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Posizione dell'on, Giulietto Chiesa in occasione del dibattito
in seno al Gruppo ALDE della relazione Malmstrom sulle Relazioni tra Unione
europea e Russia 12-5-05
Il documento sarà votato dal Parlamento europeo in sessione Plenaria il
prossimo 26 maggio a Bruxelles
Bruxelles,
11 maggio 2005
Cari colleghi sento il bisogno di spiegare organicamente la mia posizione in
merito al Report del Committee on Foreign Affairs sulle relazioni Eu-Russia.
Queste brevi note hanno lo scopo di illustrare gli emendamenti che intendo
presentare al Gruppo e alla seduta plenaria del parlamento in occasione della
discussione.
Ringrazio la collega Cecilia Malstrom per il lavoro svolto, in condizioni
certamente difficili e su una materia così complicata, dove – come abbiamo
visto in questi giorni di celebrazione dell'anniversario della sconfitta del
Terzo Reich , a Mosca e altrove – si accumulano ricordi, sofferenze, polemiche
tutt'ora vivissime.
So bene che questo rapporto ha già ottenuto il voto unanime di quella
Commissione, ma non posso esimermi - per considerazioni politiche e morali, che
coincidono con la salvaguardia della pace, e degl'interessi strategici della
democrazia e della funzione dell'Unione Europea – dal suggerire diverse e
sostanziali correzioni di quel rapporto.
Sono convinto, in primo luogo, che l'Europa debba mantenere un atteggiamento
rispettoso della storia di tutti i suoi interlocutori e partners. Noi europei
non abbiamo nemici, né nelle nostre vicinanze, né più lontano. Ma i nostri
amici, partners e interlocutori hanno ciascuno la propria storia, esperienza e
sensibilità. Noi non possiamo partire dall'assunto che la nostra storia,
esperienza e sensibilità sono migliori, superiori a quelle altrui.
Per la Russia vale esattamente lo stesso criterio. La prima osservazione
critica che muovo allo spirito e, in molti punti, alla lettera del Report è
esattamente questa. La tendenza a fare la lezione, a muovere critiche – spesso
anche legittime e motivate – senza tenere conto delle radici dei problemi.
A nessuno piace sentirsi impartire lezioni, e noi sappiamo che la Russia
(ancora una volta per spiegabilissime ragioni storiche) è oltremodo sensibile a
questi aspetti. La Russia , in quanto continuatrice ed erede, per molti
aspetti, dell'Unione Sovietica, è un grande paese che emerge a fatica da una
sconfitta storica, quella della Guerra fredda.
Noi europei non abbiamo alcun interesse a insistere sul tasto della Russia come
uguale all'Unione Sovietica. Come molti osservatori obiettivi hanno già
ripetutamente osservato, quel paese si trova ancora in uno stato di choc, di
stupore, di incertezza, che coinvolge decine di milioni di persone. Quando
muoviamo critiche alla sua leadership attuale noi non possiamo permetterci di
dimenticare che essa è espressione di un vasto sentimento popolare.
Le stesse, identiche considerazioni riguardano la Bielorussia. Ritenere che con
la Bielorussia e con Lukashenko sarà possibile ripetere la stessa esperienza
dell'Ucraina è un gravissimo errore, storico e di fatto. Il sostegno alla
democrazia è questione delicata, che può prestarsi a gravi distorsioni quanto
la democrazia viene presa a pretesto per interventi dall'esterno che si
configurino come ingerenza negli affari interni di un paese sovrano. Il
riferimento alla Carta dell'Onu deve restare immutato e inflessibile per la
nostra azione politica e diplomatica e in nessuna parte della carta dell'Onu è
contenuto il concetto della sovranità limitata. Infatti essa è inammissibile e
non può essere invocata per nessun motivo.
Sono nel giusto, gli attuali reggitori del Cremino, nel respingere duramente
gli addebiti che muoviamo loro, specialmente nel campo dei diritti umani, in
quello che concerne la tremenda tragedia cecena, in quello che riguarda
l'attuazione dello stato di diritto?
