www.resistenze.org - osservatorio - europa - politica e società - 02-07-04


“Il processo di militarizzazione dell’Unione Europea contrapposizioni
e strategie”


Per rispondere al tema proposto è doveroso innanzitutto presentare un quadro della situazione politica e militare italiana, utile anche per mettere a fuoco gli scenari di guerra che i piani egemonici degli Stati Uniti prospettano sull’Europa e sul mondo.

Dall’Europeismo all’Atlantismo

- Tradizionalmente l’Italia guardava all’Europa come ad un traguardo di emancipazione, di modernità e di stabilità; riuscire a partecipare al consesso europeo era come essere introdotti ad un livello superiore della politica (tanto che perfino una ‘tassa per l’Europa’, imposta per adeguare i bilanci, era stata accettata e pagata diligentemente dalla popolazione)

- Ora, da tre anni, c’è il governo di centro-destra Berlusconi e le tendenze sono ribaltate; la politica estera è consegnata ad un filo-atlantismo oltranzista che gioca contro il consolidarsi dell’unione europea. Una delle prime azioni di Berlusconi appena eletto, era stato l’allontanamento del Ministro Ruggiero, rappresentante di quel capitalismo produttivo che per anni aveva tessuto partecipazioni, intese e collaborazioni tra industrie europee (in particolare tra quelle dei settori del para stato e quindi, segnatamente, dell’industria bellica). Alla base di questo mutamento di rotta sta l’allineamento dell’Italia alla politica degli Stati Uniti, che non accettano il delinearsi dell’Europa come figura politica autonoma e sono entrati in contenzioso con quella parte d’Europa che non ha accettato ne di partecipare ne di assistere in silenzio al dispiegarsi dei piani egemonici di dominio degli US, a partire dall’attacco al mondo arabo.  

Nuova linea dell’Italia nelle collaborazioni industriali e in quelle militari.

- E proprio in ossequio alla volontà degli Stati Uniti, l’Italia in questi tre anni si è chiamata fuori da ogni impegno europeo per la realizzazione indipendente di sistemi d’arma. Il governo Berlusconi si è defilato dalla maggior parte dei contratti di partecipazione ai progetti di difesa comune europea sottoscritti precedentemente, come il progetto dell’Airbus A400M; o il sistema di posizionamento terrestre Galileo, alternativo e forse superiore al Gps americano - molto inviso oltre oceano proprio in quanto dimostrazione che una scelta di libertà è ancora fattibile - che è stato praticamente trasferito alla Germania. Ora, al contrario l’Italia sta stringendo nuove collaborazioni in linea con la mutata politica, come il contratto per l’elettronica militare tra la Finmeccanica e la Bae System che sostituisce la precedente collaborazione con la Snecma, francese…ma i casi da citare sarebbero davvero tanti.

- Parallelamente al comportamento assunto nelle intese industriali, l’Italia si è allontanata anche dalle cooperazioni tra Forze Armate europee. Non partecipa ai nuclei di difesa comune autonomi franco-tedeschi che sono sorti, fuori dallo Shape NATO, a Tervuren, nell’Aprile 2003, per una brigata di marca UE a capacità n/b/c. Ne ha partecipato al successivo ‘direttorio’ anglo/franco/tedesco per l’unificazione e la razionalizzazione delle forze europee, che ha varato un progetto di Stato Maggiore  capace di funzioni dissuasive e difensive nei confronti di prepotenze o provocazioni, con un battle group di 1500 soldati, subito a disposizione dell’Europa. Ne agli altri diversi rapporti bi e tri-laterali che vedono cooperare in diversi modi i paesi del continente.

L’Italia ha accettato invece di partecipare alla guerra degli Stati Uniti in Iraq, intruppata assieme a rumeni e bulgari sotto il comando inglese nell’area di Nassirya, con un impegno di 3.000 uomini, che costa al nostro bilancio 350 milioni di euro a semestre. E i semestri si ripetono. Recentemente un Berlusconi in vena di grandezza ha promesso a Bush altri militari che andranno ad integrare il fronte afgano, aggiungendosi al migliaio già presente. Con ulteriori spese.

