Per un Forum europeo capace di unire i comunisti
...e le sinistre anticapitalistiche di tutto il continente
di Essere Comunisti
21/10/2005
1° Congresso del Partito della Sinistra Europea (Atene, 29-30 ottobre 2005)
Documento di “Essere comunisti”, area politica del Partito della Rifondazione
Comunista (Italia)
Il 29-30 ottobre 2005 si svolge ad Atene il primo Congresso del Partito della
Sinistra Europea (SE), a un anno e mezzo di distanza dal Congresso costituente
tenutosi l’8-9 maggio 2004 a Roma.
Ci esprimemmo allora criticamente su quella scelta. E poiché riteniamo che,
nella sostanza e sulla base dell’esperienza compiuta, non siano venute meno le
ragioni di quella critica, vogliamo riprenderle e attualizzarle.
1) Avevamo condiviso l’impostazione politica del 5° Congresso nazionale del Prc
(2001) dove si prospettava l’esigenza della "costruzione di un nuovo
soggetto politico europeo (non si parlava di un partito- ndr) per unire … le
forze della sinistra comunista, antagonista e alternativa su scala
continentale…nelle loro diversità politiche e organizzative" e senza
pensare "né ad una fusione organizzativa, né ad un compattamento su base
ideologica". Viceversa il progetto concreto che è stato messo in campo, il
suo profilo politico, programmatico e identitario, non hanno unito, ma diviso
tali forze; non hanno avuto un profilo continentale, ciò pan-europeo (inclusivo
di tutte le grandi aree del continente, dal Portogallo agli Urali, dalla Scandinavia
ai Balcani), ma hanno sostanzialmente coinvolto i soli Paesi dell’Unione
europea.
2) Si sono prodotte così divisioni tra i maggiori partiti comunisti e di
sinistra alternativa europei ed un’incrinatura del rapporto di fiducia
reciproca, che non si sono certo ricomposte nel corso dell’ultimo anno, ma che
tendono anzi a cristallizzarsi.
Con differenti motivazioni, si sono pronunciati in modo critico sulle modalità
di formazione della SE (e oggi riconfermano le loro critiche) il Pc portoghese,
quello greco (Kke), l’Akel di Cipro, la quasi totalità dei Pc dell’Europa
orientale e delle regioni europee dell’area ex sovietica, i partiti della
‘Sinistra verde nordica’, e altri. Constatiamo che la parte più consistente
delle forze politiche a sinistra dell’Internazionale Socialista resta fuori o è
fortemente critica sulla SE.
3) Tale approccio politicamente e ideologicamente selettivo ha prodotto e
cristallizzato un processo inverso a quello, unitario e ricompositivo, che si
era prodotto in Europa, e segnatamente nei paesi dell’Ue, dopo la grande crisi
del 1989 e il crollo del campo socialista in Europa. Dopo il terremoto dell’89
si aprì un travagliato processo ricompositivo che portò infine, nel 1994, alla
formazione del GUE, cioè al gruppo unitario al Parlamento europeo. Dovrebbe far
riflettere la semplice constatazione che dei 41 deputati europei che oggi
compongono il GUE, solo 17 fanno parte di partiti membri a pieno titolo della
SE (e stiamo parlando dei soli partiti dei Paesi dell’Ue, che non è tutta l’Europa).
Sta di fatto che su oltre 40 partiti comunisti e di sinistra alternativa attivi
nei paesi dell'Ue (una sessantina se si considera tutta l'Europa) solo 16 hanno
aderito a pieno titolo alla SE. Tutti gli altri ne hanno preso più o meno
nettamente le distanze, scegliendo di partecipare ai suoi lavori con lo status
di osservatori (9 partiti) o restandone fuori. Nè d’altra parte, nel corso
dell’ultimo anno e mezzo, si sono determinate dinamiche ricompositive.
(4) Mentre i partiti europei socialdemocratici e conservatori lavorano
sull'insieme del continente, Russia compresa, i gruppi dirigenti dei maggiori
partiti della SE (la più parte di essi) operano come se vi fosse ancora il Muro
di Berlino, ignorando l'altra parte dell'Europa ed escludendo dai processi di
aggregazione della sinistra europea - sulla base di veti e preclusioni di
natura ideologica - alcuni dei maggiori partiti comunisti e di sinistra
anticapitalistica del continente.
