All'alba dell'era del capitalismo, quando la produzione di merci restava immersa nel feudalesimo, molti mercanti istituirono reti famigliari contadine separate fra loro, desiderose di reddito aggiuntivo e in possesso di modeste capacità di lavoro manuale. Rifornirono queste reti con materie prime e strumenti (capitale), pagarono per il lavoro, garantirono i prodotti e li portarono al mercato, raccogliendo un profitto. Questo sistema di lavoro "domestico" o "a domicilio" della produzione di merci è stato un fattore di accumulazione di capitale necessario al sistema successivo, quello che avrebbe riunito i lavoratori sotto un unico tetto e che avremo chiamato manifattura, cioè un mezzo più efficiente per la produzione di merci. A sua volta, la manifattura primitiva, con l'ulteriore accumulazione di capitale e i cambiamenti rivoluzionari nelle forze produttive, ha dato luogo a un sistema di produzione ancora più efficiente, che ha unito il lavoro umano alle macchine e alle fonti apparentemente inesauribili e sempre disponibili di energia.
Proprio come il moderno amministratore delegato e i suoi cortigiani aziendali hanno ereditato il ruolo del primo mercante-imprenditore, i lavoratori di oggi sono i figli del contadino che vendeva il suo lavoro al nascente capitalista.
Secoli dopo, l'idea del proto-capitalismo di affidare "lavori" a piccoli produttori indipendenti è ritornata. Ironia della sorte, il capitalismo del XXI secolo sta rivivendo quella stagione grazie alla onnipresente tecnologia degli smartphone e dei computer. Gli imprenditori moderni collegano i servizi dei fornitori isolati e indipendenti con i clienti, attraverso Internet. Accordi e pagamenti vengono effettuati tramite l'intermediazione di un'organizzazione imprenditoriale che rischia poco e guadagna molto. Mentre i servizi hanno assunto nomi che suonano tecnologici come Uber, Airbnb, Instacart o TaskRabbit, gli esperti hanno soprannominato le nuove imprese come "economia di condivisione" [sharing economy], espressione che evoca l'immagine di una utopica New Harmony composta di collaboratori idealistici [New Harmony, esperimento di socialismo utopistico promosso da Robert Owen in un villaggio dell'Indiana (Usa) fra il 1824 e il 1827, ndr].
Questo però non rappresenta la realtà.
La "economia di condivisione" non è altro che una nuova fase del capitalismo monopolistico nel settore dei servizi, una nuova modalità di sfruttamento attivata dai progressi delle forze produttive. Come con l'evoluzione del sistema di fabbrica, forme più alte di organizzazione hanno concentrato le industrie e offerto più alti tassi di profitto, così gli avanzamenti tecnologici hanno permesso a una società come Uber di diffondere la propria rete aziendale sia a livello nazionale che internazionale, creando un'impresa molto più ampia e flessibile dei taxi esistenti o degli altri servizi simili. In breve tempo, la nuova ondata di servizi di nuova costituzione è entrata in competizione o ha superato in entrate o volume di utenti i concorrenti commerciali di vecchia data e organizzati tradizionalmente. Mentre i servizi di questi ultimi sono forniti da soggetti eterogenei e separati, gli altri sono interconnessi ed erogati con una efficienza possibile solo con gli ultimi progressi tecnologici.
Ma anche con questi progressi tecnologici, è il vantaggio competitivo realizzato tramite una riduzione dei prezzi a rappresentare la crescita esplosiva della "economia di condivisione". I clienti che si avvicinano a Uber, Airbnb, ecc., lo fanno innanzitutto perché percepiscono un valore, che è particolarmente attraente per i ceti alti e medio-alti o per quelli che vorrebbero esserlo ma che sono stati danneggiati dalla crisi economica. La "economia di condivisione" prospera nello spazio economico tra limousine (e taxi) e mezzi di trasporto pubblico, tra il Ritz-Carlton e il Motel Six [la più grande catena di motel economici del Nord America, ndr].
I prezzi più bassi sono ottenuti nei due classici modi della storia del capitalismo: sfruttamento e aggiramento delle regole.
