da IL MANIFESTO 25/5/2005
EUROPA
L'occasione francese
Luciana
Castellina
Da Parigi ci chiedono come reagisce l'Italia al loro
referendum sulla Costituzione europea. Ci tocca dire che i più nemmeno lo
prendono in nota, e tutt'al più lo considerano interna bega francese; e questo
nonostante le grida allarmate dell'establishment di destra e di centrosinistra
che ammonisce sugli esiti catastrofici che avrebbe la vittoria del «no»
oltralpe per tutto il continente. Quasi nessuno del resto sa che l'Italia quella
legge fondamentale l'ha già approvata, a conclusione di un dibattito
parlamentare di cui nessuno si è accorto anche perché nemmeno Rifondazione
comunista, che pure ha votato «no», e i movimenti che contro si sono
pronunciati, ha fatto qualcosa per mobilitare l'opinione pubblica, né prima -
sì da ridurre il danno - né dopo - per far conoscere e denunciare il guaio
(poco del resto abbiamo fatto anche noi con il manifesto ). Eppure «la fronda francese si esporta», come titola
LeFigaro: vale a dire che i dubbi sul Trattato aumentano un po'
ovunque e il «no» recluta, a sinistra, anche fra le file dei partiti che
ufficialmente hanno deciso di accettarlo: in Germania, dove a parte la Pds in
parlamento si sono pronunciati contro anche due membri della direzione Spd; in
Belgio, dove si è formato, per iniziativa dell'ex presidente della Ces,
Debunne, un movimento chiamato «Non de combat»; in Olanda, dove i sondaggi
danno il «no» vincente al referendum che si terrà solo due giorni dopo quello
francese; nella repubblica Ceka, e in Svezia, dove a chiedere che si tenga
sulla questione un referendum non sono più solo, rispettivamente il forte
partito comunista (18% alle elezioni europee) e il Partito della Sinistra, ma
anche socialdemocratici e sindacalisti.
E poi c'è la Gran Bretagna, dove l'opposizione della sinistra all'Europa è più
forte e antica, anche se qui generalmente per via di arcaico antieuropeismo più
che in opposizione al testo di questo Trattato. Perché il primo buon risultato
della campagna per il no al referendum in corso in Francia è proprio che,
finalmente, un dibattito sull'Europa, salvo che in Italia - evidentemente
troppo presa dalle vicende nazionali - si è aperto; e con questo un interesse,
un coinvolgimento. Dovrebbero esserne contenti innanzitutto gli europeisti; e
infatti noi lo siamo.
E non importa che nel «no» si siano mischiate le opposizioni
di destra e di sinistra: proprio il dibattito che è emerso ha infatti
consentito di dare finalmente visibilità alle posizioni di chi si oppone al
Trattato e così fare giustizia dei tentativi di confondere il «no» di chi
denuncia il carattere antidemocratico della procedura seguita per vararlo e il
contenuto liberista del suo messaggio con il «no» di chi vorrebbe arroccarsi
nelle vecchie patrie (confusione cui Toni Negri - fondandosi sulla sua teoria
in base alla quale ogni resistenza nazionale, ivi compresa quella palestinese,
sarebbe arretrata - contribuisce non poco a creare).
Se anche la sinistra resiste in certi casi a devolvere in
settori decisivi per la vita della collettività poteri all'Unione europea, e
dunque nel conservare quelli che lo stato nazionale ancora detiene per ridurre
l'arbitrio del mercato, è perché a livello comunitario tali poteri non esistono
più. E proprio la Costituzione che ci viene imposta rende la supremazia del
mercato non solo totale ma anche immodificabile. Difficile confondere, tanto
per fare un esempio, la diffidenza scandinava, frutto del timore (fondatissimo)
di perdere il proprio superiore welfare con la xenofobia di Le Pen.
Quale catastrofe potrebbe comunque verificarsi se paesi
importanti rifiutassero la Costituzione che gli viene proposta? (anche Giuliano
Amato domenica, sul Sole 24 ore ha cominciato a dirlo: «edificio europeo in
pezzi? No»). Certo, la costruzione europea subirebbe una battuta d'arresto. Ma
di questa costruzione, non di
un'Europa fondata su altre e più democratiche e profonde basi. In compenso,
infatti, si aprirebbe una fase di riflessione e sarebbe possibile promuovere
una mobilitazione che potrebbero portarci a un nuovo negoziato, diverso da
quello semiclandestino e comunque riservato a una ristretta oligarchia (già
questo grida vendetta a dio) che ha portato, dopo anni di oscuri bisticci,
all'attuale Trattato.
Per questo non ha grande validità l'argomento di chi dice:
nelle attuali condizioni, tenuto conto che nella maggior parte dei paesi
europei ci sono governi di destra, il frutto di una rinegoziazione sarebbe
peggiore di questo che è il miglior compromesso che abbiamo potuto strappare.
Ove a riaprire il cantiere costituzionale europeo si arrivasse dopo il trauma
del rifiuto possiamo star certi che ai costituendi non sarebbe più permesso di
lavorare indisturbati, sarebbe possibile coinvolgere i cittadini, renderli
consapevoli e partecipi. In una prospettiva dinamica i rapporti di forza
possono cambiare. E forse l'Europa potrebbe nascere davvero: un'Europa
democratica, non una semplice articolazione del mercato globale.
(luciana castellina)