Alcune riflessioni sul no francese alla Costituzione europea
di Sergio Ricaldone
I clamorosi esiti del referendum francese e di quello olandese contrari alla
costituzione europea ripropongono con tutta evidenza la totale inconsistenza
del vecchio teorema della società dei due terzi fruitrice – si dice – di un
benessere diffuso, mentre l’altro terzo, ossia la massa dei salariati, dei
precari e dei senza lavoro, sarebbe giocoforza costretto al minimo dei bisogni
e dei consumi, o al disotto di quella che viene definita la soglia della
povertà. Un sistema dato per
immodificabile, totalmente dipendente dalle regole selvagge dell’economia di
mercato neoliberista che, per quanto iniquo, rappresenta il migliore dei modelli
possibili.
Su questo teorema si sono basate – almeno fino al 29 maggio scorso – le
strategie di entrambi gli schieramenti politici francesi: quello della destra
di Chirac e quello della gauche di Lionel Jospin prima e di Francois Holland dopo. Miranti entrambi alla liquidazione del vecchio sistema di
sicurezze sociali di cui la Francia è stata il battistrada europeo, ma altresì
convinti di poter mantenere intatto il margine di fedeltà dei propri elettori
ormai considerati un parco buoi privi di
altre ragionevoli alternative.
Poche le differenze di fondo tra i due schieramenti: mentre il governo
della gauche ha calcato la mano sul tema delle privatizzazioni, quello di
destra ha inferto colpi di clava alle pensioni e alla sicurezza sociale. Non molto dissimili (su certi punti anche
peggiori) le scelte strategiche del centrosinistra italiano, della
socialdemocrazia tedesca e del Labour Party inglese.
Gli autori della Costituzione europea si sono forse autoconvinti che il
rapporto tra i due terzi cosiddetti “fortunati” ed il terzo a rischio di
povertà fosse comunque in grado di reggere nel tempo all’erosione quantitativa
e a qualsiasi prova di democrazia
diretta e, dunque, si è dato per scontata l’approvazione a larga maggioranza di
una Carta ispirata e voluta dalle gerarchie di potere padronali e politiche
postmoderne. La sua approvazione
avrebbe inoltre spianato la via ai lavori di demolizione in corso d’opera delle
legislazioni nazionali più avanzate dal punto di vista sociale e politico –
Francia, Germania e Italia in primis – togliendo al mondo del lavoro le
garanzie previste in materia di
sicurezza sociale. A seguire, tutto il
resto.
La riduzione ai minimi storici delle forze politiche di sinistra, un tempo
radicate nel mondo del lavoro, i
processi di mutazione in atto in alcuni partiti comunisti, la docilità
concertativi dei principali sindacati, il passaggio dalla sicurezza alla
precarietà e la frammentazione del lavoro salariato, sono stati gli elementi
che hanno rassicurato i promotori della ratifica: la vittoria del “si” era sicura
e la Costituzione europea sarebbe passata trionfalmente sul corpo ormai
dissolto del movimento operaio novecentesco.
Gli stati maggiori dei partiti di destra e di sinistra hanno mostrato
una arrogante sicurezza dando per scontata una adesione di massa , senza se e
senza ma, alla Costituzione europea.
Poi quando la base popolare della sinistra francese (incluso il PCF,
dopo una sofferta fase di rianimazione), si è ribellata ed ha scomposto i
santuari euro-oltranzisti presenti nei
vertici di alcuni partiti (socialisti e verdi in particolare), ricomponendosi
infine unitariamente nel fronte del
“no”, allora la musica è cambiata. Il
fronte del “no” che sembrava essere una coalizione assolutamente minoritaria e
isolata dai centri della politica, col passare dei giorni e sondaggio dopo sondaggio, è diventata una
forza travolgente che ha spazzato via le residue illusioni sulla intangibilità
della sedicente “società dei due terzi”: I salariati, i precari e i disoccupati,
ossia il “terzo” dei più deboli, sono diventati maggioranza non più sommersa,
subalterna e rassegnata, ma una grande forza autonoma che ha saputo infliggere
una sconfitta di proporzioni impreviste all’establishement politico francese e
olandese e aperto nuovi orizzonti alla sinistra europea.
E’ stata una battaglia molto dura quella del fronte del “no”. I poteri forti hanno schierato tutta la
loro artiglieria pesante. Banca centrale europea, partito socialista europeo,
partito popolare europeo, organizzazioni padronali, Centrale sindacale europea
(CES), si sono spesi con forze soverchianti per difendere le ragioni del
“si”. L’apparato statale francese e
quello mediatico hanno operato come dei bulldozers evocando senza pudore
scenari inverosimili in caso di vittoria del “no”.
La chiamata in soccorso a Parigi dei principali leaders europei (Schroeder,
Zapatero, Fassino D’Alema, ecc.) e le loro terrificanti previsioni
apocalittiche in caso di vittoria del “no” non hanno fatto altro che rendere
ancor più clamorosa la loro sconfitta politica, rendendo visibile quanto sia
grande la separazione tra i ”palazzi” e il comune sentire di massa. Il rigetto popolare francese del testo
costituzionale, seguito poi da quello olandese, ha cosi assunto l’ampiezza di un
evento storico.
Le dimensioni del suo risultato fanno rinascere la speranza che l’esperienza
francese stimoli anche altrove, su iniziativa dei comunisti diversamente
collocati, il formarsi di strutture unitarie capillarmente diffuse nel
territorio e nei luoghi di lavoro col compito prioritario di difendere la
Costituzione repubblicana.
Osservando ed ascoltando per le strade di Parigi il livello di mobilitazione
dei compagni francesi, la loro preparazione militante e la incredibile
diffusione molecolare della loro iniziative, mi sono reso conto del divario
esistente con la desolante impotenza dei reparti più avanzati della sinistra
italiana: comunisti, movimenti antiglobal, sindacati, ecc. Il silenzioso voto del Parlamento ha
sanzionato, senza alcun accenno di protesta esterna, il passaggio dell’Italia
sotto la sovranità di una Costituzione europea che asseconda il processo, già
iniziato, di ridurre ad un cumulo di macerie le conquiste sociali e politiche
scritte nella nostra Costituzione repubblicana. Come ha fatto giustamente notare Luciana Castellina sul
Manifesto (25/5/05) “nessuno si è accorto anche perché nemmeno Rifondazione
Comunista, che pure ha votato no, e i movimenti che contro si sono pronunciati,
ha fatto qualcosa per mobilitare l’opinione pubblica, né prima – si da ridurre
il danno – né dopo, per far conoscere e denunciare il guaio”.