Facendo affidamento su contratti di lavoro informali e minimali, la "economia di condivisione" elude le tutele normative storicamente sedimentate che hanno caratterizzato le industrie interessate (servizi di trasporto, servizi di accoglienza, ecc.) nel corso di molti decenni di pratica. Senza queste protezioni, i clienti e i lavoratori avrebbero subito innumerevoli perdite o danni. Naturalmente la regolamentazione ha un costo. La garanzia della sicurezza, della formazione, di condizioni di lavoro umane, dell'assicurazione contro i danni, ecc., aggiungono dei costi al prodotto finale. Ma le società da miliardi di dollari come Uber, nascondendosi dietro il mantra della "condivisione", ignorano o negano questi regolamenti. E finora, lo stato "corporate-friendly" [attento ai bisogni delle corporation] e le agenzie federali di regolamentazione hanno opposto ben poca resistenza. Le commissioni sui servizi e le agenzie di tutela dei consumatori, sempre esitanti a pestare i piedi alle grandi aziende, hanno ignorato il potenziale di abuso o negligenza. Le cose cambieranno drasticamente quando i danni e le azioni legali cominceranno ad accumularsi.
Ma il modello di lavoro "condiviso" significa anche altro. Utilizzando dipendenti "free-lance" e vendendo l'idea che essi siano dei liberi professionisti, i magnati aziendali della "sharing economy" eludono qualsiasi tipo di legge sul lavoro, abbassano i pagamenti per capriccio e assegnano il lavoro su basi completamente arbitrarie. Come liberi professionisti, i dipendenti non hanno praticamente alcun diritto supplementare sul posto di lavoro; termini e condizioni di lavoro sono completamente dettate dal capo. Il commentatore del Wall Street Journal, Christopher Mims, osserva come alcuni sono arrivati a vedere la "economia di condivisione" come il "nuovo feudalesimo" (How Everyone Misjudges the "Sharing" Economy, 24/05/2015). Date le analogie con il sistema "a domicilio" del XV e XVI secolo, se ne può apprezzare il l'accostamento.
In uno studio su Philadelphia citato da Mims, i conducenti Uber, al netto delle spese, guadagnano in media una decina di dollari l'ora. Questa cifra non potrà che calare quando le riparazioni fuori garanzia, i danni e le passività assicurative si accumuleranno con l'uso prolungato del mezzo. Inoltre, Uber ammette che il 51% dei suoi autisti lavora meno di 15 ore a settimana. E poiché Uber assume internazionalmente 20.000 nuovi autisti al mese, le ore pro-capite possono solo diminuire.
Mentre Airbnb non sfrutta direttamente i lavoratori, esso ruba (o lo farà presto) lavoro all'industria dell'accoglienza. Gli addetti alle pulizie, i custodi, il personale della reception, la portineria, ecc, non fanno parte delle spese connesse con il modello d'affari di Airbnb. Di conseguenza Airbnb gode di un vantaggio di prezzo competitivo (anche se i clienti non sono davvero sicuri di quello che otterranno in cambio del prezzo). Ma come ogni vantaggio competitivo, esso attrae gli avvoltoi. In molte città gli speculatori stanno acquistando proprietà esplicitamente da utilizzare per affitti a breve termine per Airbnb. Altri contano sugli affitti per finanziare gli acquisti di abitazioni. Entrambe le pratiche stanno portando i valori degli immobili sempre più in alto, alimentando ulteriormente la pulizia etnica e di classe delle nostre grandi città in favore della piccola nobiltà urbana.
Come per gli altri elementi della "economia di condivisione", l'elusione delle tutele normative, dei classici comfort e di un servizio coerente finiranno per mettere a dura prova questo modello di affari. Incidenti, prestazioni al di sotto degli standard e controversie non tarderanno a manifestarsi. Quando svanirà l'aura della novità, l'attrattiva di una riduzione dei costi perderà gran parte del suo splendore.
Il luogo di lavoro può cambiare, ma lo sfruttamento rimane identico. Il modo in cui il movimento operaio risponderà ci dirà molto sul futuro del lavoro organizzato. L'abbassamento dei costi di lavoro, che si presenti nel settore dei fast-food o nella nuova "economia di condivisione", mettono in pericolo tutto il lavoro, organizzato e non.
Se i leader dei lavoratori pensano che i Democratici argineranno questo abbassamento dei salari e dei benefit accessori, dovrebbero ripensarci. David Plouffe, ex manager della campagna del presidente Obama, ora lavora per Uber, nel suo consiglio di amministrazione. Matt McKenna, a lungo tempo portavoce di Bill Clinton, anche lui ha aderito a Uber. E poi c'è Jim Messina, capo del Priorities USA Action, un super PAC [Comitato di raccolta fondi per le elezioni, ndt] legato alle ambizioni presidenziali di Hilary Clinton. Messina lavora sia con Uber che con Airbnb per spianar loro la strada nei confronti dei legislatori del Partito Democratico. I grandi leader democratici staranno dalla parte del colosso della "sharing economy".
Speriamo che il lavoro organizzato abbia la lungimiranza di affrontare questa minaccia incombente sugli standard di vita della classe operaia.
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