Io credo che essi siano in torto. E tuttavia noi non possiamo impartire loro
lezioni perché, prima di tutto, noi occidentali, noi europei, dovremmo
riconoscere che la loro presente situazione, la loro crisi, è anche (non
soltanto) l'effetto del nostro comportamento e dei nostri errori.
Se oggi milioni di russi diffidano della democrazia e hanno sentimenti
ambivalenti verso l'occidente è anche (non soltanto) perché il comportamento
nostro è stato ambiguo al riguardo. E' anche perché, per esempio, l'intero
occidente applaudì, invece che condannare, il bombardamento del legittimo
Soviet Supremo di Russia da parte del presidente Boris Eltsin, nell'ottobre
1993.
Dobbiamo ancora spiegare loro perché ci comportammo in quel modo. Siamo noi a
dover dare spiegazioni, in questo caso.
Quando la prima guerra cecena cominciò, nel novembre 1994 – ecco un secondo
esempio – essa fu una decisione del Cremino. Noi deplorammo ma ci fermammo a
quella modesta deplorazione. Perché? Perchè il leader russo era Boris Eltsin, e
l'occidente aveva deciso che egli era l'uomo giusto per noi. Ricordo
perfettamente una copertina dell'Economist che titolava esattamente così: “The
Right Man”. Così noi decidemmo di non disturbarlo troppo mentre stava
massacrando decine di migliaia di cittadini della Repubblica Russa, mentre
bombardava Grozny, la capitale di una delle repubbliche della Federazione
Russa. Molti russi si chiedono, ancora oggi, il perché del comportamento
dell'occidente.
Faccio un altro esempio. Noi abbiamo chiuso gli occhi di fronte all'evidenza
che la guerriglia cecena era finanziata, armata, aiutata in varia forma, sia da
una parte degli oligarchi russi, sia dall'esterno. Non è un segreto per nessuno
che assai presto, fin dalla prima guerra cecena, la guerriglia indipendentista
venne aiutata da influenti circoli turchi e arabo sauditi. Non è un segreto che
i combattenti ceceni andavano a curare le loro ferite in ben custoditi ospedali
turchi. Dovremmo ricordarci che all'inizio nella guerra cecena non vi erano
venature islamiche fondamentaliste e che esse sono venute emergendo con il
tempo e con i finanziamenti che provenivano da quegli stessi circoli sauditi e
turchi, con la connivenza, assai spesso, di diversi servizi segreti
occidentali.
A questo proposito sarebbe assai utile se noi chiedessimo ai nostri amici
turchi, nel corso dei prossimi negoziati per l'ingresso della Turchia
nell'Unione Europea, di porre fine a questo tipo di ingerenze negli affari
interni russi e ceceni, che contribuisce seriamente alla prosecuzione della
tragedia cecena.
Anche per questo, impartire lezioni ai russi in tema di diritti umani non
funzionerà, fino a che queste questioni non saranno state chiarite lealmente
con la Russia. Noi dobbiamo offrire anche aiuto, solidarietà, soprattutto
lealtà. Quella lealtà che, per parlare con franchezza e senza infingimenti, è
spesso mancata anche da parte occidentale.
Anche per quanto concerne lo stato di diritto abbiamo molte questioni da chiarire.
E' stato l'occidente, in particolare gli Stati Uniti d'America, a suggerire,
spesso a imporre, alla Russia di Eltsin, il modello economico da adottare per
uscire dal socialismo reale. Ed è stata la complicità, esplicita e clamorosa,
dell'occidente a permettere la creazione di un regime oligarchico e di
capitalismo criminale in Russia. Faccio solo un esempio, che è possibile
documentare oltre ogni dubbio: la famosa tranche del prestito di 4,3 miliardi
di dollari che il Fondo Monetario Internazionale erogò al Governo Russo
nell'agosto 1998 e che sparì, letteralmente, nello spazio di tre giorni, con la
complicità delle più importanti banche americane incaricate di effettuare la
transazione. La Corte dei Conti Russa ha ricostruito una parte importante dei percorsi
di quel denaro. Che è finito nelle tasche di un pugno di oligarchi russi. Tutto
è noto, ma nessun procedimento penale è stato portato avanti, non solo in
Russia, ma anche a New York, da dove quel denaro ha preso le mosse e da dove
non è mai arrivato a Mosca.
