Torino, 25 Febbraio 2004
Europa: la
scelta del modello di “difesa”
di Bf
Tra i vari stati di un’Europa in fase di transizione, è una
costante l’affermarsi di un nuovo atteggiamento rispetto alla “difesa”.
Da che cosa deve difendersi l’Europa? Un nemico, esplicitamente individuato,
oggi non c’è. Il “terrorismo” è un espediente un po’ cervellotico che non da
risultati di consenso paragonabili, ad esempio, a ciò che rappresentava il
Patto di Varsavia per la NATO, o viceversa. Su quel tipo di nemico era costruito
il modello delle organizzazioni difensive che disponevano le proprie forze a
protezione del territorio, schierando le proprie leve, in ragione dell’attesa
di un attacco.
Oggi niente di quel modello è ancora considerato valido. Nel processo di
globalizzazione, che impone di inseguire gli interessi ovunque nel mondo
superando i baluardi territoriali, il concetto di “sicurezza” si snatura nella
ricerca di disinnescare preventivamente ogni possibile turbativa proveniente da
agenti estranei, creando attorno un ambiente adatto, bonificato, per così dire.
Non solo. La risposta della civiltà europea alla globalizzazione è anche la
scelta di svilupparsi occupandosi degli altri, per esportare principi morali, e
valori, e diritto propri, in funzione del fatto che il mercato è globale, così
come le fonti energetiche e così via. E con ciò generando l’ovvia spinta negli
altri a respingere e contrastare la volontà europea di globalizzazione,
sollevando dunque probabili risposte violente.
Per mettere a punto un valido braccio militare a supporto di quello economico,
il modello difensivo non regge più e quello nuovo, idoneo agli interventi,
comporta la rimodulazione conseguente: se le forze armate concepite come
difensive aspettavano alla frontiera, oggi devono spingersi fuori area, oltre
mare, e tutto l’impianto militare deve essere impostato diversamente.
Ma mentre l’Europa, parte intrinseca del complessivo contesto occidentale, si
appresta ad affrontare la congiuntura interventista dettata della
globalizzazione, contemporaneamente cerca di darsi una propria identità
unitaria, avendo individuato dei suoi specifici interessi che, pur all’interno
di comuni concezioni, la contrappongono agli Stati Uniti.
Sotto questi contraddittori impulsi si delineano i cambiamenti. Così negli
organi istituzionali che l’Europa si è data, mentre gli scarsi documenti finali
sottoscritti in comune si soffermano sulla criminalità, sull’allargamento della
sfera dell’euro ai paesi confinanti e sul coinvolgimento politico degli stessi,
prendono intanto forma due linee direttrici, ad Est e a Sud, al di là delle
quali parte il concetto di agire le conflittualità e i sommovimenti con azioni
preventive.
Per fare questo tipo di azioni servono ambiziosi strumenti politici, finanziari
e organizzativi. Attualmente ci sono in Europa una quindicina di eserciti
nazionali, con apparati inadeguati che si fanno forti di consolidate
consuetudini, che quindi vivono al loro interno tutte le difficoltà del
cambiamento del modello, dei sistemi d’arma, di impostazione
dell’addestramento, così come quelle rispetto alle privatizzazioni e ai soldati
di professione. 15 eserciti non integrati, senza nemmeno la possibilità tecnica
di comunicare tra loro, certamente non in grado di combattere insieme (pensiamo
alle difficoltà di intervento che si evidenziano tra gli stessi corpi italiani:
tra polizia e carabinieri, per mancanza di un centro di comando comune, o alla
rivalità tra esercito e carabinieri che si è sviluppata a Nassiria!)
Per unificare le forze armate, razionalizzate le risorse ed eliminate le
repliche, la spesa va calcolata sul modello di difesa, che ancora non è
definito. Oggi il peso economico complessivo degli apparati bellici è sceso
rispetto il livello degli anni Novanta - ma l’economia andava meglio e gli
Stati Uniti allora spingevano per il riarmo -. Il moltiplicarsi delle
operazioni di intervento pesa direttamente sui bilanci degli stati più attivi,
mentre la valutazione dei ritorni resta un affare riservato. L’occupazione
principale dei vari Ministri della Difesa è di promuovere l’industria bellica
nazionale ma i bilanci del settore, soggetti a ragion di stato, contropartite e
traffici che comunque esulano dai valori di mercato, generano ricadute di non
chiara lettura.
