www.resistenze.org - osservatorio - europa - politica e società - 19-11-12 - n. 430

Comunisti, Europa e Stati nazionali (1)
 
di Stefano Franchi
 
novembre 2012
 
"...E' innanzitutto alle borghesie nazionali che serve lo Stato nazionale, se non vogliono perire nella concorrenza internazionale, gli stati nazionali sono la forma statuale che corrisponde a questo determinato sviluppo delle forze produttive, alla dimensione dei principali capitali nei principali paesi europei, allo sviluppo odierno dei capitalismi europei..."
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In questi anni si è parlato spesso di globalizzazione come fenomeno che de-territorializzava il Capitale, lo de-nazionalizzava, come se non vi fosse più una determinata e ben definita origine e proprietà territoriale di questa o quell'azienda, di questa o quella banca, di questo o quel 'capitale globale'. E' sulla scia di questa analisi che si è teorizzata la fine degli stati nazionali, il loro carattere oramai inessenziale nelle vicende economiche e il conseguente venir meno delle contraddizioni inter-imperialistiche e dell'importanza della lotta politica, sociale ed economica in ambito nazionale.
 
Al riguardo cito solo quanto si teorizzava in rifondazione comunista al riguardo:
 
"Non è vero che gli Stati dei paesi forti difendono gli interessi del Capitalismo di casa loro. E' vero invece che vi è una competizione tra Stati forti, nell'ambito di chi meglio promuove e rappresenta gli interessi del capitale globale... Siamo di fronte a un nuovo Capitalismo... Crescita enorme delle multinazionali e il loro prgressivo sradicamento territoriale... Costruzione di un Governo unipolare... Penso non si possa davvero leggere più nulla con la categoria 'contraddizioni inter-imperialistiche' " (Ramon Mantovani, relazione alla Direzione nazionale del Prc, 20 giugno 2000) e ancora "L'egemonia americana non è il dominio degli Usa sull'Europa, ma è, appunto, l'egemonia di chi promuove con maggior forza e velocità gli interessi del capitalismo globale... Il concetto di imperialismo deve necessariamente essere largamente rifondato, mentre la nozione di 'contraddizioni inter-imperialistiche' appare del tutto incapace di descrivere la dinamica dei rapporti di forza tra gli Stati e, al contrario, potrebbe rilevarsi fuorviante dal punto di vista di chi promuove la lotta al capitalismo ed il suo superamento" (documento approvato dalla Direzione nazionale di rifondazione comunista, 20 giugno 2000).
 
La storia di questi 20 anni è una dimostrazione empirica dell'assurdità di tali teorie, ma conviene addentrarci in alcuni numeri e dati per meglio comprendere il problema, e chiarirlo una volta per tutte, sulla scia di dati oggettivi, di fonte borghese.
 
Alcune domande, di fondo.
 
In Europa vi sono ancora economie essenzialmente nazionali?
Vi è ancora una 'base economica' che giustifica e riproduce l'esistenza di stati nazionali?
Vi sono ancora borghesie essenzialmente nazionali, un sistema di capitali essenzialmente nazionali, assetti proprietari essenzialmente nazionali, in una parola capitalismi nazionali, seppure con una proiezione continentale e globale?
 
Partiamo da alcuni dati, di fonte borghese (1)
 
Il 23 giugno 1999 - nel pieno dispiegarsi della globalizzazione... - Antonio Fazio, all'epoca governatore della Banca d'Italia, in un intervento all'ABI (Associazione Banche Italiane) afferma testualmente "La partecipazione di intermediari esteri al capitale delle grandi banche assume in Italia valori superiori a quelli di altri principali Paesi europei. Alla fine del 1998 i soci stranieri controllavano più del 10% del capitale dei primi cinque gruppi bancari italiani. Soltanto in Spagna si riscontrano presenze di analoga ampiezza. In Germania la partecipazione di soggetti esteri al capitale bancario è pressochè inesistente".
 
