www.resistenze.org - osservatorio - europa - politica e società - 30-06-08 - n. 234

da www.archivesolidaire.org/scripts/article.phtml?section=A3AAABBV&obid=36842
 
Ma quale Europa sociale!
 
di Jo Cottenier - membro dell'Ufficio politico, Partito del Lavoro del Belgio
 
13/06/2008
 
Il Consiglio dei Ministri per il Lavoro ha appena approvato a maggioranza qualificata una proposta per una nuova direttiva sugli orari di lavoro che qualora superasse l'esame del Parlamento europeo sostituirebbe quella vigente dal 1993.
 
Tale direttiva dovrebbe porsi come obiettivi la riduzione dei limiti massimi di lavoro, la limitazione del lavoro straordinario e l'espansione del diritto al riposo, alle interruzioni e al tempo da dedicare alla vita privata. Nella realtà dei fatti la nuova regolamentazione va in tutt'altra direzione: quindici anni dopo la precedente, i ministri europei sono riusciranno a peggiorare le disposizioni sull'orario di lavoro.
 
Nella direttiva del 1993, il limite della settimana lavorativa si attestava a 48 ore, con l'opzione di estensione (opt-out) a 65 ore attraverso accordi individuali. Tale clausola costituiva una concessione al Regno Unito dove 4 milioni di persone lavorano più di 48 ore alla settimana. Comunque si trattava di un provvedimento destinato a scomparire.
 
Nella nuova proposta, è riaffermato il limite complessivo di 48 ore, ma il periodo di riferimento in cui adottare l'orario massimo si estende da 4 a 12 mesi.
 
L'opzione di "estendibilità" dell'orario non solo è stata mantenuta ma addirittura rafforzata: la deroga individuale permette di spingere il limite a 60 ore (le precedenti 65), ma questo limite può essere ecceduto da accordi collettivi.
 
Un altro arretramento riguarda la "disponibilità/reperibilità" (on-call time), ovvero i periodi inattivi sul posto di lavoro, che ora non sarà più considerato tempo di lavoro a meno che si stipulino accordi collettivi a riguardo.
 
La maggior parte dei paesi europei ha norme nazionali più severe, ma l'Unione Europea anziché allinearsi con queste legislazioni, propone standard che ammorbidiscono la regolamentazione dell'orario di lavoro. Invece di avanzare, l'Unione europea si re-allinea col 19° secolo, periodo in cui la giornata di 8 ore (48 per settimana) costituiva uno dei maggiori traguardi della classe operaia. Gli scopi della direttiva sono di rendere agevole la possibilità di superare il limite delle 8 ore anche se con deroga individuale o collettiva.
 
Questa direttiva mostra inequivocabilmente il carattere antisociale della strategia di Lisbona.
 
Inoltre mette in luce quanto la Carta dei diritti essenziali allegata al Trattato di Lisbona sia priva di efficacia, visto che il suo 31° articolo solennemente dichiara che ogni lavoratore ha diritto a condizioni di lavoro giuste ed eque, in particolare per quanto concerne il diritto a limiti massimi di orari lavorativi e periodi di riposo quotidiani e settimanali.
 
E infine dimostra quanto ingannevole sia il vessillo della "flexicurity" issato dalla UE, visto che la prima direttiva "sociale" adottata da quando questo orientamento è stato approvato accresce sia la flessibilità che l'insicurezza dei lavoratori.
 
Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare