www.resistenze.org - osservatorio - europa - politica e società - 01-12-08 - n. 252

da Rebelión - www.rebelion.org/noticia.php?id=76647 
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
Il governo turco e l'Unione Europea accantonano i curdi
 
di Antonio Cuesta*
 
28/11/2008
 
Man mano che il governo della Turchia e l'UE stringono legami, inizia a delinearsi una certa sintonia da ambo le parti che evidenzia il modus operandi dell'organismo europeo, non ancora sufficientemente conosciuto, quando non apertamente ignorato, dai cittadini turchi.
 
La chiave sta nell’accostare le posizioni tra l'aspirante paese membro e gli organi decisionali dell'UE. In questo modo, mentre il primo ammorbidisce o distende - realmente o apparentemente - la sua legislazione, i secondi irrigidiscono le loro posizioni e direttive. Come risultato, il punto di convergenza si trova nell'agenda di ciò che è realmente essenziale per entrambi. Ricordiamo che il Trattato dell'Unione ha come obiettivo principale - ed unico in pratica - lo stabilimento di uno spazio di libero mercato, all’interno del quale ogni norma che ostacoli o renda difficoltoso lo sviluppo dello stesso debba essere abolita.
 
Le libertà sociali e lavorative, i diritti inalienabili, il rispetto dei principi democratici hanno un valore inversamente proporzionale agli interessi del sistema capitalista, e nullo quando si oppongono in modo aperto alla sua espansione o ai dogmi neoliberali. La riforma della giornata lavorativa, la normativa contro l'immigrazione, la mercificazione delle università... sono questioni che vanno in parallelo con l'aperta connivenza verso i movimenti speculativi del capitale, i paradisi fiscali, il finanziamento delle imprese private con denaro pubblico, ecc.
 
Cosa importa allora che un socio fedele a questi principi violi i principi del diritto con la sua Ley de Partidos o torni indietro nel tempo di molti decenni inasprendo il suo Codice Penale, ad un livello ancora peggiore che durante la dittatura franchista.
 
Alla Turchia è concesso di continuare ad imparare, ma le organizzazioni ed i partiti curdi sono minacciati di saltare per aria, pur trovandosi nel campo più apertamente europeista.
 
Lo scorso martedì, due notizie davano il segno di questa pratica. Così, mentre il Ministro di Giustizia turco, Mehmet Ali Sahin, annunciava un’attenuazione del regime penitenziario - molto duro - di Abdullah Öcalan, leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), il Vicepresidente della Commissione per gli Affari Esteri del Parlamento Europeo, Hannes Swoboda, ammoniva i rappresentanti del Partito della Società Democratica (DTP), pro curdo, in virtù della loro apparente complicità con l'organizzazione "terroristica" del PKK.
 
Le autorità turche considerano un "gesto" positivo il fatto di condizionare il trattamento dignitoso ed umanitario nei confronti di un prigioniero, alla rinuncia delle sue convinzioni. Secondo l'avvocato Selçuk Kozagaçli, la richiesta del governo verso Öcalan è "degradante" e "mostra chiaramente la mentalità del sistema penale". Il ministro ha annunciato di essere disposto ad alleggerire il regime di isolamento del leader curdo in cambio di un appello alla sua organizzazione affinché abbandoni le armi. "Non è sufficiente obbedire alle norme carcerarie, si tratta di mostrare pentimento e sottomissione", ha assicurato il giurista, "come se non fosse abbastanza la privazione della libertà, vorrebbero anche che rinunciasse alla propria identità politica e culturale. Per il reo, questo è degradante ed inaccettabile."
 
Öcalan sconta una condanna all’ergastolo nell'isola di Imrali, dove si trova in isolamento assoluto. La prigione è stata costruita appositamente per la sua reclusione e non ospita più altri detenuti.
 
L'offerta governativa (che potrebbe ben essere chiamata ricatto) viene dopo settimane di mobilitazioni, in molte località del paese e ad Istanbul, dopo che si è conosciuta la continua tortura psicologica alla quale viene sottoposto il prigioniero. Come risultato: numerosi feriti, decine di incarcerati ed un manifestante morto per gli spari della polizia lo scorso 20 di ottobre a Dogubeyazit.
 