E' un dato estremamente importante, poiché ci dice che nei due paesi a maggiore penetrazione di capitale straniero (Italia e Spagna) la proprietà dei 5 principali gruppi bancari è al 90% nazionale, in Germania lo è essenzialmente al 100% (parliamo di un decennio fa, nel pieno dispiegarsi della globalizzazione).
 
A dicembre del 2000 la rivista economica IL MONDO, edita dal Corriere della Sera, pubblica un'inchiesta sulle principali banche, assicurazioni e grandi gruppi finanziari europei. Nella presentazione di questa inchiesta si legge (pag. 87) "Alcuni network si sono consolidati, altri sodalizi storici sono stati sciolti, nuove acquisizioni nazionali sono state chiuse. Ma nel complesso sono rimaste al palo le fusioni CROSS-BORDER, quelle tra soggetti con passaporto diverso".
 
In sostanza la rivista economica edita dal Corriere della Sera ci dice che le fusioni tra gruppi finanziari di paesi diversi non sono decollate, cioè i gruppi finanziari mantengono una solida base nazionale. In tale inchiesta vengono pubblicati dati assai interessanti, li sintetizzo di seguito, paese per paese (Germania, Francia, Italia). In sostanza sono una fotografia degli incroci azionari tra le varie 'potenze finanziarie', evidenziano il carattere 'nazionale' della proprietà di tali colossi finanziari.
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GERMANIA
 
SOCIETA' ALLIANZ (97,6 miliardi di euro di capitalizzazione)
partecipazioni al capitale:
25% Muncher Ruck (tedesca)
4,1% Deutsche Bank (tedesca)
10,6% Dresner Bank (tedesca)
6,8% Hypovereinsbank (tedesca)
0,16% Medio Banca (italiana)
La partecipazine straniera al capitale della principale banca tedesca è dello 0,16% di 97,6 mld di euro, e cioè 0,15616 mld di euro!
 
SOCIETA' MUNICH RE (64,5 mld di euro di capitalizzazione)
partecipazioni al capitale:
10% Deutsche Bank (tedesca)
5% Dresdner Bank (tedesa)
13,3% Hypovereinbank (tedesca)
25% Allianz (tedesca).
Nessuna partecipazione estera alla proprietà di questa banca.
 
SOCIETA' DEUTSCHE BANK (53,3 mld di euro di capitalizzazione)
partecipazioni al capitale:
1,5% Munchener Ruck (tedesca)
5% Allianz (tedesca)
1,3% Dresdner (tedesca)
3,8% La Caixa (spagnola)
La partecipazione di capitale straniero è quindi il 3,8% di 53,3 mld di euro, e cioè 2,1014 mld di euro
 
SOCIETA' HYPOVERENSBANK (24,1 mld di euro di capitalizzazione)
partecipazioni al capitale:
17,6% Allianz (tedesca)
5,4% Munchener Ruck (tedesca)
1% Dresdner Bank (tedesca)
8,5% E.on (tedesca)
3% West Deutsche Landesbank (tedesca)
Nessuna partecipazione estera al capitale di questa società.
 
SOCIETA' DRESDNER BANK (24,1 mld di euro di capitalizzazione)
partecipazioni al capitale:
21,7% Allianz (tedesca)
2,3% Munchener Ruck (tedesca)
10,6% FGF (tedesca)
1% BNP (francese)
La partecipazione straniera al capitale di questa società è pari all'1% di 24,1 mld di euro, vale a dire 0,241 mld di euro.
 
Cosa significano, in sintesi, questi dati? Significano che nell'anno 2000 la partecipazione di capitale straniero nei 5 principali colossi finanziari tedeschi era pari a 2,49 mld di euro, vale a dire lo 0,939%! Sarebbe questo il capitale tedesco che si è de-territorializzato?
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FRANCIA
 
SOCIETA' AXA (64,6 mld di euro di capitalizzazione)
partecipazioni al capitale:
3,8% BNP-Paribas (francese)
2,9% Mutuelles AXA (francese)
20% Finaxa (francese)
1,2% Groupe Bruxelles Lambert (belga)
La partecipazione straniera al capitale di questa società è l'1,2% di 66,4 mld di euro, vale a dire 0,7752 mld di euro.
 
