www.resistenze.org - osservatorio - europa - politica e società - 09-06-05

Alcune riflessioni sul no francese alla Costituzione europea


di Sergio Ricaldone

I clamorosi esiti del referendum francese e di quello olandese contrari alla costituzione europea ripropongono con tutta evidenza la totale inconsistenza del vecchio teorema della società dei due terzi fruitrice – si dice – di un benessere diffuso, mentre l’altro terzo, ossia la massa dei salariati, dei precari e dei senza lavoro, sarebbe giocoforza costretto al minimo dei bisogni e dei consumi, o al disotto di quella che viene definita la soglia della povertà.   Un sistema dato per immodificabile, totalmente dipendente dalle regole selvagge dell’economia di mercato neoliberista che, per quanto iniquo, rappresenta il migliore dei modelli possibili.

Su questo teorema si sono basate – almeno fino al 29 maggio scorso – le strategie di entrambi gli schieramenti politici francesi: quello della destra di Chirac e quello della gauche di Lionel Jospin  prima e di Francois Holland dopo.  Miranti entrambi alla liquidazione del vecchio sistema di sicurezze sociali di cui la Francia è stata il battistrada europeo, ma altresì convinti di poter mantenere intatto il margine di fedeltà dei propri elettori ormai considerati un parco buoi privi di  altre ragionevoli alternative.   Poche le differenze di fondo tra i due schieramenti: mentre il governo della gauche ha calcato la mano sul tema delle privatizzazioni, quello di destra ha inferto colpi di clava alle pensioni e alla sicurezza sociale.  Non molto dissimili (su certi punti anche peggiori) le scelte strategiche del centrosinistra italiano, della socialdemocrazia tedesca e del Labour Party inglese.

Gli autori della Costituzione europea si sono forse autoconvinti che il rapporto tra i due terzi cosiddetti “fortunati” ed il terzo a rischio di povertà fosse comunque in grado di reggere nel tempo all’erosione quantitativa e a  qualsiasi prova di democrazia diretta e, dunque, si è dato per scontata l’approvazione a larga maggioranza di una Carta ispirata e voluta dalle gerarchie di potere padronali e politiche postmoderne.   La sua approvazione avrebbe inoltre spianato la via ai lavori di demolizione in corso d’opera delle legislazioni nazionali più avanzate dal punto di vista sociale e politico – Francia, Germania e Italia in primis – togliendo al mondo del lavoro le garanzie previste  in materia di sicurezza sociale.  A seguire, tutto il resto.

La riduzione ai minimi storici delle forze politiche di sinistra, un tempo radicate  nel mondo del lavoro, i processi di mutazione in atto in alcuni partiti comunisti, la docilità concertativi dei principali sindacati, il passaggio dalla sicurezza alla precarietà e la frammentazione del lavoro salariato, sono stati gli elementi che hanno rassicurato i promotori della ratifica: la vittoria del “si” era sicura e la Costituzione europea sarebbe passata trionfalmente sul corpo ormai dissolto del movimento operaio novecentesco.  Gli stati maggiori dei partiti di destra e di sinistra hanno mostrato una arrogante sicurezza dando per scontata una adesione di massa , senza se e senza ma, alla Costituzione europea.    Poi quando la base popolare della sinistra francese (incluso il PCF, dopo una sofferta fase di rianimazione), si è ribellata ed ha scomposto i santuari euro-oltranzisti  presenti nei vertici di alcuni partiti (socialisti e verdi in particolare), ricomponendosi infine  unitariamente nel fronte del “no”, allora la musica è cambiata.   Il fronte del “no” che sembrava essere una coalizione assolutamente minoritaria e isolata dai centri della politica, col passare dei giorni e  sondaggio dopo sondaggio, è diventata una forza travolgente che ha spazzato via le residue illusioni sulla intangibilità della sedicente “società dei due terzi”: I salariati, i precari e i disoccupati, ossia il “terzo” dei più deboli, sono diventati maggioranza non più sommersa, subalterna e rassegnata, ma una grande forza autonoma che ha saputo infliggere una sconfitta di proporzioni impreviste all’establishement politico francese e olandese e aperto nuovi orizzonti alla sinistra europea.

E’ stata una battaglia molto dura quella del fronte del “no”.   I poteri forti hanno schierato tutta la loro artiglieria pesante. Banca centrale europea, partito socialista europeo, partito popolare europeo, organizzazioni padronali, Centrale sindacale europea (CES), si sono spesi con forze soverchianti per difendere le ragioni del “si”.   L’apparato statale francese e quello mediatico hanno operato come dei bulldozers evocando senza pudore scenari inverosimili in caso di vittoria del “no”.
La chiamata in soccorso a Parigi dei principali leaders europei (Schroeder, Zapatero, Fassino D’Alema, ecc.) e le loro terrificanti previsioni apocalittiche in caso di vittoria del “no” non hanno fatto altro che rendere ancor più clamorosa la loro sconfitta politica, rendendo visibile quanto sia grande la separazione tra i ”palazzi” e il comune sentire di massa.   Il rigetto popolare francese del testo costituzionale, seguito poi da quello olandese, ha cosi assunto l’ampiezza di un evento storico.

Le dimensioni del suo risultato fanno rinascere la speranza che l’esperienza francese stimoli anche altrove, su iniziativa dei comunisti diversamente collocati, il formarsi di strutture unitarie capillarmente diffuse nel territorio e nei luoghi di lavoro col compito prioritario di difendere la Costituzione repubblicana.
Osservando ed ascoltando per le strade di Parigi il livello di mobilitazione dei compagni francesi, la loro preparazione militante e la incredibile diffusione molecolare della loro iniziative, mi sono reso conto del divario esistente con la desolante impotenza dei reparti più avanzati della sinistra italiana: comunisti, movimenti antiglobal, sindacati, ecc.   Il silenzioso voto del Parlamento ha sanzionato, senza alcun accenno di protesta esterna, il passaggio dell’Italia sotto la sovranità di una Costituzione europea che asseconda il processo, già iniziato, di ridurre ad un cumulo di macerie le conquiste sociali e politiche scritte nella nostra Costituzione repubblicana.   Come ha fatto giustamente notare Luciana Castellina sul Manifesto (25/5/05) “nessuno si è accorto anche perché nemmeno Rifondazione Comunista, che pure ha votato no, e i movimenti che contro si sono pronunciati, ha fatto qualcosa per mobilitare l’opinione pubblica, né prima – si da ridurre il danno – né dopo, per far conoscere e denunciare il guaio”.