www.resistenze.org
- osservatorio - europa - politica e società - 16-04-12 - n. 405
Traduzione dal francese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
Problemi del sistema pensionistico
di Marie-Claude Prevost, Yoann Mathieu
10/04/2012
Il sistema pensionistico come lo conosciamo è spesso attaccato dai suoi detrattori secondo la prospettiva che l'innalzamento della speranza di vita deve necessariamente tradursi in tempo di lavoro: idea ormai diffusa. In altre parole, 15 anni di vita guadagnati corrispondono obbligatoriamente a 15 anni di lavoro. Semplice questione matematica. Godetevi la prospettiva e abbandonate ogni speranza! Abbiamo voluto condividere su questo argomento le riflessioni che seguono.
Della speranza di vita
L'argomento decisivo di solito avanzato a favore dell'innalzamento dell'età pensionabile è la crescita dell'aspettativa di vita, che si attestava in Belgio nel 2009 mediamente a 79,59 anni, e che oggi supera probabilmente 80 anni [1].
Ma come viene calcolata, l'aspettativa di vita? Le stime si basano generalmente su una media complessiva, di per sé fuorviante, in quanto non tiene conto di deviazioni dalla "norma". Ad esempio, la nostra media di 79,59 per il Belgio nel 2009, comprende le statistiche degli uomini (77,15 anni) e delle donne (82,43), elevando artificialmente l'aspettativa di vita maschile.
Chi sono coloro che effettivamente raggiungono l'età di 80 anni e oltre? Coloro, naturalmente, le cui condizioni di vita lo permettono, fattori strettamente legati alla loro attività e al reddito. E' dubbia la media tra lavoratori edili, dirigenti, amministratori delegati o azionisti.
Non si dovrebbe perdere di vista che questi dati si basano sulle tabelle di mortalità: cioè, sono dati riferiti al passato, e contrariamente a quanto viene solitamente lasciato credere, ciò non permette una proiezione chiara del futuro. Che l'aspettativa di vita sia un fatto acquisito è una falsa premessa: non può essere, perché dipende direttamente dalle condizioni di vita, del tutto suscettibili a cambiamenti [2], chiedetelo ai greci [3].
La specie umana, nel frattempo, non è mutata! Se le generazioni precedenti erano in grado di raggiungere gli 80 anni o più, è proprio perché da un lato sono stati in grado di andare in pensione a 60 anni, o anche a 50-55 anni con i prepensionamenti - evento comune - e in secondo luogo perché hanno beneficiato di entrate e di un tenore di vita dignitoso, soprattutto in termini di accesso alle cure sanitarie. Gli anni di lavoro oltre i 50 anni sono generalmente più costosi fisicamente, l'età del pensionamento è ovviamente cruciale.
Se queste condizioni non vengono soddisfatte - età pensionabile bassa e pensioni decenti - l'aspettativa di vita cadrà inevitabilmente, come ha mostrato l'esempio della Russia dopo la caduta dell'Unione Sovietica: negli anni che sono seguiti, è stata registrata una riduzione da 5 a 10 anni dell'aspettativa di vita, più che probabilmente correlata alla variazione delle condizioni di vita [4], [5], [6]. Senza contare poi altri aspetti: nutrizione con cibi scadenti e inquinamento attuale. Chi è in grado di prevedere quale sarà l'aspettativa di vita fra 10, 20 anni?
Il principio di ripartizione
Soprattutto, troppo spesso dimentichiamo che il sistema pensionistico non è un sistema economico in cui tutti accantonano per la loro vecchiaia. Piuttosto si tratta di un sistema di ripartizione: i soldi accantonati pagano immediatamente le pensioni attuali, quelle dei nostri genitori e nonni.
In effetti, si può osservare che una caratteristica essenziale di ogni società umana è che essa è composta di una forza lavoro che produce il necessario alla collettività, e una popolazione inattiva, per natura improduttiva: bambini, vecchi, invalidi... In una società civile in cui è valorizzata e rispettata la vita di ognuno e ogni individuo è degno di considerazione, la popolazione attiva di ogni generazione mantiene dunque, con la sua produzione, la popolazione inattiva: i suoi bambini, i suoi genitori anziani... Ogni generazione beneficia poi a sua volta del lavoro dei suoi figli, ecc.
Pertanto, la condizione necessaria per il buon funzionamento della società è che vi sia sufficiente produzione per sostenere i lavoratori e gli inattivi. Dopo l'introduzione dei sistemi di ripartizione come quello pensionistico, la produttività è aumentata vertiginosamente. Un posto di lavoro produce oggi almeno 3 volte quello degli anni '60 e il PIL ha continuato ad aumentare, mentre la popolazione non è aumentata in proporzione [7].
