“Il processo di militarizzazione dell’Unione Europea contrapposizioni e strategie”
Per rispondere al tema proposto è doveroso innanzitutto presentare un quadro
della situazione politica e militare italiana, utile anche per mettere a fuoco
gli scenari di guerra che i piani egemonici degli Stati Uniti prospettano
sull’Europa e sul mondo.
Dall’Europeismo
all’Atlantismo
- Tradizionalmente l’Italia guardava all’Europa come ad un traguardo
di emancipazione, di modernità e di stabilità; riuscire a partecipare al
consesso europeo era come essere introdotti ad un livello superiore della
politica (tanto che perfino una ‘tassa per l’Europa’, imposta per adeguare i
bilanci, era stata accettata e pagata diligentemente dalla popolazione)
- Ora, da tre anni, c’è il governo di centro-destra Berlusconi e le tendenze
sono ribaltate; la politica estera è consegnata ad un filo-atlantismo oltranzista
che gioca contro il consolidarsi dell’unione europea. Una delle prime azioni di
Berlusconi appena eletto, era stato l’allontanamento del Ministro Ruggiero,
rappresentante di quel capitalismo produttivo che per anni aveva tessuto
partecipazioni, intese e collaborazioni tra industrie europee (in particolare
tra quelle dei settori del para stato e quindi, segnatamente, dell’industria
bellica). Alla base di questo mutamento di rotta sta l’allineamento dell’Italia
alla politica degli Stati Uniti, che non accettano il delinearsi dell’Europa
come figura politica autonoma e sono entrati in contenzioso con quella parte
d’Europa che non ha accettato ne di partecipare ne di assistere in silenzio al
dispiegarsi dei piani egemonici di dominio degli US, a partire dall’attacco al
mondo arabo.
Nuova
linea dell’Italia nelle collaborazioni industriali e in quelle militari.
- E proprio in ossequio alla volontà degli Stati Uniti, l’Italia in questi tre
anni si è chiamata fuori da ogni impegno europeo per la realizzazione
indipendente di sistemi d’arma. Il governo Berlusconi si è defilato dalla
maggior parte dei contratti di partecipazione ai progetti di difesa comune
europea sottoscritti precedentemente, come il progetto dell’Airbus A400M; o il
sistema di posizionamento terrestre Galileo, alternativo e forse superiore al
Gps americano - molto inviso oltre oceano proprio in quanto dimostrazione che
una scelta di libertà è ancora fattibile - che è stato praticamente trasferito
alla Germania. Ora, al contrario l’Italia sta stringendo nuove collaborazioni
in linea con la mutata politica, come il contratto per l’elettronica militare
tra la Finmeccanica e la Bae System che sostituisce la precedente
collaborazione con la Snecma, francese…ma i casi da citare sarebbero davvero tanti.
- Parallelamente al comportamento assunto nelle intese industriali, l’Italia si
è allontanata anche dalle cooperazioni tra Forze Armate europee. Non partecipa
ai nuclei di difesa comune autonomi franco-tedeschi che sono sorti, fuori dallo
Shape NATO, a Tervuren, nell’Aprile 2003, per una brigata di marca UE a
capacità n/b/c. Ne ha partecipato al successivo ‘direttorio’
anglo/franco/tedesco per l’unificazione e la razionalizzazione delle forze
europee, che ha varato un progetto di Stato Maggiore capace di funzioni dissuasive e difensive nei confronti di
prepotenze o provocazioni, con un battle group di 1500 soldati, subito a
disposizione dell’Europa. Ne agli altri diversi rapporti bi e tri-laterali che
vedono cooperare in diversi modi i paesi del continente.
L’Italia ha accettato invece di partecipare alla guerra degli Stati Uniti in
Iraq, intruppata assieme a rumeni e bulgari sotto il comando inglese nell’area
di Nassirya, con un impegno di 3.000 uomini, che costa al nostro bilancio 350
milioni di euro a semestre. E i semestri si ripetono. Recentemente un
Berlusconi in vena di grandezza ha promesso a Bush altri militari che andranno
ad integrare il fronte afgano, aggiungendosi al migliaio già presente. Con
ulteriori spese.
Una
disperata scelta imperialista
Questo nuovo atteggiamento di politica estera dell’Italia corrisponde ad una
sconcertante deriva economica, che vede una ritirata dello stato dalle sue
funzioni. Declina il sistema produttivo senza che da parte governativa ci si
domandi se l’industria sia strategica per l’economia del paese e come produrre
altrimenti ricchezza. Al declino del sistema produttivo corrispondono di
conseguenza magre prospettive anche per i nuovi settori innovativi ed esso
collegati come telecomunicazioni e servizi all’impresa; cala la domanda di
specialisti; ovviamente anche il rapporto con le Università scade se non c'è
lavoro. Calano gli investimenti e i fondi per ricerca e sviluppo (in
percentuale sul pil, meno di 1/3 della Slovacchia o della Repubblica Ceca); c’è
abbandono dei settori di punta; mancano progetti di riqualifica. Se di fronte
al declino di settori produttivi non ne sorgono altri, se i giovani sono
ridotti ad impieghi che vanno dai 15 giorni ai sei mesi, con aspettative a un
anno invece che per la vita, cresce una generazione fragile, senza orizzonti,
portata all’accettazione del mondo.
Dietro a questo scenario c’è la volontà politica di chi vuole determinarlo, di
chi progetta in grande, facendo tabula rasa al fine di azzerare le conquiste
democratiche, per reinvestire e trarre un profitto più alto. L’opzione militare
gioca il suo grande ruolo nella nuova impostazione economica. La guerra in Iraq
ha mostrato in tutta evidenza che, per la politica di potenza degli US, il
punto di maggior debolezza è la carenza di manovalanza militare; devono quindi
individuare in patria e nei paesi fidati un livello di disoccupati e
sottoccupati adeguato a mantenere un’armata disponibile a sopperire ai livelli
richiesti ad un costo accettabile. Intanto dilaga il fenomeno dei disperati in
cerca fortuna (1.500 in Iraq) che non si fanno scrupoli ad andare ad usare le
armi in terre sconosciute, sotto bandiera corsara
L’Italia
nello scenario continentale e mondiale
La partecipazione alla guerra è una riprova che i problemi interni vanno
considerati in un contesto più ampio; è utile in particolare una verifica
sull’attuale situazione continentale.
Gli Stati Uniti non sono riusciti ad imporre ai paesi della vecchia Europa il
consenso per i loro piani egemonici a livello mondiale; brucia in particolare
che i no di Francia e Germania, e poi della Spagna, abbiano potuto
contrastarli. E in più sono fortemente contrariati e preoccupati per la
realizzazione dell’euro e per l’attuale primato dell’economia europea a livello
mondiale (di qui le campagne lanciate con tutta la loro potenza mediatica
contro l’UE e l’euro). Tra i ‘due pilastri dell’Occidente’ si sono andate
evidenziando diversità oggettive di interessi e di prospettive.
E’ un fatto che i paesi più evoluti della vecchia Europa stiano aspirando ad
affrancarsi dalla sfera d’influenza troppo pressante e stiano aspirando ad una
loro politica di sicurezza indipendente. Per contrastare politicamente il
nascere dell’UE come potenza alternativa e prepararsi a impedire con la forza
conseguenze considerate pericolose per i loro interessi nazionali, gli US
stanno mettendo a punto con manovre strategiche sul teatro europeo,
l’attuazione di un nuovo dispiegamento destinato ad avere un grande impatto. La
mossa politica consiste nella strategia
di disimpegno delle basi atlantiche dalle loro postazioni attuali nella vecchia
Europa, ed il loro ricollocamento (si tratta di 500 installazioni, con sistemi
militari d’avanguardia ) più ad Est, in Romania e Bulgaria, in coincidenza con il difficoltoso ampliamento della
comunità europea ai paesi compiacenti della nuova Europa. Ma la strategia US
sul continente non si riduce a questo. L’ipoteca militare statunitense si
attesta su tutta la fascia orientale, dai paesi baltici, a quelli centrali, con
Polonia e Ungheria come capisaldi, a quelli balcanici e caucasici, fino alla
Georgia. L’Italia è inclusa nella fascia, e partecipa al sistema di pressione
militare con la sua base di Aviano.