Mancando ancora un centro europeo capace di esprimere una politica estera
condivisa, da cui far discendere la proiezione militare, un tentativo di
sistema decisionale - che ben rispecchia l’ambivalente situazione in atto - ha
preso forma nel recente così detto “direttorio” franco-anglo-tedesco, che ha
lanciato un’iniziativa ad alto contenuto politico, innovativa per almeno due
aspetti: da un lato per il carattere interventista palese, dall’altro per
l’autonomia rispetto l’assetto atlantico consolidato.
1) La necessità di interventi militari ha un fondamento alto nel richiamo alle
decisioni delle Nazioni Unite, nella ricerca di una sicurezza qualificata
tendente ad eliminare la violenza dalla società mondiale. Meno alto nel portare
aiuto senza il consenso dei paesi, cui vengono imposti una “democrazia” senza
elezioni, il controllo del commercio e lo sfruttamento delle risorse. Questo
tipo di interventismo, che prosegue la secolare propensione degli stati europei
alla colonizzazione, era stato “bandito dalla storia” da diverse costituzioni scritte
alla conclusione della II Guerra Mondiale. Ora, sempre ammantato da necessità
di governance,
questo spirito imperialista torna ad affacciarsi nella nuova concezione di
forze armate.
2) Il primo passo concreto mosso verso l’autonomia dagli Stati Uniti è stato
l’opposizione della Francia, per divergenze ideologiche e di interessi, alla
distruzione dell’Iraq. Posizione che pesa tuttora sulla divisione venuta a
crearsi all’interno del mondo occidentale e produce una sfiducia reciproca. La
presa di distanza francese ha messo in luce la possibilità di rilanciare la
cooperazione europea, trovando solidarietà tra gli stati principali, e
reciproco consenso sugli sviluppi di una capacità militare comune, diversa
dalla NATO. La scommessa attuale è tuttavia di non perdere il collegamento con
gli US ne le strutture operative NATO, dal momento che porsi contro gli US o
senza gli US è molto pericoloso. Non è facile mantenere la posizione di non
abbandonare l’Alleanza Atlantica ma di usarla come accordo, perché gli Stati
Uniti non sono interessati e stanno disimpegnandosi sempre più dalla Vecchia
Europa.
Con queste premesse il “direttorio” ha varato un importante progetto militare
comune, a partire da un battle group di 1500 uomini, valido e
funzionale (con la formula che può prendere diverse definizioni, vuoi per
l’Europa, la NATO o l’ONU), che è il risultato di precedenti, più parziali,
intese militari. Anche l’industria è coinvolta, con il progetto per una
portaerei in comune tra le due potenze nucleari. I G3 europei hanno capacità,
risorse buone e disponibili, per contrastare minacce non convenzionali e per
missioni ad impiego rapido. Attraverso loro si potrà rilanciare la cooperazione
europea.
Inutile sottolineare che Washington considera il progetto una vera spina nel
fianco. Che dalla nuova necessità di emancipazione europea potrebbero derivare
attriti all’interno del cosmo occidentale: un’Europa unita, capace di cambiare
l’asse del potere, potrebbe non piacere agli Stati Uniti. Di conseguenza,
ricreandosi una contrapposizione tra potenze, tornerebbe in auge la necessità
di una deterrenza difensiva; raddoppiando così le esigenze militari europee. La
politica determinerà il modello delle forze armate.
Per ora - nell’incertezza della stessa realizzazione dell’Europa Unita -
possiamo domandarci se dallo sviluppo della situazione nascerà solo un nuovo
imperialismo o nascerà invece un potere autonomo e responsabile, capace di
appoggiare il grande disegno di un governo federato mondiale, per ricostruire
un contesto internazionale basato sul multilateralismo. Se insomma il mondo
potrà avere qualcosa da guadagnare da quest’Europa, che qualcuno vede come
depositaria dell’eredità del marxismo.