La vera questione, in ultima analisi - e questo non ha nulla a che fare con l'aspettativa di vita - è la distribuzione della ricchezza prodotta: che una parte sufficiente della produzione totale sia assegnata al mantenimento della popolazione inattiva (qualunque sia). Attualmente, il PIL belga è pari a 300 miliardi di euro l'anno [8] diviso per 10 milioni d'abitanti (cifra che comprende tutti gli inattivi: bambini, vecchi, invalidi...), ossia 30.000 euro all'anno per persona. 120.000 euro all'anno per una famiglia con due figli. Ce ne sarebbe per tutti abbondantemente... Ma dove finiscono i soldi?
Inattivi per scelta
La società conosce un'altra categoria di persone che possiamo definire inattiva, che per comodità chiameremo rentiers. Sono quelli i cui redditi da capitale - dividendi e tutte le forme di rendite - mettono al riparo dalla necessità di lavorare; la quota di produzione che consumano non viene dal loro lavoro, ma dall'appropriazione del frutto del lavoro degli attivi. Questa categoria, lo si constata giorno dopo giorno, consuma una parte sempre più importante della produzione degli attivi, a scapito della maggioranza [9].
Se non ci sono soldi per i lavoratori pensionati, come se ne trovano per chi non ha mai nemmeno dovuto pensare di lavorare [10]?
Inattivi per forza
I pensionati sono quindi una popolazione inattiva che bisogna mantenere condividendo la produzione. Rimane inattiva un'altra popolazione che la società deve mantenere: quelli privi di impiego e quindi costretti alla disoccupazione. Avendo la vocazione d'essere attivi, sono inattivi per obbligo: la società nega loro un posto nel sistema produttivo.
L'esistenza di questa categoria pone una questione logica: perché bisogna far lavorare i vecchi più a lungo - e contribuire così a mantenere alta la disoccupazione - mentre i disoccupati potrebbero sostituire gli anziani e contribuire a loro volta a pagare le pensioni? E' solo buon senso: se si sostituiscono i vecchi con i disoccupati, alla fine il numero di persone inattive da mantenere è lo stesso! Perché questa apparente incongruenza?
Risposta: perché ridurrebbe il tasso di disoccupazione, che metterebbe i lavoratori in una posizione migliore nella negoziazione delle condizioni salariali e di lavoro [11].
Inoltre, le pensioni sono una continuazione del salario, il cui pagamento non è soggetto a condizioni: la pensione è corrisposta obbligatoriamente fino alla fine della vita. Le indennità di disoccupazione, invece, hanno uno status molto più precario: sempre più soggette a controlli di "buona volontà", sono, nella maggior parte dei paesi in cui esistono, di durata limitata.
Riguardo la distribuzione del PIL
Bambini, anziani, invalidi, lavoratori disoccupati, pensionati: il pane fabbricato dagli attivi nutre tutti quanti. Ma chi consuma di più?
Schematicamente, i salari servono gli attivi e i loro figli; i contributi sui salari, prelevati dagli stipendi, consentono agli anziani, agli invalidi e ai disoccupati di vivere; ai rentiers vanno... i profitti (remunerazione della proprietà).
Quale parte è più grande?
In realtà, il problema dei nostri fondi pensione è in gran parte dovuto all'evoluzione del rapporto di distribuzione del PIL tra reddito da lavoro e redditi da capitale (questi ultimi, come sappiamo, non pagano contributi), rapporto che negli ultimi decenni si è invertito.
Così troviamo, in un articolo pubblicato da Contreinfo, che "il rapporto sul lavoro pubblicato dalla Commissione europea mostra che la quota di reddito da lavoro sulla ricchezza nazionale passa dal 69,9% del 1975 al 57,8% del 2008" [12]. Una diminuzione del 12% del PIL su scala europea.
Uno studio condotto in Francia dimostra che la quota di reddito da lavoro sul PIL è passata dal 70% al 57% tra il 1949 e il 2004 [13]. Negli ultimi 30 anni nel caso della Francia, una perdita di 10 punti del PIL.
Uno studio pubblicato nel marzo 2012 in Econosphères [14], dimostra la medesima tendenza in Belgio.
La diminuzione del numero di posti di lavoro, ma anche la riduzione dei salari individuali, sono ovviamente la causa di questo declino; non dobbiamo dimenticare poi che il tasso di prelievo fiscale sui salari è progressivo: salari bassi contribuiscono proporzionalmente molto meno dei salari medi o anche degli stipendi alti. Inoltre, i salari molto alti non necessariamente compensano il deficit dovuto ai salari bassi, visto che l'aliquota di contribuzione ha un tetto.
E' importante non perdere di vista che il salario indiretto, dirottato verso i fondi pensione, spesso sparisce, ingoiato dalle esenzioni "dei costi del lavoro" [15], termine volutamente oscuro per non far capire che si tratta di salario del lavoratore. I contributi sono versati dal lavoratore e non dal padrone anche se il meccanismo di ritenuta alla fonte serve a creare l'illusione!
Pertanto, se le casse pensionistiche non si riempiono come dovrebbero, è perché il sistema di distribuzione è deviato, una parte del salario letteralmente carpito.
Riguardo la produttività
L'anno 1936, con il Fronte Popolare, segna il punto di avvio della limitazione delle ore di lavoro. L'idea delle 40 ore è nata all'epoca [16]. Il guadagno di produttività, dall'introduzione della settimana di 40 ore, avrebbe dovuto logicamente riflettersi sui salari e sulle ore di lavoro: il lavoro distribuito, i salari aumentati.
Ci sono stati, durante il breve periodo conosciuto come i "Trent'anni gloriosi", alcuni miglioramenti significativi, conquistati faticosamente. Questi miglioramenti non sono progrediti nella misura della produttività e, dagli anni '80, la tendenza si è invertita: i salari sono in calo, la durata del lavoro aumenta, la disoccupazione anche ... e i profitti esplodono. Normale?
Implicazioni dell'innalzamento dell'età pensionabile
L'innalzamento dell'età di pensionamento viene presentata come l'unica soluzione: non c'è alternativa, il ritornello è noto.
Questo per oscurare il fatto che l'innalzamento dell'età di pensionamento, non implica un impegno a impiegare gli anziani fino alla vecchiaia: questi ultimi possono esser liquidati ben prima per precipitare nello status poco invidiabile di disoccupati anziani, piuttosto che pensionati, e quando finalmente arrivano alla pensione avranno un assegno ridotto a causa dei mancati contributi nel periodo di disoccupazione. Un adulto tra i 50 a i 65 anni in esubero a causa della ristrutturazione dell'azienda avrà, ovviamente, meno possibilità di trovare un lavoro che un giovane di 30 o 40 anni. E quando le aziende licenziano, da chi cominciano? Dagli anziani, perché costano di più.
Lo status di disoccupati anziani è ancora meno invidiabile, come osservato in precedenza, se il pagamento dell'indennità di disoccupazione ha uno status incerto; il nostro paese è, a questo proposito, uno dei più sicuri al mondo: anche in Francia o in Germania, le indennità di disoccupazione hanno un tempo limitato.
Alla fine con l'innalzamento dell'età pensionabile si sostituisce, almeno per una parte dei lavoratori anziani, un'entrata stabile e sicura - la pensione - con un'entrata aleatoria e soggetta a condizioni - i sussidi di disoccupazione.
Il calcolo delle pensioni
Un punto merita particolare attenzione: il calcolo delle pensioni. Queste sono proporzionali al salario. Piccolo stipendio, piccola pensione.
Che le pensioni siano proporzionali al numero di anni di lavoro (o di disoccupazione), questo è normale, dato che corrispondono agli anni di contribuzione al mantenimento delle generazioni precedenti. Ma ognuno ha avuto, nel corso della sua vita lavorativa, una capacità di risparmio proporzionale al suo reddito, gli stipendi alti non hanno davvero bisogno di una grande pensione, mentre i salari bassi possono spingere a condizioni di povertà senza risparmi!
Non sarebbe più giusto che l'importo della pensione fosse più o meno uguale per tutti?
Pertanto, se si cerca di "alleviare" il "peso" delle pensioni, una via potrebbe essere quella di muovere verso l'armonizzazione delle pensioni, per esempio intorno al salario medio (circa 1700 euro). Tale armonizzazione consentirebbe inoltre di guardare alla funzione della contribuzione e delle pensioni, non come a una forma di risparmio "forzato" individuale, ma una forma di solidarietà condivisa.
Il senso della vita
Ritenere che l'innalzamento della speranza di vita debba corrispondere a un allungamento della durata del lavoro, occulta le seguenti domande: di cosa abbiamo bisogno per vivere; ciò che viene prodotto; come viene distribuito. Si ritiene che l'essere umano è nato per lavorare, visto come uno strumento da usare fino a quando può essere utile, vale a dire fino a quando non è troppo consumato per continuare.
Ma viviamo per produrre? La nostra vita serve a produrre o è la produzione che serve a farci vivere?
La sfida del sistema pensionistico è nelle seguenti domande: quale modello di società vogliamo? Che cosa è la civiltà? La condivisione è un vizio da combattere o un valore da promuovere?
Yoann Mathieu - Marie-Claude Prévost
Note in originale:
[1] Statistiques officielles du gouvernement, http://www.belgium.be/fr/actualites/2011/news_esperance-de-vie-belge.jsp.