Naturalmente questa strategia va realizzandosi progressivamente e sono ancora
possibili, come abbiamo visto nei casi della Turchia e della Spagna, sorprese e
cambiamenti. Tuttavia la presenza militare avanzata degli Stati Uniti nel cuore
del nostro continente, una volta consolidata, è da considerarsi una minaccia,
che potrebbe agire favorendo l’innescarsi di una guerra inter-europea. Inoltre
tale presenza sarà spendibile sia a Ovest sia a Est nel continente,
interessando anche la Russia (che non a caso sta rafforzando collaborazioni
militari con la Cina). E sarà funzionale a dividere la continuità territoriale
tra la Russia e la vecchia Europa.
I
Comunisti e il mondo della difesa
Per completare un quadro della situazione italiana vanno notate le
particolari relazioni dei comunisti con il mondo della difesa. Dopo la II° Guerra
Mondiale le strutture organizzative dai partigiani, prima espressione di difesa
del popolo italiano, confluirono nell’Esercito ricostituito (a loro volta molti
tra gli elementi di spicco della guerra partigiana avevano fatto esperienza e
imparato a combattere nella guerra internazionalista di Spagna). Grande fu la
partecipazione e l’influenza dei Comunisti nella ricostruzione del Paese, non
solo nella riorganizzazione della sicurezza, ma anche nella formulazione della
Costituzione, dove, con l’articolo 11 che vieta all’Italia di partecipare a
guerre d’aggressione, si vollero scongiurare nuove avventure imperialistiche (
a testimonianza della nostra suprema aspirazione alla pace).
Con la successiva adesione del paese all’Alleanza Atlantica, vi sono stati per
i Comunisti decenni di conventio ad escludendum dalle istituzioni. Sono seguiti
anni di tarme oscure, di re-pressione indotta dagli Stati Uniti, di tentativi
di manovrare la politica con un’odiosa strategia della tensione, sfociata poi
nelle azioni cruente del terrorismo di stato, operate da suoi corpi deviati. Ma
va detto che le Forze Armate nel loro complesso hanno avuto una tenuta
democratica in sintonia con le scelte della popolazione, come istituzioni
superiori che non dipendono dal mutare dei governi e che traggono le loro
motivazioni dal patto costituzionale.
Continua così anche oggi ad esistere un apparato militare che mantiene i
consueti rapporti con l’Unione Europea. Per il prossimo triennio, dopo quello
finlandese, la presidenza del comitato militare dell’UE passerà all’Italia e si
pensa che possa prender vita quell’embrione di Stato Maggiore di una forza
europea che sta definendosi prima che indirizzi e decisioni politiche siano
messi a fuoco. Naturalmente il governo di Berlusconi e il suo esecutivo tendono
a voler dominare gli organismi di stato e ad instaurare ovunque
de-regolamentazione e rapporti
personali. Seguendo le piste della (fallimentare) Dottrina Rumsfeld, che
disegna un esercito agile e micidiale, sono incoraggiati e vezzeggiati alcuni
reparti speciali scelti ed agguerriti. Nel trionfo della logica privatistica si
persegue la formazione di nuclei fidati sui quali concentrare le - poche -
risorse.
Una
proposta
Sarebbe prezioso darsi lo strumento di un ‘osservatorio’- un semplice network gestito
da un paio di compagni interessati in ogni paese - al fine di monitorizzare
tutto quanto ha a che fare con questioni strategiche e militari, alleanze,
apparati, dotazioni, installazioni di basi militari, processi dell’industria
bellica, eccetera: 1) registrare le informazioni aggiornate provenienti dai
singoli paesi e 2) verificare, a scadenze stabilite, le effettive tendenze in
atto. Sarebbe uno strumento invidiabile per capire le dinamiche politiche e per
definire una realistica strategia.