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dell'Associazione Comunista
IL PIANETA FUTURO (Pisa)
EDITORIALE pianeta futuro - NUMERO 6 - giugno 2005
La Francia giacobina fa a pezzi l’Europa
In queste settimane si sono determinati eventi che stanno mutando il quadro
internazionale (e nazionale), complicandolo sempre di più. Da un lato la guerra
(imperialista e permanente) degli USA e dei suoi alleati è nel pantano per la
Resistenza irachena che, pur con tutte le contraddizioni, rappresenta una
opposizione politica e militare radicata nel paese: le truppe USA hanno
disperso a colpi di fucile manifestazioni di piazza e alti ufficiali del
comando americano riconoscono ormai che
gran parte dell’Iraq sfugge al loro controllo; dall’altro abbiamo assistito
alla debacle del Trattato dell’UE per merito dei popoli francese e olandese che
hanno respinto con il referendum una “Carta Costituzionale” iperliberista,
priva di tutele e diritti per i lavoratori, incardinata sull’economia
capitalistico-finanziaria della Banca Europea, delle lobbies
economico-finanziarie e delle imprese multinazionali. Tale Carta è tesa a
scardinare definitivamente le conquiste dello Stato Sociale che, più o meno
sviluppato nelle varie nazioni, ha rappresentato nel dopoguerra la
caratteristica più avanzata delle “democrazie” capitalistiche europee, fondate
sul compromesso sociale e politico tra capitale e lavoro.
Il rifiuto di Francia e Olanda è
netto: No a questa Europa liberista che propina la direttiva Bolkestein
(emanata durante la Presidenza di Prodi nella Commissione Europea, un pessimo
biglietto da visita per un futuribile governo dell’Unione!) con l’obiettivo di
annientare le garanzie salariali e sindacali attraverso l’equiparazione del
trattamento dei lavoratori alle condizioni del paese in cui l’azienda ha la sua
sede legale (ed è infatti già cominciata la corsa a spostare le sedi nei paesi
con meno garanzie, soprattutto nell’Est europeo); un No anche all’Europa che si
propone come nuovo polo imperialistico, armato di un proprio esercito, a cui
tutti i paesi aderenti devono contribuire con un aumento esponenziale delle
spese militari a danno delle spese di carattere sociale.
Nel voto contro il Trattato europeo, che abbiamo salutato come un segnale
positivo contro questa Europa neocolonialista e neoimperialista, si mescolano
tuttavia istanze sociali e antiliberiste con rigurgiti ipernazionalisti e
xenofobi. Il tratto comune è rintracciabile nella paura e nel rifiuto di perdere
diritti e conquiste materiali: nelle condizioni di arretramento economico e di
recessione,la prima risposta non è necessariamente quella della lotta di classe e
della ripresa del conflitto: può invece avere il sopravvento la spinta
reazionaria e xenofoba che imputa all’immigrazione e alla società multirazziale
la perdita di diritti e la crescita dell’insicurezza sociale.È successo
così in Francia negli anni Ottanta con il Fronte nazionale, come pochi anni or
sono in Olanda e Belgio. Anche in Italia, a parte il localismo xenofobo,
razzista e antieuropeo della Lega Nord, si è sviluppata una critica
antiliberista da parte del movimento no global, che è stata però chiusa nel
dibattito parlamentare, evitando il ricorso al referendum sul Trattato di
Maastricht che il PRC si era impegnato a promuovere, ma che è finito
nell’oblio.
Da questi elementi occorre ripartire per costruire da sinistra un nuovo
progetto di classe nazionale ed europeo. Non ci sono allo stato attuale le
condizioni per prspettare un’Europa socialista e un programma di transizione,
ma occorre impegnarsi perché i movimenti assumano una più chiara connotazione
anticapitalistica, per impedire che le masse popolari siano fatalmente e
tragicamente attratte dalle sirene della destra estrema e fascista. Nello
stesso tempo non dobbiamo assumere posizioni settarie e lontane dai bisogni
reali delle classi subalterne, le quali hanno dimostrato di non seguire
proclami ideologici e programmi tanto perfetti sulla carta quanto astratti e
improponibili nelle proposte politiche.
I risultati francese ed olandese
aprono scenari complessi anche per le diplomazie, ed il rischio è che si tenti
di forzare il varo del “Trattato Costituzionale”, eludendo la sovranità
popolare: sarebbe l’ennesima dimostrazione dell’autoritarismo liberista
espresso dalle burocrazie euro-finanziarie. I primi effetti al voto popolare
della Francia sono gli attacchi all’UE in nome degli arroganti interessi
britannici, che fanno saltare il bilancio comunitario negando il proprio
contributo alle politiche agricole comunitarie.
L’Italia vandeana: la rinascita del
clerico-centrismo bipartisan.
In Italia, al contrario, le
tensioni economico-sociali introdotte dall’Euro e dalle direttive europee
stanno scompaginando le alleanze nei poli, ma chi per adesso ha mostrato una
maggiore capacità reattiva, propositiva e tattica sono le forze centriste, che
stanno riannodando le fila di un neoconservatorismo in materie economiche,
sociali, etiche, come dimostrano le posizioni assunte nel referendum per la modifica
della Legge 40 sulla procreazione assistita, la vittoria del boicottaggio come
risultato della ritrovata egemonia politica nella società della Chiesa
cattolica (primo lascito di papa Woytila e passaggio di testimone al ben più
grigio e dogmatico papa Ratzinger).
Il risultato disastroso del referendum dimostra il misto di indifferenza e
arretratezza culturale e politica di buona parte del popolo italiano, anche
frutto del ripiegamento della “sinistra” sul terreno ideologico dell’avversario
di classe. Ciò ha permesso a politici fondamentalisti, con cariche
istituzionali come il Presidente del Senato Pera (ex-laico) e il Presidente
della Regione Lombardia Formigoni, di utilizzare la vittoria dell’astensione
per sostenere che il popolo italiano chiede che quei “valori” diventino
fondanti della vita politico-istituzionale; si profila dunque il baratto della
laicità dello Stato con una ricomposizione neocons tra i poteri forti della
borghesia imprenditoriale e della rendita (Confindustria, Istituti Assicurativo-finanziari),
le centrali sindacali concertative e i settori neocentristi degli schieramenti,
per impedire qualsiasi discontinuità - anche solo redistributiva del reddito
tra le classi - per risolvere la crisi strutturale del Paese. In molti si
candidano a rappresentare politicamente questa prospettiva (Rutelli, Mastella,
Casini/Follini, ora anche Formigoni?), che ancora non ha trovato un progetto
coerente.
Montezemolo, Monti, Rutelli e la favola dell’Unione
di sinistra
In questo contesto, con la crisi
che attraversa l’Unione e la dissoluzione della FED/Ulivo, le uniche forze che
si attardano nel perseguire la strategia bipolare sono quelle di sinistra, tra
cui il PRC. Verdi e PdCI hanno da tempo rinunciato a qualsiasi autonomia
politica rispetto al centrosinistra, tanto è vero che Diliberto ha addirittura criticato il voto al referendum francese
(e chi in Italia ha gioito per quel voto di rottura) perché “meglio una
Costituzione qualunque piuttosto che nulla”! Anche Rifondazione, di fronte allo
scontro aperto da Rutelli nella Margherita e nella FED, non ha saputo trovare
di meglio che appellarsi a Prodi come leader di tutto lo schieramento
dell’Unione, con uno spirito bipolare ormai pienamente acquisito: la liturgia
delle primarie sancirà definitivamente la subalternità organica del PRC
all’alleanza del centrosinistra.
Quello che manca completamente è la capacità di una proposta politica anche
solo pallidamente di sinistra: invece di programmi, di idee su cui costruire
uno schieramento che imponga una discontinuità se non una rottura, si invoca
una tanto evocativa quanto inconsistente “democrazia partecipata” , a cui
immolare eventualmente le incapacità di imporre soluzioni di “sinistra”. Certo,
se la “democrazia partecipata” che auspica Bertinotti si traduce nel modello
dell’autoritarismo amministrativo di Cofferati, c’è da stare tranquilli!
Intanto, ci sono molti candidati a premier per l’Unione (qualora Prodi fosse
costretto alla resa), o comunque a Ministeri economici strategici: Montezemolo
e Monti hanno già scritto i loro programmi bipartisan, per non dimenticare
Fazio sempre pronto a scendere in campo nel momento del “bisogno” (non importa
da che parte, vista la sostanziale coerenza capitalistica dei programmi dei due
schieramenti).
La fisionomia politica del
centrosinistra si va sempre più sbilanciando verso le componenti della
borghesia neoconservatrice: perfino la rappresentanza politica del blocco
sociale interclassista dell’Unione sta venendo meno, sostituita
dall’espressione diretta degli interessi padronali, speculativi e della
rendita.
Un’involuzione drammatica, a cui
solamente una nuova autonomia della sinistra di classe (e soprattutto dei
comunisti) potrebbe cominciare a fornire risposte credibili, con iniziative
sociali, sindacali e politiche per concretizzare le aspettative, altrimenti
solo astratte, di “un altro mondo possibile”.
(25 giugno 2005)