da http://pd.cpim.org/2005/0612/06122005_euro.htm
CP India (M), su People’s Democracy vol XXIX n°24; del 12/6/05
La Francia
ed i Paesi Bassi votano ‘No’ alla Costituzione UE
di S.M.Menon,
People’s Democracy (organo settimanale del Partito Comunista
dell'India (Marxista)
12/6/05
In parte pacifica insurrezione no global, in parte espressione viscerale
di una paura dell'ignoto ed in parte una ricaduta nello sciovinismo antica
maniera - nei referenda tenuti in Francia ed nei Paesi Bassi, i cittadini di
questi due membri fondatori dell'Unione Europea, hanno votato schiacciantemente
contro la prossima fase di integrazione continentale che avrebbe visto
l’adozione in tutti i paesi dell’Unione europea di una costituzione concordata.
Quella che ci si aspettava fosse una questione spiccia della Francia, si è
trasformata in una sonora vittoria per il campo del no. E quella che sembrava
una causa persa nei Paesi Bassi si è trasformata, alcuni giorni dopo, nel
contesto generato dal risultato francese, in rotta ignominiosa.
Poco dopo, il Regno Unito da dato l’annuncio che avrebbe posticipato sine die
il proprio referendum sulla Costituzione UE. Il Primo ministro britannico Tony
Blair ha poi fatto una breve visita al di là dell'Atlantico per una riunione di
vertice col suo comandante in capo, il presidente US George Bush. Sebbene il
vertice fosse stato progettato con molto anticipo, la successione degli eventi
è parsa solo accreditare nel continente europeo i sospetti che il Regno Unito
stava intimamente esultando della confusione nella quale il progetto europeo
era affondato. E Blair, che è guardato con estremo sfavore nella maggioranza
dei paesi europei a causa della sua servile obbedienza ai dettami degli Stati
Uniti, non ha fatto una bella figura. Il sospetto che il Regno Unito sia il
cavallo di Troia per sovvertire il progetto di integrazione europeo
dall’interno, è ora un dato di fatto acquisito.
Quando il polverone si è diradato tuttavia, molto è rimasto misterioso
nell’esito dei referenda gemelli. Il Presidente francese Jacques Chirac ha
fatto campagna per il "sì", promettendo che la costituzione UE
sarebbe stata un baluardo contro lo stile angloamericano di globalizzazione e
la difesa più sicura che l’Europa potesse ergere per il suo particolare modello
di democrazia sociale. Il grossolano carattere competitivo dell’alleato
trans-atlantico- personificato nella più recente filosofia del laissez-faire
sociale- in altre parole, non era parte del disegno. Sfortunatamente per Chirac
e la vasta schiera dei propugnatori del progetto europeo, è però stato
percepito dalla maggior parte di elettori precisamente in quel modo.
Un mix curioso
Con una gran massa di articoli e
piena di dettagli apparentemente banali su diversi aspetti della vita sociale,
la Costituzione EU è stata poco capita da quelli chiamati a determinarne il
futuro. Fra gli elettori francesi il "no" ha avuto una maggioranza
chiara del 52%, che ha votato così perché ha pensato che i tempi erano grami,
il lavoro stava scomparendo e i politici, che avevano promesso miracoli
economici dal progetto europeo, avevano perso la loro fiducia. Un altro pezzo
significativo del 40%, in parte coincidente con la prima categoria, ha detto di
trovare la costituzione troppo liberale dal suo punto di vista. Ed ancora un
altro gruppo trasversale del 35% ha pensato che votare contro la costituzione
era un modo per tenere la Turchia fuori dall'Unione europea.
E’ stato questo mix curioso di ben giocate lamentazioni
economiche, di sfiducia nei politicanti, di sospetti fondati solo a metà su
lobby affaristiche che stavano spingendo la costituzione e uno sciovinismo
vecchia maniera che ha contribuito al sonante voto no della Francia. Il quadro
nei Paesi Bassi è stato quasi uguale.
