da http://www.lernesto.it
Quando si dice
“un’altra Europa”
di Fausto Sorini
16/06/2005
Il nodo strategico non è la Costituzione europea, ma quale alternativa di
progresso all’Unione Europea
Nel prossimo numero de l’Ernesto affrontiamo il tema dell’Europa, alla luce del
terremoto politico determinato dalla vittoria dei NO nei referendum di Francia
e Olanda. E lo facciamo pubblicando articoli scritti prima e dopo l’esito
referendario, per confermare il carattere non congiunturale, bensì strategico,
delle questioni con cui ci confrontiamo e che la vittoria del NO rende più
stringenti.
L’articolo di Georges Labica analizza il voto francese e propone alle forze di
progresso il tema, irrisolto, del progetto strategico di un’altra Europa,
aperta al Sud del mondo e quindi alternativa alle fondamenta transatlantiche e
liberiste dell’Unione Europea (UE). I contributi di Diana Johnstone,
dell’europarlamentare Pedro Guerreiro e del generale francese Henri Paris
esaminano invece in modo analitico le caratteristiche liberiste, militariste e
neo-atlantiche della “Costituzione europea”, la cui ratifica – clamorosamente
travolta – avrebbe dovuto cristallizzarle come fondamenta irreversibili del
progetto neo-imperialista, neo-liberista dell’Unione europea del 21° secolo. E
con ciò pongono il tema di un’altra Europa in termini che trascendono
l’orizzonte limitato di una mera rinegoziazione della “Costituzione” bocciata
che si muova dentro i confini angusti dell’UE.
L’UE non è un contenitore neutrale, tinteggiabile di destra o di sinistra a
seconda delle circostanze o del congiunturale prevalere nel Parlamento europeo
di maggioranze di centro-destra o di centro-sinistra (maggioranze di
alternanza), bensì un progetto strutturato, che viene da lontano, di
costruzione di un nuovo polo capitalistico e imperialistico sovranazionale,
consolidato negli anni da innumerevoli vincoli e trattati, come quelli di
Maastricht, di Nizza, con la formazione dell’euro e di una Banca Centrale
Europea con relativo Patto di Stabilità; e di una PESC (Politica estera e di
sicurezza comune) che cerca spazi di relativa autonomia dagli Stati Uniti
dentro le strutture e le compatibilità della NATO e della solidarietà atlantica
e non certamente in alternativa ad esse (una sorta di “condominio imperiale”
per il governo del mondo).
Rispetto a queste problematiche le forze di sinistra critica in Europa (quelle
cioè che dichiarano di proporsi un progetto alternativo e non di mera
alternanza) hanno espresso fondamentalmente tre tipi di approccio.
1)Un primo filone è quello del cosiddetto “SI’ critico” alla Costituzione
europea, che pur criticando l’impianto liberista e atlantico del Trattato,
ritiene che la “costituzionalizzazione” di questa Unione Europea (con tanto di
esercito europeo), per quanto discutibile, rappresenti comunque un passo avanti
nella costruzione di un contrappeso agli Stati Uniti, al loro modello sociale,
alla loro politica estera e militare aggressiva. E che una crisi di questa UE,
accentuata dalla vittoria dei NO, determina un quadro non più avanzato, bensì
più favorevole all’egemonia USA sull’Europa.
Per dirla con le parole di Pietro Folena : “Ho votato a favore della
Costituzione, con un SI’ critico, perché ritenevo che dopo questo voto il
rischio è che il processo di integrazione si fermi…Oggi il problema è far
ripartire il processo costituente su basi nuove…Lavorare ad una vera
Costituzione…demandando al parlamento europeo …poteri costituenti…La sinistra
nel suo complesso (coloro che hanno sostenuto il NO e chi ha espresso un SI’
critico) oggi possono lavorare insieme…ad una Costituzione più sociale e meno
liberale”.
Per parte sua Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI, sostiene che
“i partiti comunisti europei (che sostengono il NO alla Costituzione – NdR)
sbagliano. La bocciatura inflitta alla Francia è soprattutto una vittoria della
linea USA” che è quella di ”far fallire l’unità europea, perché un’Europa
politicamente unita e dotata di una propria difesa è in grado di controbilanciare
il loro potere. Mentre, da solo, nessun Paese del nostro continente può
farlo…Questa Costituzione europea è arretrata socialmente, non si accenna
neppure al ripudio della guerra. Però, visto che non mi sembra che esistano
rapporti di forza per una rivoluzione del proletariato, era un passo
avanti…[Oggi quella] Costituzione va rimeditata”.
In questo filone, che se avesse prevalso a sinistra avrebbe impedito la
vittoria dei NO ai referendum di Francia e Olanda (e certamente non sarebbe
stato egemone nel fronte del SI’, dove sono del tutto prevalenti i conservatori
europei e le componenti più moderate, neo-liberali e atlantiste della
socialdemocrazia europea) si ritrovano alcuni settori di sinistra
socialdemocratica, alcune componenti più moderate della sinistra alternativa
(ad es. settori di Izquierda Unida e della PDS tedesca, minoritari nelle
rispettive formazioni) e tra i comunisti europei il solo PdCI.
Oggi queste componenti si pronunciano, al pari di alcuni settori del NO, per la
“rinegoziazione” di un nuovo “Trattato costituzionale”, ma non contestano
l’idea in sé di una “costituzionalizzazione” dell’UE.
2)Un secondo approccio a sinistra è quello dei fautori del NO che contestano i
contenuti di questa Costituzione (liberismo, atlantismo, riarmo, esercito
europeo, assenza del ripudio della guerra…), ma ritengono che una
“rinegoziazione” nell’ambito di un processo costituente che investa i popoli e
il Parlamento europeo possa - nell’ambito di questa UE - approdare ad una
“nuova Costituzione” avanzata. Dunque, un approccio “emendativo”, che non
contesta - al pari dei fautori del SI’ critico - la “costituzionalizzazione”
dell’UE, con poteri sovranazionali di tipo federale, da cui verrebbe oltretutto
esclusa una grossa porzione dell’Europa (Russia compresa), dove vive circa un
terzo della popolazione del continente (altro che “unione” !).
In questo secondo filone (il NO “riformista”) si ritrovano alcuni settori di
sinistra della socialdemocrazia europea e – in sintonia con essi - buona parte
dei gruppi dirigenti del Partito della Sinistra Europea (SE), che ha fatto di
questa posizione “interna” al quadro UE uno dei tratti fondanti del suo profilo
programmatico. Troviamo qui una linea che sostiene che “un’altra costituzione è
possibile” e che dunque “il Parlamento europeo colga l’occasione e diventi
protagonista” (Fausto Bertinotti); che chiede “la rinegoziazione del Trattato”
e il “rilancio di un processo costituente” (Gennaro Migliore).
Più sfumato il giudizio espresso collettivamente, dopo i due referendum, dal
Consiglio dei Presidenti della SE (che riunisce i leaders dei partiti membri) e
che probabilmente riflette una non compiuta omogeneità di vedute. Non si parla
di rinegoziazione di una nuova Costituzione, vi si afferma che “l’attuale
trattato è politicamente morto” e che “bisogna ridiscutere le fondamenta e gli
obiettivi dell’Unione europea e le sue politiche economiche, sociali,
ambientali, istituzionali e internazionali”, con una discussione che “deve
essere aperta prima di tutto ai popoli europei che dovranno essere protagonisti
della nuova costruzione UE”; e dove “i parlamenti nazionali e il parlamento
europeo siano immediatamente coinvolti in questo nuovo processo”.
Il linguaggio è certamente radicale, ma il quadro di riferimento strategico resta
l’UE. E il tema della NATO e dell’autonomia dalla NATO non è neppure nominato.
3)Un terzo approccio a sinistra caratterizza la posizione della maggioranza dei
partiti comunisti del continente (dell’Est e dell’Ovest) e di una serie di
forze di sinistra anticapitalistica (per lo più critiche, anche su questo
punto, nei confronti del Partito della Sinistra Europea). Esso non si
differenzia dalle altre due posizioni rispetto all’ esigenza condivisa di
lottare per rivendicazioni parziali all’interno dell’attuale quadro UE (contro
la direttiva Bolkestein, ecc…). L’Unione europea esiste, esisterà probabilmente
per un periodo non breve - nonostante la crisi profonda che attraversa - e non
ci si può estraniare dalla dialettica politica e programmatica che vi si svolge
in nome di un’ Europa futura, tutta da costruire. Ciò vale del resto anche per
i Paesi europei che non sono nell’UE, ma che hanno rapporti fortemente
integrati con essa (come ad esempio la Norvegia, che pure sopravvive
egregiamente anche al di fuori dell’UE…).
Il punto è - questa l’essenza strategica della terza posizione - che le forze
che si richiamano al socialismo ed ad un’alternativa anti-liberista, contrarie
alla guerra e all’imperialismo; le forze che vogliono un’Europa unita e
autonoma dagli Stati Uniti e dalla NATO, fondata non su poteri federali
sovranazionali, ma sulla cooperazione paritaria tra Stati sovrani, non
imperialista bensì amica e cooperante coi popoli del Sud del mondo, non possono
pensare di perseguire compiutamente tali obbiettivi dentro il quadro e le
compatibilità dell’UE e delle sue istituzioni, ma debbono avanzare un progetto
alternativo. Esso è tutto da costruire e diventa ancora più pressante proprio
in presenza della crisi attuale dell’UE e del terremoto politico che l’ha
investita grazie alla vittoria dei NO. E non è detto che le tappe intermedie
più conseguenti nella direzione giusta necessariamente coincidano con la
salvaguardia di questa UE a 25, nella quale il condizionamento dei Paesi più
legati agli USA si è rivelato fortemente condizionante (ecco un punto da
approfondire…).
Si continua inoltre a discutere come se L’UE fosse tutta l’Europa. E per quanto
il personaggio non susciti in noi grande simpatia, è difficile dar torto a
Michail Gorbaciov quando, all’indomani dei referendum di Francia e Olanda (La
Stampa, 4 giugno 2005), sostiene che “l’idea di una Grande Europa Unita
[fattore geopolitico di significato planetario] non è risolvibile semplicemente
con l’allargamento dell’UE”, cioè per assorbimento o cooptazione; e che “un
processo paneuropeo di questa ampiezza non può essere costruito soltanto dalla
parte occidentale”. Al contrario, “occorre che vi prenda parte la parte
orientale. L’Europa deve poggiare su due pilastri e nell’iniziativa volta alla
creazione di uno spazio economico comune tra Russia, Ucraina, Bielorussia e
Kazakhstan io vedo il progetto della costruzione del pilastro orientale della
casa europea”. Per cui si tratta di “respingere paure e inquietudini ereditate
dalla guerra fredda…e dare corso a una svolta più meditata, più efficace,
davvero pan-europea”.
Tale svolta (ecco un altro punto rimosso…) dovrebbe innanzitutto opporsi ad
ogni interferenza neo-imperialistica degli USA, dell’UE e della NATO negli
affari interni dei Paesi dell’area ex sovietica, come invece è avvenuto –
pesantemente – nelle vicende di Ucraina, Georgia, Paesi baltici e come sta
avvenendo in Bielorussia, Moldavia e nella stessa Russia (a partire dal
sostegno di alcuni servizi segreti occidentali al terrorismo ceceno, di cui ci
ha più volte parlato con cognizione Giulietto Chiesa, anche sulle colonne di
questa rivista).
Un intellettuale britannico vicino a Tony Blair, ha scritto dopo la guerra in
Iraq che in Europa il bivio è “tra euroasiatici, che vogliono creare
un’alternativa agli Usa (lungo l’asse Parigi – Berlino – Mosca – Delhi –
Pechino) ed euroatlantici, che vogliono mantenere un rapporto privilegiato con
gli Usa”. Tony Blair ha espresso con chiarezza la sua linea euroatlantica,
quella di “una potenza unipolare fondata sulla partnership strategica tra
Europa e America”. Per dirla con Sergio Romano, “una grande comunità atlantica,
dalla Turchia alla California, di cui Londra sarebbe il perno e la cerniera”.
Se invece l’Europa vuole reggere il confronto con gli Usa ed uscire dalla
subalternità atlantica, deve essere aperta ad accordi di cooperazione e di
sicurezza con la Russia (che è parte dell’Europa), con la Cina, l’India; e con
le forze più avanzate e non allineate che si muovono in Africa, in Medio
Oriente, in America Latina.
Come ha ben sintetizzato Samir Amin, “un avvicinamento autentico fra l’Europa,
la Russia, la Cina, l’Asia costituirà la base sulla quale costruire un mondo
pluricentrico, democratico e pacifico”. Dunque un’ Eurasia non allineata, che
può rappresentare un interlocutore fondamentale anche per le forze progressiste
in Africa e America Latina.