Una disperata scelta imperialista

Questo nuovo atteggiamento di politica estera dell’Italia corrisponde ad una sconcertante deriva economica, che vede una ritirata dello stato dalle sue funzioni. Declina il sistema produttivo senza che da parte governativa ci si domandi se l’industria sia strategica per l’economia del paese e come produrre altrimenti ricchezza. Al declino del sistema produttivo corrispondono di conseguenza magre prospettive anche per i nuovi settori innovativi ed esso collegati come telecomunicazioni e servizi all’impresa; cala la domanda di specialisti; ovviamente anche il rapporto con le Università scade se non c'è lavoro. Calano gli investimenti e i fondi per ricerca e sviluppo (in percentuale sul pil, meno di 1/3 della Slovacchia o della Repubblica Ceca); c’è abbandono dei settori di punta; mancano progetti di riqualifica. Se di fronte al declino di settori produttivi non ne sorgono altri, se i giovani sono ridotti ad impieghi che vanno dai 15 giorni ai sei mesi, con aspettative a un anno invece che per la vita, cresce una generazione fragile, senza orizzonti, portata all’accettazione del mondo.

Dietro a questo scenario c’è la volontà politica di chi vuole determinarlo, di chi progetta in grande, facendo tabula rasa al fine di azzerare le conquiste democratiche, per reinvestire e trarre un profitto più alto. L’opzione militare gioca il suo grande ruolo nella nuova impostazione economica. La guerra in Iraq ha mostrato in tutta evidenza che, per la politica di potenza degli US, il punto di maggior debolezza è la carenza di manovalanza militare; devono quindi individuare in patria e nei paesi fidati un livello di disoccupati e sottoccupati adeguato a mantenere un’armata disponibile a sopperire ai livelli richiesti ad un costo accettabile. Intanto dilaga il fenomeno dei disperati in cerca fortuna (1.500 in Iraq) che non si fanno scrupoli ad andare ad usare le armi in terre sconosciute, sotto bandiera corsara

L’Italia nello scenario continentale e mondiale

La partecipazione alla guerra è una riprova che i problemi interni vanno considerati in un contesto più ampio; è utile in particolare una verifica sull’attuale situazione continentale.

Gli Stati Uniti non sono riusciti ad imporre ai paesi della vecchia Europa il consenso per i loro piani egemonici a livello mondiale; brucia in particolare che i no di Francia e Germania, e poi della Spagna, abbiano potuto contrastarli. E in più sono fortemente contrariati e preoccupati per la realizzazione dell’euro e per l’attuale primato dell’economia europea a livello mondiale (di qui le campagne lanciate con tutta la loro potenza mediatica contro l’UE e l’euro). Tra i ‘due pilastri dell’Occidente’ si sono andate evidenziando diversità oggettive di interessi e di prospettive.

E’ un fatto che i paesi più evoluti della vecchia Europa stiano aspirando ad affrancarsi dalla sfera d’influenza troppo pressante e stiano aspirando ad una loro politica di sicurezza indipendente. Per contrastare politicamente il nascere dell’UE come potenza alternativa e prepararsi a impedire con la forza conseguenze considerate pericolose per i loro interessi nazionali, gli US stanno mettendo a punto con manovre strategiche sul teatro europeo, l’attuazione di un nuovo dispiegamento destinato ad avere un grande impatto. La mossa politica  consiste nella strategia di disimpegno delle basi atlantiche dalle loro postazioni attuali nella vecchia Europa, ed il loro ricollocamento (si tratta di 500 installazioni, con sistemi militari d’avanguardia ) più ad Est, in Romania e Bulgaria, in coincidenza  con il difficoltoso ampliamento della comunità europea ai paesi compiacenti della nuova Europa. Ma la strategia US sul continente non si riduce a questo. L’ipoteca militare statunitense si attesta su tutta la fascia orientale, dai paesi baltici, a quelli centrali, con Polonia e Ungheria come capisaldi, a quelli balcanici e caucasici, fino alla Georgia. L’Italia è inclusa nella fascia, e partecipa al sistema di pressione militare con la sua base di Aviano.