Nel Consiglio d'Europa (organismo dove sono presenti delegazioni dei Parlamenti
nazionali di tutti i paesi europei, non solo Ue) esiste un gruppo parlamentare
che si chiama anch'esso Gue, che comprende non solo esponenti di partiti che
fanno parte del Gue del Parlamento europeo, ma anche rappresentanti comunisti e
di sinistra di paesi esterni all’UE (come Norvegia, Russia, Ucraina, Moldavia).
Una sorta di GUE pan-europeo, di cui non si parla mai. Basterebbe far
funzionare questo Gue-bis congiuntamente al GUE del Parlamento europeo
(entrambi hanno sede a Strasburgo) ed ecco che già esisterebbe una sede
politica e istituzionale in cui operare su un piano pan-europeo, senza
preclusioni nei confronti di alcuno.
5) E’ difficile negare che, al di là delle migliori intenzioni, l’attività
della SE nell’ultimo anno e mezzo abbia avuto scarsa visibilità ed incidenza
sugli eventi politici, su scala europea e anche nella vita politica nazionale
dei singoli Paesi, come ammettono molti degli stessi partiti fondatori.
Si è voluto attribuire alla SE un ruolo “trainante” nella campagna per il NO
alla Costituzione europea nei referendum di Francia e Olanda: ma in Olanda il
Partito Socialista (che è stato l’anima del NO di sinistra nel suo paese) non
fa parte neppure come osservatore della SE; e in Francia sono gli stessi
protagonisti della vittoria del NO a considerare ininfluente il ruolo svolto
dalla SE.
Anche in Italia, che pure è il Paese dove più si è parlato della SE – per lo
più su Liberazione – la questione è sostanzialmente assente dal dibattito
politico della sinistra e dall’iniziativa sul territorio. A pochi giorni dal
congresso di Atene il corpo militante del nostro partito non solo non è
coinvolto nella discussione, ma per lo più ignora l’evento stesso.
6) Nelle Tesi politiche e programmatiche poste alla base del Congresso di Atene
vi sono certamente alcuni punti su cui è possibile e auspicabile costruire una
convergenza di tutte le forze comuniste e progressiste interne ed esterne alla
SE. Positivo è il sostegno alla battaglia dei NO nei referendum sulla
Costituzione europea, benché sia scomparso ogni riferimento pan-europeo
all’Europa “dall’Atlantico agli Urali”, che pure era presente nei documenti
varati l’anno scorso a Roma. Si contesta giustamente un’ ipotesi di “esercito
europeo sotto il controllo della Nato – che significa sotto il controllo USA –
come una minaccia all’indipendenza e all’autonomia dell’UE” e si contrastano
ipotesi di riarmo europeo; ma non si contesta l’idea in sé di un esercito
sovranazionale UE, con relative forze di rapido intervento (già operanti). Viceversa
si rimuove ogni ipotesi di sistema di sicurezza pan-europeo fondato sulla
cooperazione di Stati sovrani (una sorta di ONU europea) che comprenda anche la
Russia. E mentre si ignora la Russia, si sostiene “l’ingresso della Turchia
nella UE”, ovvero l’ingresso di uno dei principali bastioni dell’imperialismo
USA e della NATO nella regione, destinato a far pendere l’equilibrio nell’UE
sempre più a favore dell’influenza USA sul continente. Si chiede il ritiro
dall’Iraq delle truppe occupanti, ma non dall’Afghanistan, dove truppe di Paesi
UE operano sotto comando NATO. E manca ogni riferimento al grave coinvolgimento
di tanti paesi UE nella guerra della NATO contro la ex Jugoslavia, dove
permangono truppe di occupazione.
Si tratta di posizioni tra loro contrastanti e/o contraddittorie, che pongono
l’esigenza di inequivoci chiarimenti, in particolare sul tema cruciale delle
relazioni tra Europa e Stati Uniti in ambito militare.
- Positiva è la “proposta di taglio delle spese militari, la chiusura delle basi
USA e la dissoluzione della NATO”. E così pure la scelta di “opporsi ad ogni
genere di cooperazione militare con la NATO e di prevenire il dispiegamento di
forze armate come quelle che supportano gli USA dove essi intervengono”; e, su
scala globale, “la distruzione di tutte le armi di sterminio di massa”. Ma su
tutto ciò ben poco si è fatto da parte della SE in termini di mobilitazione
organizzata (neppure un gruppo di lavoro…); mentre in Italia, PRC e PdCI hanno
sottoscritto con Prodi un documento di intenti per un eventuale governo
dell’Unione in cui si conferma “il rispetto degli impegni derivanti dai
Trattati e dalle Convenzioni internazionali liberamente sottoscritti”
dall’Italia (tra cui appunto la NATO!).
- Il profilo politico-programmatico e identitario complessivo richiama quello
di una socialdemocrazia di sinistra, che si distingue sia dalle prevalenti
impostazioni social-liberali e atlantiste della maggioranza della
socialdemocrazia europea, sia da posizioni comuniste o di sinistra dichiaratamente
anti-capitalistica e antimperialista. Esso richiama, attualizzandoli, approcci
che furono presenti ad esempio nella socialdemocrazia tedesca di Willy Brandt
(comunque interni alla svolta di Bad Godesberg). Si prospettano “alternative e
proposte per la necessaria trasformazione delle società capitalistiche
contemporanee”, che è cosa assai diversa da una prospettiva di superamento del
capitalismo. Si prospetta in modo assai vago “un nuovo contratto sociale del
XXI secolo che faccia gli interessi di tutti i popoli della terra, delle
questioni ambientali, dei valori democratici, della pace, della giustizia
sociale, della coesistenza tra i popoli”. E’ assente ogni orizzonte strategico
anti-capitalista, antimperialista, che prospetti l’obiettivo storico del socialismo
e della costruzione di una società alternativa al capitalismo. Scompare anche
ogni nozione “anti-imperiale”, che pure qualche fortuna aveva avuto nel lessico
del movimento alter-mondialista. Scompare il termine “comunista” ed ogni
riferimento ai “comunisti”, comunque li si voglia declinare: e non è poco per
un forza europea che è sorta ponendosi come punto di riferimento per l’insieme
della sinistra alternativa europea, di cui i comunisti e i partiti comunisti
sono parte rilevante. Nè si dice una parola sul sostegno alla lotta del popolo
irakeno contro l’occupazione militare.
- Il progetto strategico che si profila appare quello di un capitalismo
regolato, riformato e temperato nelle sue pulsioni liberiste e militariste, con
il recupero di uno Stato sociale e di uno “spazio pubblico” nell’economia e nei
servizi, che consenta appunto di contenere e bilanciare, nell’ottica
tradizionale della socialdemocrazia, le spinte più pericolose del capitalismo.
Si dirà : non è poco, coi tempi che corrono. E’ vero. Ma può essere questo il
profilo strategico e politico-identitario di una forza che voglia tenere
aperto, in Europa e nel mondo, l’obiettivo storico del socialismo come “nuovo
mondo possibile”?
7) Per non cristallizzare divisioni irrimediabili tra le forze comuniste e di
sinistra alternativa europee e tenere aperto un processo unitario e
ricompositivo, è dunque necessario riprendere dalle fondamenta l'iter della
discussione per la costruzione di un coordinamento europeo su basi unitarie e
paritarie, bandendo veti, pregiudiziali, esclusioni di ogni tipo: aprendo a
tutte le forze comuniste e di sinistra alternativa del continente, per
pervenire insieme a soluzioni unitarie. Proprio la consapevolezza
dell’importanza del terreno europeo e la necessità di coinvolgere tutte le
forze che si collocano a sinistra della socialdemocrazia ci inducono a ribadire
la necessità di costruire un Forum o un Coordinamento permanente e strutturato
(sul tipo di quello realizzato a San Paolo del Brasile), in grado di comprendere
l’intera sinistra comunista, anticapitalista e antimperialista del continente.
Se la SE dovesse prendere iniziative in questa direzione (come auspicano anche
alcuni partiti membri e osservatori di essa) tutta la discussione potrebbe
evolvere nella direzione giusta.