SOCIETA' BNP-PARIBAS (40,8 mld di euro di capitalizzazione)
partecipazioni al capitale:
0,5% PSA (francese)
8,2% AXA (francese)
1% Totalfina-Elf (francese)
1,5% Saint Gobain (francese)
0,3% San Paolo IMI (italiana)
La partecipazione straniera al capitale di questa società è lo 0,3% di 40,8 mld di euro, vale a dire 0,1224 mld di euro.
 
SOCIETA' SOCIETE' GENERALE (27,2 mld di euro di capitalizzazione)
partecipazioni al capitale:
2% Alcatel (francese)
1,2% Pernod Ricard (francese)
2,2% PSA (francese)
0,5% AXA (francese)
2,5% Caisse Depots (francese)
6,9% CGNU (inglese)
7% Banco Santander Central Hispano (spagnolo)
La partecipazione straniera al capitale di questa società è pari al 16,8% di 27,2 mld di euro, vale a dire 4,5696 mld di euro
 
Nella tabella pubblicata dalla rivista IL MONDO non compaiono le società francesi rispettivamente 4°e 5° per capitalizzazione, c'è quindi da supporre che non siano partecipate in modo significativo. Per evitare dubbi, però, consideriamo solo le prime 3, con il seguente risultato: su un totale di capitalizzazione di 132,6 mld di euro la presenza di capitale straniero è di 5,4672 mld di euro, vale a dire il 4,1%, significa che tali società sono 'nazionali' al 95,9%!
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ITALIA
 
SOCIETA' GENERALI (52,4 mld di euro di capitalizzazione)
partecipazioni al capitale:
0,7% Comp. S. Paolo (italiana)
1,5% Fond. Cariplo (italiana)
0,9% Comit (italiana)
10,2% edio Banca (italiana)
0,2% Cnsortium (italiana)
3,9% Eurolex (italiana)
La partecipazione di capitale straniero a questa società è il 3,9% di 52,4 mld di euro, vale a dire 2.04 mld di euro
 
SOCIETA' UNICREDITO ITALIANO (29,1 mld di capitalizzazione)
partecipazioni al capitale:
16,8% Fondaz. Verona (taliana)
14,1% Fondaz. CRT (italiana)
2,9% Cassa Marca (italiana)
0,7% CGNU (inglese)
1% Scietè General (francese)
5% RAS (tedesca)
0,75% Deutsche Bank (tedesca)
La partecipazione di capitale straniero al capitale di questa società è di 7,45% di 29,1 mld di euro, vale a dire 2,16795 mld di euro
 
SOCIETA' SAN PAOLO IMI (26,5 mld di euro di capitalizzazione)
partecipazioni al capitale:
16,1% Compagnia Sa Paolo (italiana)
2,8% Fond. Caroplo (italiana)
1,1% Fndaz. MPS (italiana)
2,6% Fond. Firenze (italiana)
2% Fond. Carile (italiana)
1,2% KBC Kredietbank (belga)
La partecipazione di capitale straniero a questa società è l'1,2% di 26,5 mld di euro, vale a dire 0,318 mld di euro.
 
SOCIETA' BANCA INTESA (24,8 mld di euro di capitalizzazione)
partecipazioni al capitale:
9,9% Fondaz. Cariplo (italiana)
1% Medio Banca (italiana)
1% HDP (italiana)
16,2% Credit Agricole (francese)
La partecipazione di capitale estero a questa società è il 16,2% di 24,8 mld di euro, vale a dire 4,0176 mld di euro.
 
SOCIETA' ALLEANZA (12,9 mld di euro di capitalizzazione)
partecipazioni al capitale:
54,3% Generali (italiana)
Non vi è nessuna partecipazione di capitale straniero.
 
In sintesi in Italia nelle prime 5 società finanziarie, su un totale di 145,7 mld di euro di capitalizzazione, la presenza di capitale straniero è di 8,54355 mld di euro, vale a dire il 5,86%!
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Prima di proseguire, per meglio comprendere il peso della finanza rispetto all'economia reale, torniamo a quanto afferma la Banca d'Italia, precisamente alla sua relazione annuale del 2000 (pag. 21):
"Si stima che nel 1999 il valore delle attività finanziarie complessive - depositi bancari, obbligazioni, azioni - detenute da famiglie e imprese nei principali paesi industrializzati abbia raggiunto il 360% del prodotto dell'area, mentre all'inizio del decennio era del 120%. Nel corso degli ani '90 si è fortemente accresciuto il peso dei titoli azionari, la cui capitalizzazione è salita dal 40% al 125% del PIL e la cui quota delle attività finanziarie complessive è passata al 35%".
 
Sempre Antonio Fazio, a proposito del peso della finanza, si esprime così nelle Considerazioni Finali alla relazione annuale del 1999 della Banca d'Italia (pag. 17):
"Il rapporto tra attività delle banche e prodotto interno lordo è pari al 145% (in Italia), valore intorno al quale ha oscillato dall'inizio degli anni ottanta. Nell'analogo periodo tale rapporto è passato da 140% al 270% in Germania e dal 180% al 240% in Francia".
 
In sostanza è aumentata la potenza materiale del capitale finanziario nei confronti della produzione di ricchezza reale (il PIL).
 
Alcune citazioni, per meglio comprendere l'unitarietà del capitale finanziario e i processi di concentrazione (nazionale) che vi sono stati.
 
Banca d'Italia, relazione del 2000 (pag. 11).
"Oltre il 90% del patrimonio gestito dai Fondi Comuni e 16 delle società di gestione di fondi pensione aperti fanno capo a banche... All'interno dei gruppi tendono ad assumere un peso crescente i legami con società operanti nel mercato assicurativo, in particolare nel ramo vita. I rischi propri delle Assicurazioni si combinano con quelli più tipicamente bancari".
 
Antonio Fazio, nelle Considerazioni finali alla relazione della Banca d'Italia del 2000 (pag-15):
"Nel sistema bancario italiano dai 1.176 intermediari attivi nel 1989 si è passati agli 872 di oggi. Sno state effettuate 324 operazioni di fusione e incorporazione; in altre 137 concentrazioni le banche hanno mantenuto la personalità giuridica. Alle aziende oggetto di aggregazione faceva capo il 40% del totale dei fondi intermediati. Si sono formati gruppi bancari di dimensioni paragonabili a quelle dei principali concorrenti europei: delle 15 maggiori banche dell'area dell'eur 3 sono italiane".
 
E' un'affermazione importante, ci fornisce dati importanti. Ci dice che i soggetti della finanza italiana sono diminuiti da 1.176 a 872 in soli dieci anni, una riduzione del 25%. Ci dice che i processi di 'concentrazione' hanno riguardato banche che, nel loro insieme, gestiscono il 40% dell'intero mercato bancario italiano.
 
A conferma di ciò sempre Antonio Fazio (intervento all'ABI, 23 giugno 1999, pag. 7):
"In Italia i 5 principali gruppi controllano ora il 43% dell'intermediazione, a fronte del 37% nel 1992".
 
Ancora il governatore della Banca d'Italia (intervento all'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, 9 ottobre 2000, pag. 6):
"Il grado di concentrazione raggiunto dal sistema bancario, misurato nella quota di mercato dei primi 5 gruppi, in Italia è pari al 51%, valore analogo a quello della Francia e più elevato di quello della Germania".
 
Anche qui sono evidenziati dati importanti, ci dicono che nei principali capitalismi europei le 5 principali banche controllano la metà del mercato finanziario di questi paesi.
 