A sostenere la causa per la costituzione sono stati statisti di destra come
Chirac ed il primo ministro olandese Jan Peter Balkenende, gruppi ambientalisti
ora organizzati politicamente sotto la bandiera dei Verdi e partiti del centro
come i Socialisti francesi ed i Socialdemocratici olandesi. Schierati sul lato
opposto erano la sinistra comunista in entrambi i paesi, e pensatori più rigidi
dal campo socialista, come l’ex primo ministro francese Laurent Fabius. A loro
tenevano una scomoda compagnia in questa alleanza provvisoria contro la
costituzione, elementi dell’estrema destra, come Jean-Marie Le Pen in Francia e
i resti del campo che si era riunito attorno alla fine di Pim Fortuyn nei Paesi
Bassi.
Gli amareggiati sostenitori della costituzione UE hanno argomentato che il
"campo del no" non avrebbe mai vinto senza l'appoggio dell'elemento
dello sciovinismo dell’estrema destra. Anche se ciò è probabilmente vero in
puri termini numerici, non si può tuttavia negare il significato della
mobilitazione popolare dalla sinistra contro il trattato in Francia e nei Paesi
Bassi. I referenda, infatti indicano una crisi di legittimità crescente del
processo di globalizzazione guidato dal capitale finanziario che ha dominato lo
spazio politico per quasi due decadi. La costituzione UE, che proclamava di
essere varie cose- una carta della libertà e dei diritti umani irrinunciabili
per il popolo europeo, e la più sicura garanzia che il conferimento dei diritti
ottenuti in decenni di lotte per un salario decente, orari di lavoro regolati,
un pensionamento sicuro e l’accessibilità all’istruzione e alla cura della
salute, non si sarebbe perso nell'onda montante della globalizzazione. Ma alla
fine, la realtà è stata che la costituzione è stata considerata come una carta
dei diritti per il capitale finanziario, che prospettava al popolo il solo
ruolo di sostegno.
Ad ogni modo è giusto che i primi segnali di una crisi potenzialmente fatale
del progetto di integrazione europeo dovesse venire dalla Francia. In nessun
altro luogo del continente c’è un’ambizione altrettanto sviluppata di
imbrigliare il potere geopolitico oscenamente gonfiato esercitato dagli Stati
Uniti. In nessun altro luogo è meglio evoluta la resistenza organizzata ai
piani governativi di abbandonare le responsabilità del welfare state ed
abbracciare un modello controllato puramente dalla finanza. Nell’assumere la
presidenza francese nel 1995, tra le priorità di Chirac c’era quella di varare
un corso radicale di quelle che vennero dette "riforme" del settore
sociale del paese. I suoi progetti vennero fermati da un'ondata di scioperi
degli impiegati del settore pubblico, che godevano di un enorme sostegno
popolare, avendo la qualità di servizi pubblici in Francia un significato
storico, essendo la più importante fonte di identificazione coi i valori
repubblicani e civici della nazione.
Mancanza di miglioramento
Chirac ha poi cercato di
tagliare il nodo gordiano chiamando, nel 1997, alle elezioni generali
anticipate dell’Assemblea Nazionale Francese. Si trovò solo ad affrontare un
mandato inequivocabile per il partito Socialista, che immaginò non avesse i
tempi per fare le riforme. La sua grande opportunità venne nel 2002, quando
capitalizzò sul senso di inquietudine pubblica di fronte ad un’affermazione
inaspettatamente forte alle elezioni presidenziali del fanatico della destra Le
Pen, che garantiva una larga maggioranza per il suo partito nell’Assemblea
Nazionale. Ora ha dovuto congedare l’incolore primo ministro da lui poi
nominato, Jean-Pierre Raffarin, perché il risultato del referendum, più di
qualsiasi altra cosa, è un secco rifiuto della sua leadership.
