www.resistenze.org - osservatorio - europa - politica e società - 11-06-08 - n. 232

da www.rassegna.it/2008/europamondo/articoli/orario.htm
 
Europa a due facce
 
Più diritti agli interinali, ma addio alla settimana di lavoro di 48 ore
 
di Davide Orecchio
 
10/06/2008 
 
Più diritti ai lavoratori interinali, che riceveranno pari trattamento rispetto ai dipendenti, ma liberalizzazione accelerata dell'orario di lavoro, che potrà raggiungere anche le 60 o 65 ore ore settimanali. Due misure in apparenza contraddittorie, quelle prese la notte del 9 giugno dal Consiglio dei ministri dell'occupazione. Ma in realtà, come avevamo anticipato sul nostro sito, logiche e prevedibili. La logica è quella della moneta di scambio. E chi doveva essere ripagato è la Gran Bretagna (insieme all'Irlanda e ad alcuni paesi dell'Est), dove a fine maggio la Confindustria locale aveva sottoscritto un accordo sugli interinali (che ha consentito poi il varo del provvedimento europeo) col patto esplicito, però, di avere mani libere sull'orario di lavoro. E così è stato.
 
Diamo prima la notizia cattiva. E dunque i 27 paesi dell'Unione europea hanno raggiunto un accordo per una revisione della legge europea sull'orario di lavoro, normativa adottata nel 1993 e già modificata nel 2003. La settimana lavorativa di 48 ora resta la regola, ma la durata massima settimanale di lavoro potrà raggiungere le 60 o le 65 ore per i dipendenti che, volontariamente e a titolo individuale, accetteranno di derogare al limite di 48 ore garantendo una maggiore reperibilità. Questi limiti potranno essere superati in sede di contrattazione collettiva.
 
La Spagna, il Belgio, la Grecia, l'Ungheria e Cipro si sono astenuti e hanno criticato il testo. Sono state soddisfatte, invece, le esigenze britanniche, paese dove la settimana lavorativa non ha vincoli d'orario e che gode, dal 1993, di una eccezione (appunto l'opt-out) rispetto al tetto massimo delle 48 ore settimanali.
 
La notizia buona, invece, è che i ministri hanno approvato un progetto di legge sul lavoro interinale che prevede fin dal primo giorno di lavoro uguale trattamento fra lavoratori ad interim e i dipendenti a tempo indeterminato. Si tratta di una regola generale, salvo deroga in caso di accordo nazionale con i sindacati.
 
Sui due testi, che passano ora al vaglio del Parlamento europeo, il giudizio della Confederazione europea dei sindacati è ovviamente diviso a metà. Il segretario generale dell'organizzazione John Monks, ha giudicato "molto insoddisfacente e inaccettabile" l'accordo sull'orario di lavoro sia per quanto riguarda le nuove disposizioni sulla reperibilità, sia per la prosecuzione dell'opt-out della Gran Bretagna. "Ora - ha detto Monks - lavoreremo fianco a fianco ai nostri alleati del Parlamento europeo su queste due misure". "Positivo", invece, il secondo accordo, quello sugli interinali: secondo la Ces "dimostra che l'Unione europea è in grado di
legiferare dei miglioramenti per i lavoratori".
 
In Italia i primi commenti negativi vengono dalla Cgil, che critica la posizione del governo italiano in sede europea.
“Come può un governo- si chiede il segretario confederale Fulvio Fammoni - votare in Europa un provvedimento diverso e peggiore dalla legislazione italiana, sapendo che non si potrà essere al riparo dagli effetti invasivi di una simile scelta?” “Queste direttive - spiega Fammoni - sulla base delle leggi esistenti, non possono al momento trovare applicazione nel nostro paese. Viene allora da chiedersi perché il governo italiano abbia dato un voto positivo, che ha permesso il raggiungimento della maggioranza qualificata, per conseguire ciò che definisce un compromesso modesto e meno avanzato della nostra attuale situazione”. Fammoni avanza quindi il dubbio che il governo italiano possa "usare la nuova direttiva (...) per quell’opera di deregolazione dell’orario di lavoro che abbiamo ascoltato negli annunci del ministro del Lavoro”
 
Ricordiamo che la deregolazione dell'orario, stando all'accordo raggiunto, dovrebbe riguardare anche gli impiegati, introducendo per la prima volta la definizione di "periodi di guardia inattiva", che potranno non essere più calcolati come tempo di lavoro (anche se due sentenze della Corte di Giustizia europea - non rispettate in molti paese europei - prevedono l'esatto contrario).
 
Altra misura giudicata "inaccettabile" da Massimo Cozza, segretario nazionale Fp Cgil medici, secondo il quale"il testo stravolge la chiara interpretazione delle numerose sentenze della Corte di giustizia europea sul tempo di lavoro dei servizi di guardia, definendo il 'tempo inattivo nel luogo di lavoro' non computabile ai fini dell'orario di lavoro effettivo". Con le nuove norme, secondo Cozza, "se un medico in un turno di guardia notturno di 12 ore, opera per 3, le restanti 9 ore non vengono conteggiate ai fini dell'orario di lavoro". Inoltre "vengono esclusi da ogni protezione, a partire dai riposi, i lavoratori occupati a tempo determinato per un periodo da quattro a dodici mesi, come tanti medici". Il sindacalista chiede dunque "ai parlamentari europei di bloccare la nuova direttiva, in particolare per le ripercussioni negative sulla qualita' del lavoro in sanita', dove per i medici le guardie sono la regola, dove il precariato e' diffuso, e soprattutto dove, con orari prolungati, e' in pericolo la tutela della salute di operatori e cittadini".