, colpisce per le pose plastiche mentre completa il tour delle capitali del Continente, ma, lo si fotografi come si vuole, non ha la tempra del Che.
Qui sta l'essenza della delusione del popolo greco. Non solo avevano bisogno di un governo socialista determinato e propositivo e invece hanno avuto un governo socialdemocratico, ma le forti pressioni avevano illuso la popolazione che sarebbe stato possibile un risultato diverso, migliore.
Non che un vero e proprio socialista o attivista della classe operaia avrebbe potuto ottenere qualcosa di diverso dalla costernazione verificatasi. Molti a sinistra in tutta Europa hanno salutato la vittoria elettorale di Syriza con genuino entusiasmo. Il popolo greco aveva respinto il saccheggio del programma neoliberista imposto dai finanzieri internazionali, e sembrò, dalle prime dichiarazioni del governo neo-eletto, che qualcuno, da qualche parte era finalmente pronto a respingere le richieste del capitalismo rentier. La retorica iniziale si è rivelata uno smacco per tutta la sinistra e l'ottimismo si è volto presto (e non solo in Grecia) in disincanto.
Ci si può chiedere plausibilmente, quanto spesso si possano alimentare le aspettative nelle persone prima che queste smettano di credere nella possibilità di un cambiamento significativo?
Sarebbe un errore, tuttavia, attribuire il fallimento di SYRIZA a inadeguatezze personali, a tradimento o alla mancanza di fibra morale. La sfortuna dei socialdemocratici greci è stata di essere dei dilettanti in un gioco molto più grande e la direzione del partito ha creduto erroneamente che si potessero ottenere dei cambiamenti pur rimanendo entro i parametri del sistema attuale. In questa situazione deplorevole, occorre rinunciare al grido sterile "l'avevamo detto", occorre invece adoperarsi per promuovere una comprensione più profonda di ciò che è andato storto e del perché.
In seguito alla crisi del capitalismo creato dal crollo economico del 2008, la classe dirigente europea, con la sua cinghia di trasmissione, l'Unione europea, non è in vena di sopportare alcuna sfida alla sua autorità o di tollerare sviluppi che potrebbero minare il suo potere. Come una bestia ferita, la classe dirigente è ancora più aggressiva e pericolosa di quanto non fosse quando si sentiva più forte.
La natura della sua risposta a questa crisi si manifesta in due diversi ma correlati teatri. Uno va in scena con il governo greco e la sua popolazione; l'altro è il conflitto sempre più letale e pericoloso che infuria nel Donets e nell più ampio bacino del Don. Mentre su svolgono i rigidi negoziati tra Atene e la Troika, l'UE e i suoi alleati perseguono la propria agenda anche in Europa orientale.
Seguendo pratiche ampiamente sperimentate, i media dell'Europa occidentale hanno preparato il terreno per raccontare la storia che la Russia e il suo presidente, Vladimir Putin, erano intenti a una politica aggressiva di invasione e di espansione. E' stata rigurgitata la vecchia e rozza retorica antisovietica. Nel mese di febbraio il secondo in capo delle forze della NATO in Europa, il generale Adrian Bradshaw, ha comunicato al Royal Institute United Services (strategico think-tank della elite di Londra) che le forze della NATO devono prepararsi per un grande assalto convenzionale della Russia su uno stato membro dell'Europa dell'Est (1). A stretto giro il Primo Ministro britannico, David Cameron, ha annunciato che avrebbe inviato personale militare a Kiev per addestrare le truppe del regime e fornito ulteriori finanziamenti alla BBC per "contrastare la propaganda russa" (2).
In questo racconto allarmistico e muscolare viene ignorato il fatto che l'UE e gli Stati Uniti avevano incoraggiato un colpo di stato contro un governo eletto a Kiev e sostenuto la sua sostituzione con un regime che non ha nascosto l'ostilità verso Mosca e gli ucraini russofoni. Nessuna menzione neanche all'invasione della NATO in un'area altamente sensibile dal punto di vista strategico per un paese che ha perso a memoria d'uomo 26 milioni di cittadini. Donets è, dopo tutto, solo a due ore di viaggio in macchina dalla città russa di Volgograd (o Stalingrado, come era conosciuta all'epoca dell'assalto della Germania nazista nel 1942).
Deliberatamente nascosto, del resto, è anche il calcolo compiuto dai circoli capitalisti dominanti negli Stati Uniti e in Europa occidentale. Perseguendo inesorabilmente, nel corso degli ultimi decenni, la politica neo-liberale a breve termine della massimizzazione del profitto a tutti i costi, hanno causato la delocalizzazione delle loro industrie manifatturiere fuori dai paesi d'origine, spesso nei paesi del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina). Inevitabilmente questo ha portato a un calo della loro capacità produttiva, costringendoli a diventare sempre più dipendenti da finanza e servizi.
Nel lungo periodo questo crea un dilemma per le potenze occidentali, perché la storia economica e l'esperienza dimostrano chiaramente che la finanza segue la produzione, piuttosto che il contrario. Ciò implica ineluttabilmente una diminuzione della loro egemonia globale, a meno che, come accade, possano compensare questa tendenza con una politica (a) relativa al debito che sottometta alcuni e (b) che mini qualsiasi potenziale area di concorrenza economica tra gli altri.
L'ordine dominante in Occidente persiste con questa politica a doppio binario, con l'intenzione evidente che l'onere del debito schiacci, contenga e confonda gli stati inclini a una politica socialdemocratica in Europa, creando il caos altrove e così impedendo l'emergere di una potenza economica rivale (3). Il calcolo cinico in questa strategia è che, in assenza di un blocco economico alternativo, i debitori hanno poche opportunità e i BRIC hanno scarsi risultati. Quelli che hanno vinto la "Guerra Fredda" minacciando la reciproca distruzione, ora ritengono di mantenere un'influenza con uno stratagemma: "domineremo o distruggeremo".
La prova che la realtà sia in questi termini sta nella mancanza di qualsiasi altra spiegazione possibile o plausibile per il comportamento di quei leader mondiali che hanno imposto miseria economica su vaste sezioni della classe operaia europea e americana, portando caos sanguinoso in Medio Oriente, Africa, Afghanistan e ora in Ucraina. Nessun economista di mercato razionale ha dimostrato che l'austerità può realizzare qualcosa di diverso dalla deflazione e dalla perdita di produzione. Nessun individuo sano di mente ha mai sostenuto che l'intervento occidentale in Nord Africa, in Medio Oriente, Afghanistan, Pakistan, Iraq, Siria o Russia possa portare a qualcosa di diverso da una catastrofe che inghiotta il mondo intero.
L'adagio che il socialismo sia l'unica alternativa alla barbarie, o peggio, non è mai stato più valido di adesso.
1. Sam Jones, "NATO warned to prepare for move on territory," Financial Times, 21 February 2015.
2. Chris Green, "British troops to 'train soldiers in Ukraine'," Independent (London), 24 February 2015.
3. For those who may argue that China disproves this contention it would be worth their while reading Martin Wolf's article "How addiction to debt came even to China," Financial Times (24 February 2015).
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