Le ambizioni francesi e tedesche di forgiare un’Europa che nel suo
radicamento e diffusione economica potesse essere un contrappeso allo
"strapotere" degli Stati Uniti, chiaramente hanno patito una
sconfitta. E la ragione principale è stata che per tutto l’avanzamento
realizzato negli ultimi quindici anni sul progetto di integrazione, i dati
aggregati di benessere economico non hanno mostrato un grande incremento. La
disoccupazione- per prendere l'indicatore più significativo- è rimasta
nell'euro-zona caparbiamente vicina a segnare il 10% per circa una decade. Nel
corso degli anni c’è stata qualche fluttuazione ma nessun miglioramento percepibile
dall’opinione pubblica come un effettivo beneficio dell'integrazione europea.
Dopo il rialzo economico sperimentato nel 2003, nell'euro-zona ha avuto luogo
una crisi. Come indica l'ultimo World Economic Outlook (pubblicazione
biennale del Fondo Monetario Internazionale) lo scenario della crescita globale
ora è divenuto più squilibrato, essendo "più forte delle aspettative"
la registrazione degli Stati Uniti e "deludenti" le prestazioni di
europei e giapponesi. Più significativamente, si sono notevolmente aggravati
gli squilibri che hanno caratterizzato queste economie avanzate di mercato fin
dai primi anni ‘90. Gli Stati Uniti continuano ad essere sommersi nel rosso,
registrando sul conto estero un mastodontico deficit dopo un altro, risucchiando
dal mondo enormi volumi di risparmi per finanziare il loro consumo dissoluto.
Europa e Giappone continuano ad essere in eccedenza, anche se più modestamente
che negli anni passati.
Una volta c'era un pareggio netto tra il deficit degli Stati Uniti e le
eccedenze della controparte giapponese ed europea. Adesso non più. Secondo
l'edizione 2003 di Global Economic Prospects della Banca
Mondiale, nel modello US il debito aveva cominciato a spostarsi
significativamente. Come perno finanziario principale nella regione europea, il
Regno Unito ha ovviamente dominato gli afflussi finanziari negli Stati Uniti.
Nonostante ciò, l’area dell'euro ed il Giappone che erano i principali centri
di richiesta per i titoli US, hanno lasciato luogo all’Est Asia e all'America Latina.
L’indice del 25% nel 2000 di acquisti dell'area dell’euro di beni esteri
denominati in dollari, nel 2002 era precipitato al 5%. Ci fu, nella stima della
Banca Mondiale, un "grande calo di richiesta relativa ai beni basati sul
dollaro" che ha teso a rialzare la valuta dell'euro. Si è anche verificato
un relativo declino nell'importanza dello scambio commerciale tra l'euro-zona e
gli Stati Uniti.
Crisi delle economie avanzate
Evidentemente i
risparmi finanziari generati nell'euro-zona stanno andando in modo crescente a
finanziare il progetto di integrazione europea, piuttosto che il deficit degli
Stati Uniti. L'edizione del 2005 della
pubblicazione annuale della Banca Mondiale, Global Development Finance,
pone attenzione ad un fatto interessante. Contrariamente alla cupa realtà dello
scorso quarto di secolo, i paesi in via di sviluppo ora stanno producendo
grandi eccedenze di conto corrente. Mentre l’enorme crescita delle riserve di
valuta estera dell’India negli ultimi anni è stata ben illustrata, la Banca
Mondiale attira l’attenzione sulla più ampia realtà di un" fenomeno molto
esteso". Effettivamente, dei 132 paesi in via di sviluppo che durante
l'anno solare 2004 hanno riportato scambi in riserve di valuta estera, non meno
di 101 hanno registrato un'accumulazione. Secondo la Banca Mondiale, una
"considerevole porzione" di questa accumulazione è investita in
obbligazioni del Tesoro degli US, "indicativo della crescente messa in
gioco dei paesi in sviluppo nel sistema finanziario globale".
