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2 giugno 2005

Francia: il naufragio degli Yes Men


Democrazia o plutocrazia. La Francia vota per un’altra Europa possibile

Helena Roux*

“La Jornada”

 

*Giornalista francese. Ha lavorato per molti anni in Nicaragua e Germania

 

Gli Yes Men sono stati sbaragliati. Sebbene avessero dalla loro parte risorse abbondanti e i mezzi di comunicazione, i promotori del si alla Costituzione hanno fatto naufragio. Conviene interrogarsi su cosa i risultati dello scrutinio dicano a proposito del sistema di rappresentanza così come viene concepito dai rappresentanti eletti.

 

In primo luogo, si deve parlare di un voto di resistenza. Resistenza all’attacco politico-mediatico che ha avuto il suo culmine quando, a tre giorni dalla contesa, il capo dello Stato francese, guardando profondamente negli occhi i suoi amministrati, ha loro ricordato che la Confederazione Europea dei Sindacati si era pronunciata in forma unanime a favore del si. E’ paradossale che il presidente di un governo che all’interno si caratterizza per le sue politiche antisociali chiami in suo soccorso una camarilla di burocrati. Che ottenga l’appoggio di un gruppo di leader che, dopo decenni di connubio con i rispettivi governi, si è annidato a Bruxelles e che, attento solo alla risonanza che può assicurare la vicinanza dei centri di potere, non ha voluto dare ascolto al richiamo delle basi sindacali che, giorno dopo giorno, devono fare i conti dovunque con lo smantellamento delle conquiste sociali, con i licenziamenti, le delocalizzazioni e le privatizzazioni.

 

I dirigenti hanno ignorato l’avvertimento che i militanti della CGT, il principale sindacato francese, hanno dato ai loro leader mentre si apprestavano a pronunciarsi per il si.

 

La necessità di una lettura che parta dall’ambito sociale è confermata dall’analisi locale dei risultati. Mentre nel confortevole quartiere di Neuilly, l’80 per cento dei voti è stato per il si, nei quartieri settentrionali di Marsiglia, puniti dalla disoccupazione e dall’emarginazione, si è registrata la medesima percentuale a favore del no. Nel nord del paese, regione operaia e di tradizione socialista centenaria, il no ha ottenuto circa il 70 per cento. E ciò è avvenuto nonostante – sarebbe meglio dire a causa sua – la campagna arrogante a favore del si del presidente del consiglio regionale, l’ex ministro socialista della cultura Jack Lang.

 

Uno degli argomenti più citati contro il no da parte di chi, nel Partito Socialista e nel Partito Verde, faceva campagna per il si è stato quello secondo cui i francesi non avrebbero dovuto confondere il rifiuto dell’attuale governo con la necessaria costruzione europea. In realtà, ciò che ha pesato al momento di decidere è stato proprio il fenomeno inverso. Stanchi dei metodi autoritari che prescrivevano di lasciare agli esperti la responsabilità di approvare senza consultazione un malloppo che, come la proposta di Costituzione, consta di 338 articoli ed è redatto in una forma talmente illeggibile che la plebe non lo può capire, i francesi si sono appassionati come non mai al dibattito.

 

Le riunioni della campagna per il no si sono trasformate in scuole di specializzazione del popolo, dove i cittadini seguivano armati di carta e matita. E apparentemente l’esercizio è stato fruttuoso, anche per l’autostima del cittadino comune. Un operaio, invitato a commentare i risultati davanti alle telecamere, ha categoricamente affermato: “Se i politici pensano davvero che il progetto di costituzione europea non abbia niente a che fare con lo scompiglio provocato nelle politiche sociali, non hanno capito bene con che cosa abbiamo a che fare”.

 

Con una partecipazione popolare di simile dimensione, il concetto stesso di democrazia, avvolto dagli eurocrati in formule opache e vuote, ha recuperato il suo più autentico significato: la riappropriazione da parte della cittadinanza della “cosa pubblica”, che era stata confiscata dai promotori del marketing politicante. Ciò a sua volta ha lasciato privo di effetti il timore, saggiamente alimentato dai mezzi di comunicazione, che il no avrebbe avuto il significato di un voto a favore dell’estrema destra retrograda e xenofoba. In realtà, il Fronte Nazionale, principale gruppo dell’estrema destra, ha condotto una campagna più che discreta. In cambio, i dirigenti del Partito Socialista e del Partito Verde dovranno meditare sulle ragioni che hanno indotto rispettivamente il 56 per cento e il 60 per cento dei loro elettori a disobbedire alle direttive di partito.

 

Sarebbe sbagliato spiegare il voto francese come una rinnovata esibizione di arroganza giacobina ereditata dalle rivoluzioni del passato. Nell’Europa che oggi si sta costruendo, le lezioni si apprendono dalla sua storia. Pochi giorni prima che i francesi si pronunciassero, i tedeschi hanno punito in elezioni regionali la “democrazia sociale di mercato”, promossa dalla coalizione rosa-verde al governo, insieme alla messa in pratica di politiche che hanno provocato una regressione sociale senza precedenti in questo paese, in passato considerato campione del benessere economico e della costruzione europea. Per questo, un deputato tedesco, convinto che anche i suoi compatrioti avrebbero respinto la ratifica del trattato costituzionale, si è dichiarato sollevato dal fatto che la costituzione del suo paese non consente il referendum.

 

Parrebbe che l’autismo politico di cui hanno dato prova i dirigenti dei partiti nell’intera Europa non rappresenti altro che il prodotto pianificato, con cognizione di causa, della superbia fatta legge.

 

Traduzione a cura del

Centro di Cultura e Documentazione Popolare