E' per queste ragioni (che qui ho sommariamente esposto alla vostra attenzione)
che sono convinto della necessità di un nuovo approccio europeo al problema del
rapporto con la Russia. Sono perfettamente consapevole che si tratta di una
scelta difficile e densa di implicazioni internazionali (essa richiede infatti
una franca discussione anche con i nostri amici e alleati americani), ma per
questo nuovo approccio europeo è necessario costruire una nuova fiducia
reciproca con la Russia. La fiducia reciproca è infatti, a mio avviso, la via
maestra per ottenere risultati che si riflettano positivamente sulla vita dei
cittadini russi e di quelli ceceni in particolare. Ed è questo – il benessere,
la democrazia, la civiltà e la libertà della gente - ciò che deve stare in cima
ai nostri pensieri.
E credo che noi abbiamo bisogno di una serie messa a punto della politica
dell'Unione Europea verso la Russia in particolare dopo l'inizio della crisi
ucraina. Sottolineo la parola “inizio della crisi”, perché è una imperdonabile
illusione ritenere che la crisi ucraina sia già un dato del passato, risolto e
da archiviare. La crisi ucraina è in corso e non siamo ancora in condizione di
misurarne tutti gli effetti, molti dei quali sono densi di pericoli, per il popolo
ucraino nel suo complesso e per la stessa sicurezza dell'Europa.
Dopo la cosiddetta “rivoluzione democratica” in Ucraina, infatti, vedo
un'attiva preparazione – da parte nostra, anche europea – della prossima tappa,
che è quella di un ingresso rapido della Ucraina e della Georgia nella Nato.
Pongo una questione: perché? Qual è il significato di questa mossa? E'
necessario un ulteriore allargamento della Nato? Serve all'Europa, alla sua
funzione nell'area, un'estensione dei confini e delle prerogative della Nato?
E ancora: ci rendiamo conto di quale tipo di reazioni ciò produrrà a Mosca?
Siamo consapevoli che l'Ucraina nella Nato significherà che la Flotta russa del
Mar Nero (attualmente basata nel porto, storicamente russo da secoli, di
Sebastopoli) sarà costretta a migrare nel porto di Novorossijsk, ultimo
avamposto russo nel mediterraneo? Siamo consapevoli che questo comporta un
drastico ridimensionamento della Russia, come stato, che la riporta indietro di
due secoli?
Mi auguro che queste brevi note siano sufficienti a chiarire il mio punto di
vista. Mi auguro che esso sia attentamente soppesato. La questione dei diritti
umani è questione assai vasta, la cui soluzione (o semplicemente il cui
miglioramento) dipenderà da un approccio equilibrato che coinvolga tutti gli
aspetti dei nostri rapporti con la Russia , quelli di più breve momento e
quelli derivanti da una riflessione strategica sul ruolo dell'Europa nel mondo.
Tra essi, per esempio vi è la condizione dei cittadini russi rimasti nei paesi baltici
come conseguenza delle vicende note della storia del XX secolo e che non
portano la responsabilità della tragedia che li ha coinvolti.
La democrazia non può essere esportata con le armi, ma neppure con il denaro.
Essa è frutto della storia di ogni singolo popolo e spetta a ogni popolo
costruirsela. La democrazia è il rispetto di tutti, non solo delle maggioranze.
Una democrazia che non rispetti il pluralismo, l'esistenza delle minoranze, la
loro piena legittimità, è una dittatura della maggioranza. E l'Europa, nel suo
complesso, non può e non deve rimanere ostaggio di antiche e recenti rese dei
conti di chi ha subito ingiustizie. Questo atteggiamento – che alberga anche in
seno a parti rilevanti del Parlamento Europeo – è in piena contraddizione con lo
spirito dell'Europa.