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da: www.avante.pt
L’esempio italiano
Jorge Cadima - “Avante”
10 maggio 2007
Il commento in merito alle ragioni che hanno portato alla liquidazione dei DS in Italia in un articolo pubblicato dall’organo del Partito Comunista Portoghese.
Senza grande clamore mediatico internazionale, il principale Partito emerso dalla liquidazione del Partito Comunista Italiano, i Democratici di Sinistra (DS, nella sigla italiana), hanno concluso il loro ultimo Congresso. I dirigenti dei DS, in gran parte gli stessi che nel 1989 avevano dissolto il maggior Partito Comunista dell’Europa Occidentale, hanno deciso ora di dissolvere il maggior partito italiano dell’Internazionale Socialista, per procedere alla fusione con il maggiore dei partiti eredi della vecchia Democrazia Cristiana, il partito della Margherita. I più caustici commentatori italiani hanno già definito questa nuova operazione di trasformismo come il “compromesso storico bonsai”. A scanso d’equivoci, il nuovo partito non si chiamerà più di “sinistra”, ma solo Partito Democratico. I dirigenti della Margherita hanno garantito che esso non sarà membro dell’IS e neppure del Partito Socialista Europeo. Nel suo documento programmatico scompare qualsiasi pretesa di essere un Partito rappresentativo del mondo del lavoro.
Chi ne abbia l’età, certamente ricorderà come una delle direttrici di attacco contro il PCP dopo il 25 Aprile, consistette nel contrapporre il PCP al PC Italiano. Il PCI, che a metà degli anni ’70 è arrivato a oltrepassare il 30% dei voti, veniva rappresentato come un Partito Comunista “moderno”, “democratico” e “flessibile”, che si proponeva di crescere “al contrario del PCP”. Considerando che gran parte dei dirigenti che ora hanno liquidato i DS (Fassino, D’Alema, Veltroni…) erano a quel tempo dirigenti del PCI, difficilmente oggi qualcuno potrebbe negare che questi “comunisti buoni” in fin dei conti non erano nient’altro che socialdemocratici.
Per decenni hanno cercato di convincerci a seguire “l’esempio italiano”. Si insisteva sulla necessità per il PCP di “attualizzarsi” e “rinnovarsi” per potere, così si diceva, “garantire il futuro della sinistra e del comunismo”. Era necessario “riflettere” o “ripensare”. Più di tre decenni di “riflessione”, “ripensamento” e “modernizzazione” hanno portato i principali dirigenti dell’ex PCI alla conclusione che non volevano più essere comunisti, ma neppure socialisti, né laburisti o socialdemocratici, e nemmeno di sinistra. Volevano solo, e tali sono diventati, essere i rappresentanti politici del grande capitale italiano, alleati sicuri dell’imperialismo nordamericano ed europeo. E non si pensi che questa affermazione riveli solo settarismo o una mia opinione. E’ stato lo stesso Massimo D’Alema, attuale Ministro degli Affari Esteri dell’Italia, dopo essere stato Primo Ministro dal 1998 al 2000, a chiarire le condizioni a cui è giunto a tale incarico. Poiché dopo la caduta del primo governo guidato da Prodi (che ora è di nuovo Primo Ministro) nel 1998, “era assolutamente impossibile andare a nuove elezioni” perché “esisteva uno stato di necessità più generale”: l’ultimo atto di Romano Prodi, il 12 Ottobre, era stato quello di assegnare gli activation orders della NATO e l’intervento militare nel Kosovo avrebbe avuto inizio dopo pochi giorni. “Non era concepibile che l’Italia, un paese praticamente in guerra, andasse ad elezioni anticipate”. E allora fu scelto D’Alema quale Primo Ministro.
E’ triste vedere un grande Partito, con pagine di storia di innegabile eroismo e che tanto ha contribuito all’avanzata sociale dei lavoratori italiani, distrutto da piccoli uomini, la cui maggiore ambizione è stata quella di trasformarsi in capisquadra dei signori della guerra e del capitale. Non si può che concludere: è stato un bene per i lavoratori e il popolo portoghese che il PCP non abbia seguito il canto delle sirene dell’ “esempio italiano”.
Traduzione dal portoghese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare