www.resistenze.org
- osservatorio - europa - politica e società - 20-04-10 - n. 315
Traduzione dal francese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
La questione sociale in Europa
di Ignacio Ramonet
04/04/2010
Sotto lo slogan "Stop alla povertà!", la Commissione europea ha dichiarato il 2010 "Anno contro la povertà e l'esclusione sociale". Era ora, perché ci sono, nell'Europa dei Ventisette, circa 85 milioni di poveri [1]... Un europeo su sei vive nell'indigenza [2]. E la situazione continua a peggiorare, nella misura in cui si allarga l'onda espansiva dell'esplosione della crisi. La questione sociale è messa al centro del dibattito. La rabbia popolare si manifestata contro i piani di austerità in Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda, Islanda, ecc. Scioperi e proteste violente sono in aumento. Numerosi cittadini esprimono inoltre il loro rifiuto per l'offerta politica (con astensioni e schede bianche a livelli record) o l'adesione verso i diversi fanatismi (l'estrema destra e la xenofobia sono in crescita). Perché la povertà e la disperazione sociale mettono anche in crisi il sistema democratico. Dobbiamo aspettarci una primavera esplosiva di malcontento europeo?
In Francia, circa il 13% della popolazione, poco più di otto milioni di persone già vive sotto la soglia di povertà. Con casi particolarmente scioccanti, come quello dei "senza fissa dimora", espressione massima di esclusione sociale. Secondo la Federazione nazionale delle associazioni di accoglienza e reinserimento sociale (FNARS), c'erano in Francia nel 2007 circa 200.000 senzatetto (erano più di mezzo milione all'interno dell'Unione Europea). Cifre che possono aver avuto, nel 2008 e 2009, un aumento drammatico a causa della brutalità della crisi. Ogni inverno, centinaia di senzatetto muoiono in strada... [3]
Chi sono i poveri di oggi? Gli agricoltori sfruttati dalla grande distribuzione, i pensionati soli, le donne sole con figli, gli immigrati, i giovani con posti di lavoro "usa e getta", le coppie con figli che vivono con un salario minimo e naturalmente la grande schiera di lavoratori attivi che la crisi ha lasciato per strada. Non c'è mai stata così tanta gente in cerca di occupazione nell'Unione Europea: 23 milioni (cinque milioni in più rispetto al 2008). La cosa peggiore è che la violenza della disoccupazione colpisce in primo luogo i giovani. In Spagna, per esempio, paese che possiede l'indice più catastrofico d'Europa, la disoccupazione giovanile ha colpito il 44,5% della popolazione sotto i 25 anni; in Francia, il 24,5% (la media europea si attesta intorno al 20%).
Se la questione sociale si pone oggi come drammatica è perché si sovrappone alla crisi del welfare state. Dalla fine degli anni '70 e con l'aumento della globalizzazione economica, siamo usciti dal ciclo del capitalismo industriale per entrare nell'era del capitalismo ultraliberale, la cui dinamica profonda è la desocializzazione e la distruzione del contratto sociale. I principi di solidarietà e giustizia sociale sono stati gettati alle ortiche.
La trasformazione maggiore si è verificata nel campo dell'organizzazione del lavoro. Lo status dei salariati è drasticamente peggiorato. In un contesto caratterizzato da una disoccupazione di massa, la precarietà ha cessato di essere un "brutto momento in attesa di un lavoro fisso", per divenire una condizione permanente. Quello che il sociologo Robert Castel chiama: il "precariato" [4], un nuova condizione infrasalariale che si è diffusa in tutta Europa. In Portogallo, ad esempio, già un "salariato" su cinque è assunto sulla base di un contratto denominato "recibo verde" (ricevuta verde). Mentre lavora per anni nella stessa azienda o impresa, a tempo pieno, il suo datore di lavoro non è che un semplice "cliente" al quale il lavoratore fattura un "servizio". Il "cliente" può, in qualsiasi momento e senza alcun indennizzo recedere dal contratto, la famosa "ricevuta verde".
