www.resistenze.org - osservatorio - europa - politica e società - 14-07-05

dell'Associazione Comunista IL PIANETA FUTURO (Pisa)
EDITORIALE pianeta futuro -  NUMERO 6 - giugno 2005

 

La Francia giacobina fa a pezzi l’Europa


In queste settimane si sono determinati eventi che stanno mutando il quadro internazionale (e nazionale), complicandolo sempre di più. Da un lato la guerra (imperialista e permanente) degli USA e dei suoi alleati è nel pantano per la Resistenza irachena che, pur con tutte le contraddizioni, rappresenta una opposizione politica e militare radicata nel paese: le truppe USA hanno disperso a colpi di fucile manifestazioni di piazza e alti ufficiali del comando americano  riconoscono ormai che gran parte dell’Iraq sfugge al loro controllo; dall’altro abbiamo assistito alla debacle del Trattato dell’UE per merito dei popoli francese e olandese che hanno respinto con il referendum una “Carta Costituzionale” iperliberista, priva di tutele e diritti per i lavoratori, incardinata sull’economia capitalistico-finanziaria della Banca Europea, delle lobbies economico-finanziarie e delle imprese multinazionali. Tale Carta è tesa a scardinare definitivamente le conquiste dello Stato Sociale che, più o meno sviluppato nelle varie nazioni, ha rappresentato nel dopoguerra la caratteristica più avanzata delle “democrazie” capitalistiche europee, fondate sul compromesso sociale e politico tra capitale e lavoro.

Il rifiuto di Francia e Olanda è netto: No a questa Europa liberista che propina la direttiva Bolkestein (emanata durante la Presidenza di Prodi nella Commissione Europea, un pessimo biglietto da visita per un futuribile governo dell’Unione!) con l’obiettivo di annientare le garanzie salariali e sindacali attraverso l’equiparazione del trattamento dei lavoratori alle condizioni del paese in cui l’azienda ha la sua sede legale (ed è infatti già cominciata la corsa a spostare le sedi nei paesi con meno garanzie, soprattutto nell’Est europeo); un No anche all’Europa che si propone come nuovo polo imperialistico, armato di un proprio esercito, a cui tutti i paesi aderenti devono contribuire con un aumento esponenziale delle spese militari a danno delle spese di carattere sociale.


Nel voto contro il Trattato europeo, che abbiamo salutato come un segnale positivo contro questa Europa neocolonialista e neoimperialista, si mescolano tuttavia istanze sociali e antiliberiste con rigurgiti ipernazionalisti e xenofobi. Il tratto comune è rintracciabile nella paura e nel rifiuto di perdere diritti e conquiste materiali: nelle condizioni di arretramento economico e di recessione,
la prima risposta non è necessariamente quella della lotta di classe e della ripresa del conflitto: può invece avere il sopravvento la spinta reazionaria e xenofoba che imputa all’immigrazione e alla società multirazziale la perdita di diritti e la crescita dell’insicurezza sociale.È successo così in Francia negli anni Ottanta con il Fronte nazionale, come pochi anni or sono in Olanda e Belgio. Anche in Italia, a parte il localismo xenofobo, razzista e antieuropeo della Lega Nord, si è sviluppata una critica antiliberista da parte del movimento no global, che è stata però chiusa nel dibattito parlamentare, evitando il ricorso al referendum sul Trattato di Maastricht che il PRC si era impegnato a promuovere, ma che è finito nell’oblio.


Da questi elementi occorre ripartire per costruire da sinistra un nuovo progetto di classe nazionale ed europeo. Non ci sono allo stato attuale le condizioni per prspettare un’Europa socialista e un programma di transizione, ma occorre impegnarsi perché i movimenti assumano una più chiara connotazione anticapitalistica, per impedire che le masse popolari siano fatalmente e tragicamente attratte dalle sirene della destra estrema e fascista. Nello stesso tempo non dobbiamo assumere posizioni settarie e lontane dai bisogni reali delle classi subalterne, le quali hanno dimostrato di non seguire proclami ideologici e programmi tanto perfetti sulla carta quanto astratti e improponibili nelle proposte  politiche.

I risultati francese ed olandese aprono scenari complessi anche per le diplomazie, ed il rischio è che si tenti di forzare il varo del “Trattato Costituzionale”, eludendo la sovranità popolare: sarebbe l’ennesima dimostrazione dell’autoritarismo liberista espresso dalle burocrazie euro-finanziarie. I primi effetti al voto popolare della Francia sono gli attacchi all’UE in nome degli arroganti interessi britannici, che fanno saltare il bilancio comunitario negando il proprio contributo alle politiche agricole comunitarie.