L'Unione Europea all’attacco
 
Swoboda ed altri membri del Parlamento Europeo si sono riuniti martedì con il Presidente della Commissione parlamentare per gli Affari Esteri, Mehmet Ceylan. Durante la riunione, il deputato turco ha assicurato che l'avanzamento nei negoziati per l’ingresso è tangibile e di non avere obiettivo più importante che quello di giungere ad essere membri a pieno diritto dell'UE. Ha negato l’esistenza di qualsiasi “problema curdo” nel suo paese, regionale o etnico, "quello che abbiamo è un problema di terrorismo". Certamente, "le province dell'est e del sud-est del paese sono le meno sviluppate", ha assicurato Ceylan, "ma ciò si deve al carattere montagnoso della regione, alla limitazione nelle comunicazioni ed a 30 anni di terrorismo".
 
La cosa più eloquente è stata il fermo appoggio dell'UE all'ingiusta spiegazione della questione curda. Swoboda, si è congratulato con la Turchia per la sua politica estera ed ha avallato i resoconti del paese sul problema del terrorismo, incolpando il PKK di tutti i mali di cui soffre la popolazione curda. "Se fosse solo una questione di sottosviluppo economico regionale, allora il governo turco non avrebbe preso misure come la recente inaugurazione di un canale televisivo in lingua curda", ha assicurato, "naturalmente, ci sono problemi economici e sociali. Ma, per questo motivo, ci rallegriamo nel vedere che il governo sta prendendo misure per migliorare la situazione della regione".
 
Swoboda si è mostrato più duro con i legittimi rappresentanti politici curdi. Pur desiderando che il Partito della Società Democratica, DTP non venga posto fuori legge, ha ammonito i suoi rappresentanti affinché "traccino una linea molto chiara e netta tra la questione curda ed il terrorismo e facciano qualcosa per la propria gente distanziandosi da Öcalan".
 
Con le sue dichiarazioni Swoboda tenta di occultare il carattere politico del giudizio formulato contro il DTP, disconoscendo così anche l'inequivocabile lavoro di questo partito per trovare una soluzione non violenta al conflitto curdo.
 
Così lo spiegava Ali Simsek del DTP, in una recente intervista: "vogliono chiudere il DTP perché può essere un ponte tra il popolo curdo ed il Governo turco per ottenere la pace e trovare un'uscita al conflitto, e questo non interessa. Quello che realmente vuole il Governo è che la società curda rimanga fuori dalla politica, ma allora spingono i curdi a lottare per altre vie. Inoltre, trovandoci davanti alle elezioni, è un modo di fare propaganda e far sì che la gente abbia paura. La messa fuori legge dei partiti curdi non è una cosa nuova, è andata ripetendosi continuamente, e si è cambiato il nome il partito".
 
Nelle elezioni del luglio 2007, e dopo 16 anni d’assenza, il Partito della Società Democratica (DTP) - erede dei precedenti partiti curdi chiusi - riuscì a superare gli ostacoli del sistema elettorale turco ed ottenne 21 deputati. Ma, nel novembre dello stesso anno, la magistratura iniziò un processo per la messa al bando del DTP accusandolo di attentare all'integrità della Turchia, di essere legato al PKK e di seguire le sue direttive. Non c'è una data per la decisione sul caso, ma sembra certo che sarà messo fuori legge, escludendo in questo modo l'opzione politica per il superamento del conflitto.
 
In ogni caso, il rappresentante europeo Swoboda non è da solo in quanto anche i media portano avanti la loro missione. Un anno fa, la proposta del DTP per un quadro di autonomia in Turchia e la fine delle operazioni militari passò completamente inosservata perché nessun media volle darne notizia. Ci fu, al contrario, qualcuno (Antenna 3) che, in quei giorni, ne approfittò per attaccare il DTP.
 
Le iniziative parlamentari di questo partito sul problema curdo sono sistematicamente taciute dalla stampa, nonostante la sua agenda politica in questa specifica questione sia, senza dubbio, più coerente, onesta e pacifica rispetto a quelle offerte dai gruppi che compongono il Parlamento della Turchia.
 
*Antonio Costa è corrispondente di Prensa Latina in Turchia.