Tale degrado nella condizione dei salariati aumenta il divario della disuguaglianza. Un numero sempre più grande di persone (soprattutto giovani) si trovano di fatto escluse dal sistema di protezione (la sicurezza sociale) del welfare state. Il sistema "precario" isola i lavoratori, li emargina, li frantuma. Quanti i suicidi dei salariati sul loro posto di lavoro? Abbandonati a loro stessi, messi in feroce concorrenza gli uni con gli altri, gli individui vivono ormai in una specie di giungla. Cosa che confonde i sindacati, una volta potenti ma oggi spesso tentati di collaborare con le organizzazioni padronali.
L'efficienza economica - concepita esclusivamente in termini di aumento dei profitti e margini sempre positivi - è diventata un'idea fissa, l'ossessione centrale delle imprese. Queste scaricano sempre di più sullo Stato i loro obblighi di solidarietà. A sua volta, lo Stato – assillato dalla dottrina neoliberale che gli impone necessariamente di ridurre le spese - devia questi imperativi di solidarietà verso le Organizzazioni non governative (ONG) o le reti private umanitarie. In tal modo l'economico e il sociale si distanziano definitivamente l'uno dall'altro. E lo scarto tra i due diventa sempre più scandaloso.
Per esempio in Spagna, mentre nel 2009 il numero dei disoccupati raggiungeva i 4,5 milioni (3,1 milioni nel 2008), le società quotate in Borsa distribuivano agli azionisti utili per 32,3 miliardi di euro (19% in più rispetto al 2008). All'interno dell'Unione Europea, in pieno disastro economico, gli utili delle dieci banche più grandi superavano lo scorso anno i 50 miliardi di euro...
Come è possibile? Ecco la spiegazione: dall'esplosione della crisi bancaria nell'autunno del 2008, gli Stati, attraverso le loro banche centrali, hanno concesso, a tassi di interesse molto bassi, prestiti imponenti alle banche private in difficoltà. Queste, a loro volta, hanno utilizzato la massa di denaro a buon mercato per accordare prestiti, a tassi molto più alti, alle famiglie, alle imprese, agli speculatori... e agli stessi Stati. Facendo così dei profitti eccezionali. Conseguenza: diversi Stati - Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna... - si trovano ora pesantemente indebitati, indeboliti e attaccati dagli attori finanziari (banche, speculatori, ecc.) responsabili in gran parte della crisi del 2008... e che gli Stati avevano contribuito a salvare dalla bancarotta. Alcuni di questi Stati sono costretti ad imporre ulteriori drastici piani di austerità ai loro cittadini per soddisfare le esigenze degli speculatori. Cosa che fa infuriare milioni di lavoratori europei.
Così, nelle società in cui è frantumata la coesione sociale, i ricchi continuano ad arricchirsi mentre il numero dei disoccupati e precari esplode. Per quanto tempo sopporteranno una situazione del genere? Il Fondo Monetario Internazionale (FMI), fedele servitore della finanza mondiale, non ha forse esso stesso avvertito, il 17 marzo scorso, che se il sistema finanziario non sarà riformato "ci saranno delle rivolte sociali"?
Note
[1] È considerata "povera", la persona che vive con meno del 50% del reddito medio di un determinato paese. In Francia, la soglia di povertà è di 2.000 euro al mese per una coppia con due bambini.
[2] Cfr. The Social Situation in the European Union 2007, Bruxelles, 2008 (http://ec.europa.eu/employment_social/spsi/reports_social_situation_fr.htm).
[3] Secondo Louis Christopher, presidente del collettivo Morti della strada, il numero dei senzatetto morti "per strada o in conseguenza della vita di strada" in Francia è stato nel 2008 di 359, quasi un morto al giorno...
[4] Robert Castel, Les Métamorphoses de la question sociale, Gallimard, col. Folio, Paris, 1999
|
|
Sostieni una voce comunista. Sostieni Resistenze.org.
Fai una donazione o iscriviti al Centro di Cultura e Documentazione Popolare.
Support a communist voice. Support Resistenze.org.
Make a donation or join Centro di Cultura e Documentazione Popolare.
|