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25 marzo 1957 – 25 marzo 2007: Unione Europea – Cinquant’anni di regressi bastano!
Polo della Rinascita Comunista in Francia
26-03-2007
“Nuoceremo alla collaborazione fraterna dei popoli, ritarderemo l’unione operaia per il progresso, per la libertà e la pace, se lasceremo credere in un solo istante che nell’Unione Europea i capitalisti vogliono realizzare, anche solo in parte, l’internazionalismo al quale aspirano i lavoratori” (Benoit Frachon, Segretario Generale della CGT, 1964)
Paul Henri Spaak è considerato dalle istituzioni europee, dai media e nei manuali scolastici, come uno dei padri dell’Europa, al fianco di altri eminenti anticomunisti vicini al grande padronato come Schuman e Monnet. Ministro belga degli affari esteri alla firma del trattato di Roma (poi segretario generale della Nato dal 57 al 61), non si è mai logiato della “costruzione europea”, precisando che “l’opera fu realizzata da una minoranza che la volle”.
Mentre le commemorazioni ufficiali del cinquantenario del Trattato di Roma tentano di fare dimenticare e di inquadrare l’opposizione popolare a questa Europa come minoranza agitata, il polo della Rinascita Comunista in Francia vuole anche lui fare opera di commemorazione ricordando le posizioni dei dirigenti dei movimenti operai dell’epoca che si opposero fin dall’inizio alla “costruzione europea”.
Per questo pubblichiamo questi estratti del discoro pronunciato da Beniot Frachon, allora segretario generale della CGT, nel 1964 di fronte al Consiglio generale della Federazione Sindacale Mondiale. In un momento in cui le conseguenze della “libera concorrenza” si fanno sentire più duramente nell’Europa a 27, queste parole risuonano con una terribile insistenza nei pensieri di chi, oggi, non giura più nell’Europa sociale che sacrifica la difesa dei servizi pubblici francesi in nome degli sconosciuti “servizi pubblici europei”.
Pôle de Renaissance Communiste en France
“Nel corso degli ultimi anni, la costituzione del Mercato Comune è stato presentato come rispondente alle necessità di sviluppo economico e sociale, con una realizzazione vantaggiosa ai popoli interessati. Si è anche adulato i profondi sentimenti della classe operaia per un incontro dei popoli, e la presente come un passo verso l’internazionalismo.
La CGT ha denunciato le menzogne e messo in luce il carattere imperialista di questa operazione di monopolisti che non porta vantaggi né ai popoli né al miglioramento delle condizioni di vita e del lavoro dei proletari, né alla creazione di un’amicizia tra i popoli favorevoli alla pace, ma unicamente agli interessi dei capitalisti posti nelle condizioni attuali davanti alla necessità di una concentrazione industriale e bancaria sempre più imperiosa.
Una delle obbiezioni che è stata fatta alla nostra posizione da chi ha cercato di impressionare con la campagna in favore del Mercato Comune, o chi ha valutato di poter riflettere sulla posizione dei monopoli, è stata quella che vogliamo evitare la storia, che ci opponiamo al progresso della società umana e allo sviluppo, alla concentrazione dei mezzi di produzione.
Il problema è, per le organizzazioni operaie, di prendere la difesa dei lavoratori e delle masse popolari che sono chiamate a fare sacrifici in questa operazione di monopoli, e non di giustificare o di ammettere i pretesti di questa concentrazione che è inevitabile in un regime capitalista e nelle operazioni reazionarie alle quali si appella.
Solo in questo modo si può arrivare a dire che la classe operaia, alleata con gli altri lavoratori, possa trovare una soluzione possibile nell’eliminazione dei monopoli.
Il Mercato comune non può e non potrà riuscire a migliorare la situazione della classe operaia. La aggraverà solamente. Il mercato Comune, sotto il segno dei monopoli, non può riuscire in questi ultimi domini nei quali lo Stato, in ciascun paese, esegue fedelmente le linee di politica stabilite.
La dominazione dei monopoli è riuscita, in tutti i paesi del Mercato Comune, ad installare dei governi asserviti, si tratta di una minaccia permanente per le libertà operaie e democratiche. Le misure già prese, quelle che ci minacciano di togliere il diritto di sciopero, diventano sempre di più la regola comune e misura contro l’esacerbazione degli antagonismi di classe.
Il vero problema per le organizzazioni operaie è dunque quello di bloccare la potenza della costituzione dei monopoli e di privarli di mezzi d’azione.
Noi lo diciamo molto francamente ai militanti delle organizzazioni che partecipano alle istituzioni del Mercato Comune, non abbiamo alcuna certezza nella possibilità di trasformare questi organismi, di instradarli verso una politica differente.
Quelle che sono le modifiche che possono essere da loro apportate perseguiranno la politica che i rappresentanti dei monopoli e i loro governi sono a loro devoti e saranno gli animatori e i beneficiari. Non è nelle organizzazioni, né nel parlamento di Strasbourg, che vengono elaborate le decisioni da prendere e gli indirizzi da dare. E’ nei consigli d’amministrazione della Banche e nelle alte sfere dirigenziali dei monopoli che tutte le regole seguono un principio immutabile: servire gli interessi dei potentati moderni, anche distruggendo tutto ciò che si oppone. E’ a queste direttive che obbediscono i funzionari, i più alti in graduatoria, e i responsabili dei governi. I progetti e i piani che non rispondono a queste direttive non hanno alcuna chance di essere realizzati, perché sono loro stessi, i monopoli e i governi ad essere fatti della stessa sostanza.
(…)
Questo ci chiede di dare la nostra opinione sulle questioni della sopranazionalità e del feticismo creato attorno alla “nazione europea”, per vedere realizzati gli Stati Uniti d’Europa.
Non abbiamo il diritto di ingrigire le parole e di pendere i sogni per la realtà. Le nazioni esistono con la loro storia, le tradizioni nelle quali si sono formate, i loro costumi, le loro culture, la lingua, lo sviluppo economico e sociale, differente da un paese all’altro e, conseguentemente con bisogni differenti.
Per arrivare al progresso, bisogna anche, in ogni paese, cambiare i governi locali dei monopoli. La classe operaia non può farlo da sola. Deve realizzare l’alleanza con gli altri strati sociali vittime dei monopoli e le condizioni di questa alleanza sono necessariamente differenti nel loro dettaglio, da un paese all’altro. E’ poco, o per niente
E’ poco, o molto poco probabile che tali cambiamenti arriveranno allo stesso tempo in tutti i paesi del Mercato Comune, ma un successo in un paese aiuterà a fare avanzare gli altri in questo senso.
Tener il conto di questi fatti è questa una prova di nazionalismo o piuttosto di una questione di realismo? Può servire agli interessi profondi dei lavoratori e dei popoli dei paesi del Mercato Comune l’adozione di un cosmopolitismo dei monopoli nei quali la patria si trova ovunque realizzi dei profitti?
Nuoceremo alla collaborazione fraterna dei popoli, ritarderemo l’unione operaia per il progresso, per la libertà e la pace, se lasceremo credere anche un solo istante che nell’Unione Europea i capitali vogliano realizzare anche sola una piccola parte di quell’internazionalismo al quale aspirano i lavoratori. Noi dobbiamo, al contrario, smascherare i loro sotterfugi e spiegare che gli Stati Uniti d’Europa, dei quali i rappresentanti usano come sinonimo l’abbondanza, non saranno nient’altro che una semplice associazione reazionaria di sfruttatori che uniranno i loro sforzi per mantenere i popoli sotto la loro dominazione, e per evitare l’evoluzione della società verso il socialismo, verso una veritiera collaborazione fraterna dei popoli”.
traduzione dal francese per resistenze.org di Gabriele Proglio