Perché i paesi in via di sviluppo dovrebbero investire gli stentati
risparmi per tenere su un sistema che ha dato loro poco di buono, è chiaramente
una domanda che la Banca Mondiale preferirebbe evadere. C'era un tempo in cui
si pensava che sui paesi in sviluppo incombesse una crisi sociale: avevano
troppe persone che raggiungevano insieme l'età dell’accesso al lavoro e
capitali insufficienti per assicurare loro il lavoro. Nel loro sforzo per
ottenere i fondi per industrializzarsi e generare lavoro, hanno determinato una
crisi di indebitamento. Hanno preso in prestito quantità enormi di capitali dal
mondo sviluppato ma li hanno dissipati tutti nel sostenere il livello di vita
delle loro élite. Molto poco è andato all’investimento produttivo per generare
lavoro e a misure per rimborsare il debito.
Oggi, il quadro è piuttosto diverso. In
una nuova ed ironica svolta della storia dell'ordine economico globale, i paesi
in sviluppo stanno esportando capitale agli Stati Uniti, per assicurare loro la
stabilità economica. E le economie avanzate stanno affrontando una crisi
sociale di inverso ordine e dimensione: le loro popolazioni stanno invecchiando
e in proporzione, il numero di persone in età produttiva sta del tutto
precipitando. E sta diventando sempre più difficile sostenere i costi della
sicurezza sociale e della cura della salute di questa popolazione invecchiata.
Essendo il liberalismo economico la filosofia regnante, i politici stanno
volgendo la loro attenzione verso lo smantellando della sicurezza sociale, piuttosto
che ad aumentarla.
Negli Stati Uniti, il presidente George Bush ha cominciato il suo secondo
mandato con la priorità della politica nazionale di privatizzare la sicurezza
sociale. Ha scelto, come sempre, un eufemismo ingannevole per descrivere il
processo: le tasse della sicurezza sociale nel suo schema, non andrebbero in un
fondo consolidato dal quale sarebbero pagati i benefici, ma in "conti
personali" che darebbero ad ogni sottoscrittore il diritto di proprietà.
La classe operaia degli Stati Uniti, inondata dalla propaganda ufficiale e
dalla disinformazione dei media, deve ancora afferrare pienamente che questo è
piuttosto chiaramente un tentativo di rigirare le somme massicce che si
accumulano ogni anno come tassa di sicurezza sociale, ai volponi della finanza
di Wall Street, ad alimentare la loro frenesia speculativa in borsa.
Le assicurazioni di sicurezza sociale in Europa sono una norma, non vengono
pagate da un fondo di garanzia ma vengono dai redditi generali di stato. In
questo rispetto, il progetto di integrazione europeo è una minaccia molto
palpabile al welfare delle popolazioni invecchiate, in quanto esso sancisce che
il deficit di bilancio dei governi membri non deve eccedere il 3% del Pil.
Questo provvedimento fondamentale del Patto di Crescita e Stabilità europea (o
GSP) ora è stato scritto nella costituzione UE come un dovere fondamentale
degli stati membri. Questo è stato sancito nonostante il fatto che tutte le
principali economie del continente- Francia, Germania e l'Italia- negli ultimi
anni abbiano dovuto chiedere ripetutamente una deroga a questa regola di ferro
del GSP. La pressione democratica dalla classe operaia per sostenere il modello
sociale dell'Europa ha prevenuto gli esorbitanti tagli di spesa necessari per
realizzare gli obiettivi di GSP. Poco stupore quindi, che il tentativo di
elevare questa norma piuttosto vaga di prudenza fiscale allo status di una
responsabilità costituzionale sia stato decisivamente abbattuto dal voto da una
vasta mobilitazione ideologicamente incrociata in Francia e nei Paesi Bassi.
Traduzione dall’inglese Bf