[2] Lire notamment à ce sujet l’article « Cohésion sociale et espérance de vie», de Jean de Kervasdoué, paru dans Le Monde le 19 mai 2005, disponible ici : http://www.santetropicale.com/burkina/drab0905.htm.
[3] Un témoignage parmi tant d’autres, celui de Sonia Mitralia, publié par le CADTM le 1er février 2012 : http://www.cadtm.org/Crise-humanitaire-sans-precedent. Voir aussi Peter Mertens, Comment osent-ils ?, Bruxelles, Éditions Aden, mars 2012, pp. 91-119 ; ce chapitre sur la situation grecque a été publié en ligne le 8 mars 2012 par Investig’Action, http://www.michelcollon.info/Peter-Mertens-en-Grece-deux-mondes.html.
[4] « [...] l'espérance de vie de la Russie a commencé à baisser dès 1980 (71 années). Cette baisse perdure. Il n'est pas besoin de se déplacer pour savoir que cette société souffre toujours : avec 67 années d'espérance de vie à la naissance en 2002, la Russie de ce début du XXIe siècle se situe après le Vietnam (69 années), l'Algérie (69, 5 années), la Tunisie (72 années), qui pourtant ne disposent pas des mêmes infrastructures sanitaires.», Jean de Kervasdoué, loc. cit.
[5] http://fr.wikipedia.org/wiki/Dé ; mographie_de_la_Russie
[6] Statistiques établies pour la Russie par la Banque Mondiale : http://perspective.usherbrooke.ca/bilan/servlet/BMTendanceStatPays?langue=fr& ; codePays=RUS&codeTheme=3&codeStat=SP.DYN.LE00.IN
[7] Pour se faire une idée de l’augmentation de la productivité, voir par exemple les tableaux suivants, qui présentent l’historique de l’évolution du PIB de la Belgique sur plusieurs années et constituent de bons indicateurs :
1970-2010, données de la Banque Mondiale : http://www.google.be/publicdata/explore?ds=d5bncppjof8f9_& ; met_y=ny_gdp_mktp_cd&idim=country:BEL&dl=fr&hl=fr&q=pib+belgique ;
voir également le tableau de la période 1995-2011, sur le site de la Banque Nationale : http://www.nbb.be/belgostat/PresentationLinker?TableId=656000098& ; Lang=F ;
Historique du PIB par habitant (non pas par travailleur !), 1970-2011, Banque Mondiale : http://perspective.usherbrooke.ca/bilan/servlet/BMTendanceStatPays?codeTheme=2& ; codeStat=NY.GDP.PCAP.KD&codePays=BEL&codeTheme2=1&codeStat2=x&langue=fr.
[8] Il a même atteint 354, 780 milliards d’euros en 2011, chiffre de la Banque Nationale : http://www.nbb.be/belgostat/PublicatieSelectieLinker?LinkID=656000098|910000082& ; Lang=F
[9] Lire notamment à ce sujet Fred Goldstein, « Le capitalisme et les racines de l’inégalité», publié en français par Investig’Action le 23 mars 2012, http://www.michelcollon.info/Le-capitalisme-et-les-racines-de-l.html.
[10] Nous ne résistons pas à la tentation de citer cette parole que Bernardo Bertolucci fait dire à un paysan dans son très beau Novecento (1976) (citation approximative de mémoire) : « Des paysans, il en faut toujours, pour travailler la terre, pour la faire produire ; les paysans sont indispensables. Mais le patron ? À quoi il sert, le patron ?»
[11] Comme le fait très justement remarquer Nic Görtz, « Robin des pensions», Lalibre.be, 10 mars 2012, http://www.lalibre.be/economie/libre-entreprise/article/724981/robin-des-pensions.html.
[12] http://contreinfo.info/article.php3?id_article=1487
[13] http://gesd.free.fr/pcrt.pdf
[14] http://www.econospheres.be/spip.php?article155
[15] À ces exonérations il faut ajouter celles qui touchent l’impôt des sociétés ; voir notamment l’étude publiée en décembre 2011 par le PTB : http://www.ptb.be/nieuws/artikel/le-top-50-des-plus-grosses-ristournes-fiscales-104-dimpots.html. Sur l’impôt des sociétés, on pourra lire également l’article suivant : http://www.ptb.be/nieuws/artikel/impot-des-societes-la-feb-marque-un-auto-goal.html.
[16] Voir notamment l’article de Wikipédia sur la semaine des 40 heures : http://fr.wikipedia.org/wiki/Semaine_de_40_heures. On pourra également consulter les articles concernant les Accords de Matignon et le Front Populaire.
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