 

L’Italia vandeana: la rinascita del clerico-centrismo bipartisan.

In Italia, al contrario, le tensioni economico-sociali introdotte dall’Euro e dalle direttive europee stanno scompaginando le alleanze nei poli, ma chi per adesso ha mostrato una maggiore capacità reattiva, propositiva e tattica sono le forze centriste, che stanno riannodando le fila di un neoconservatorismo in materie economiche, sociali, etiche, come dimostrano le posizioni assunte nel referendum per la modifica della Legge 40 sulla procreazione assistita, la vittoria del boicottaggio come risultato della ritrovata egemonia politica nella società della Chiesa cattolica (primo lascito di papa Woytila e passaggio di testimone al ben più grigio e dogmatico papa Ratzinger).


Il risultato disastroso del referendum dimostra il misto di indifferenza e arretratezza culturale e politica di buona parte del popolo italiano, anche frutto del ripiegamento della “sinistra” sul terreno ideologico dell’avversario di classe. Ciò ha permesso a politici fondamentalisti, con cariche istituzionali come il Presidente del Senato Pera (ex-laico) e il Presidente della Regione Lombardia Formigoni, di utilizzare la vittoria dell’astensione per sostenere che il popolo italiano chiede che quei “valori” diventino fondanti della vita politico-istituzionale; si profila dunque il baratto della laicità dello Stato con una ricomposizione neocons tra i poteri forti della borghesia imprenditoriale e della rendita (Confindustria, Istituti Assicurativo-finanziari), le centrali sindacali concertative e i settori neocentristi degli schieramenti, per impedire qualsiasi discontinuità - anche solo redistributiva del reddito tra le classi - per risolvere la crisi strutturale del Paese. In molti si candidano a rappresentare politicamente questa prospettiva (Rutelli, Mastella, Casini/Follini, ora anche Formigoni?), che ancora non ha trovato un progetto coerente.

 

Montezemolo, Monti, Rutelli e la favola dell’Unione di sinistra

In questo contesto, con la crisi che attraversa l’Unione e la dissoluzione della FED/Ulivo, le uniche forze che si attardano nel perseguire la strategia bipolare sono quelle di sinistra, tra cui il PRC. Verdi e PdCI hanno da tempo rinunciato a qualsiasi autonomia politica rispetto al centrosinistra, tanto è vero che  Diliberto ha addirittura criticato il voto al referendum francese (e chi in Italia ha gioito per quel voto di rottura) perché “meglio una Costituzione qualunque piuttosto che nulla”! Anche Rifondazione, di fronte allo scontro aperto da Rutelli nella Margherita e nella FED, non ha saputo trovare di meglio che appellarsi a Prodi come leader di tutto lo schieramento dell’Unione, con uno spirito bipolare ormai pienamente acquisito: la liturgia delle primarie sancirà definitivamente la subalternità organica del PRC all’alleanza del centrosinistra.


Quello che manca completamente è la capacità di una proposta politica anche solo pallidamente di sinistra: invece di programmi, di idee su cui costruire uno schieramento che imponga una discontinuità se non una rottura, si invoca una tanto evocativa quanto inconsistente “democrazia partecipata” , a cui immolare eventualmente le incapacità di imporre soluzioni di “sinistra”. Certo, se la “democrazia partecipata” che auspica Bertinotti si traduce nel modello dell’autoritarismo amministrativo di Cofferati, c’è da stare tranquilli!


Intanto, ci sono molti candidati a premier per l’Unione (qualora Prodi fosse costretto alla resa), o comunque a Ministeri economici strategici: Montezemolo e Monti hanno già scritto i loro programmi bipartisan, per non dimenticare Fazio sempre pronto a scendere in campo nel momento del “bisogno” (non importa da che parte, vista la sostanziale coerenza capitalistica dei programmi dei due schieramenti).

La fisionomia politica del centrosinistra si va sempre più sbilanciando verso le componenti della borghesia neoconservatrice: perfino la rappresentanza politica del blocco sociale interclassista dell’Unione sta venendo meno, sostituita dall’espressione diretta degli interessi padronali, speculativi e della rendita.

Un’involuzione drammatica, a cui solamente una nuova autonomia della sinistra di classe (e soprattutto dei comunisti) potrebbe cominciare a fornire risposte credibili, con iniziative sociali, sindacali e politiche per concretizzare le aspettative, altrimenti solo astratte, di “un altro mondo possibile”.

 

 

(25 giugno 2005)