Naturalmente questa strategia va realizzandosi progressivamente e sono ancora possibili, come abbiamo visto nei casi della Turchia e della Spagna, sorprese e cambiamenti. Tuttavia la presenza militare avanzata degli Stati Uniti nel cuore del nostro continente, una volta consolidata, è da considerarsi una minaccia, che potrebbe agire favorendo l’innescarsi di una guerra inter-europea. Inoltre tale presenza sarà spendibile sia a Ovest sia a Est nel continente, interessando anche la Russia (che non a caso sta rafforzando collaborazioni militari con la Cina). E sarà funzionale a dividere la continuità territoriale tra la Russia e la vecchia Europa.

I Comunisti e il mondo della difesa

Per completare un quadro della situazione italiana vanno notate le particolari relazioni dei comunisti con il mondo della difesa. Dopo la II° Guerra Mondiale le strutture organizzative dai partigiani, prima espressione di difesa del popolo italiano, confluirono nell’Esercito ricostituito (a loro volta molti tra gli elementi di spicco della guerra partigiana avevano fatto esperienza e imparato a combattere nella guerra internazionalista di Spagna). Grande fu la partecipazione e l’influenza dei Comunisti nella ricostruzione del Paese, non solo nella riorganizzazione della sicurezza, ma anche nella formulazione della Costituzione, dove, con l’articolo 11 che vieta all’Italia di partecipare a guerre d’aggressione, si vollero scongiurare nuove avventure imperialistiche ( a testimonianza della nostra suprema aspirazione alla pace).

Con la successiva adesione del paese all’Alleanza Atlantica, vi sono stati per i Comunisti decenni di conventio ad escludendum dalle istituzioni. Sono seguiti anni di tarme oscure, di re-pressione indotta dagli Stati Uniti, di tentativi di manovrare la politica con un’odiosa strategia della tensione, sfociata poi nelle azioni cruente del terrorismo di stato, operate da suoi corpi deviati. Ma va detto che le Forze Armate nel loro complesso hanno avuto una tenuta democratica in sintonia con le scelte della popolazione, come istituzioni superiori che non dipendono dal mutare dei governi e che traggono le loro motivazioni dal patto costituzionale.

Continua così anche oggi ad esistere un apparato militare che mantiene i consueti rapporti con l’Unione Europea. Per il prossimo triennio, dopo quello finlandese, la presidenza del comitato militare dell’UE passerà all’Italia e si pensa che possa prender vita quell’embrione di Stato Maggiore di una forza europea che sta definendosi prima che indirizzi e decisioni politiche siano messi a fuoco. Naturalmente il governo di Berlusconi e il suo esecutivo tendono a voler dominare gli organismi di stato e ad instaurare ovunque de-regolamentazione e  rapporti personali. Seguendo le piste della (fallimentare) Dottrina Rumsfeld, che disegna un esercito agile e micidiale, sono incoraggiati e vezzeggiati alcuni reparti speciali scelti ed agguerriti. Nel trionfo della logica privatistica si persegue la formazione di nuclei fidati sui quali concentrare le - poche - risorse.

Una proposta

Sarebbe prezioso darsi lo strumento di un ‘osservatorio’- un semplice network gestito da un paio di compagni interessati in ogni paese - al fine di monitorizzare tutto quanto ha a che fare con questioni strategiche e militari, alleanze, apparati, dotazioni, installazioni di basi militari, processi dell’industria bellica, eccetera: 1) registrare le informazioni aggiornate provenienti dai singoli paesi e 2) verificare, a scadenze stabilite, le effettive tendenze in atto. Sarebbe uno strumento invidiabile per capire le dinamiche politiche e per definire una realistica strategia.