Altro dato interessante (Antonio Fazio, considerazioni finali alla relazione annuale del 1999, pag 18):
"Nell'unione europea la quota di mercato dei primi 5 gruppi italiani è pari al 5,3%, di gran lunga inferiore a quella dei principali gruppi tedeschi, francesi, inglesi, pari rispettivamente al 13%, al 12% e al 10%".
 
In sostanza, 20 banche di quattro paesi europei monopolizzano il 40,3% del mercato bancario dell'intera Unione Europea, composta da decine di stati e da centinaia di milioni di persone. Sole 20 banche.... e qualche centinaia di persone che le possiedono, uno sparuto gruppo di sfruttatori contro l'interesse di interi popoli.
 
Altri dati da altre fonti.
 
Così descrivono i capitalismi europei alcuni studiosi borghesi, in una lunga ricerca, ricchissima di dati, edita da il Mulino nell'anno 2001, dal titolo significativo "Assetti proprietari e mercati finanziari europei", scritta da Gian Maria Gris-Pietro (nel 1999 Presidente dell'Iri), Edoardo Seviglio (Servizio analisi economiche dell'Iri) e Alfio Torrisi (Direttore analisi economica e posizionamento strategico dell'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato).
 
Nelle prime pagine si legge (pag. 16):
"La sfida competitiva delle nazioni si gioca quindi oggi più che mai anche sull'efficienza e sulla capacità di difesa dei sistemi di proprietà nazionali. Il sistema della proprietà vincente sarà quello che meglio riuscirà a coniugare la difesa degli interessi nazionali e l'apertura dei mercati al capitale estero".
 
Quale è la situazione in Europa? A pag. 69 si legge:
"In Europa, banche, fondi e assicurazioni formano conglomerati finanziari, che a loro volta si alleano con gruppi di imprese; la creazione di poli di agregazione proprietaria, da una parte, contribuisce a mantenere stabilità negli assetti proprietari, dall'altra, tuttavia, blinda la proprietà con il rischio di ingessare il mercato attraverso la costruzione di veri e propri oligopoli proprietari".
 
Leggiamo ora come fotografano paesi come la Francia, l'Italia e la Germania.
 
FRANCIA (pag. 172):
"Il ruolo strumentale del sistema finanziario. Nel disegno dei governi di centro-destra che si sono succeduti nei periodi 1986-88 e 1993-97, la privatizzazione delle banche e delle compagnie assicurative rappresentava il primo passo verso la piena privatizzazione anche di altre aziende dello Stato. Il ruolo strumentale della privatizzazione delle istituzioni finanziarie nel decollo dell'intero processo appare evidente allorchè si scorre l'elenco delle società finanziarie privatizzate dal governo Chirac; tale elenco annovera le principali istituzioni del sistema bancario e, durante il secondo periodo di coabitazione, anche i maggiori gruppi assicurativi. I gruppi finanziari hanno fornito la 'materia prima' indispensabile per la costruzione del 'cuore finanziario' francese, inizialmente articolato su due poli. Intorno a tale nucleo iniziale si è poi costruito tutto il coplesso edificio delle privatizzazini delle altre aziende dello Stato, basato sulla formazione di nuclei duri volti a 'blindare' gli assetti proprietari delle imprese francesi, attraverso una complessa ragnatela di partecipazioni incrociate".
 
A pag 187 si prosegue così:
 
"L'idea sottesa alla creazione di un colosso finanziario come BNP-Paribas-Societè Genèral era non solo quella di creare un gruppo finanziario che per dimensioni sarebbe stato in grado di competere sui mercati globali e controbilanciare una possibile fusione tra Deutsche e Dresdner, ma anche quella di ricomporre il cuore finanziario francese così da tutelare gli interessi nazionali, gravitanti intorno a due poli: quello bancario di BNP-Paribas-SG e quello assicurativo di AXA-UAP".
 
Cosa significano queste affermazioni? Significa che il processo di privatizzazioni in Francia si è posto innanzitutto un problema, quello di mantenere il carattere 'nazionale' del sistema finanziario francese e, insieme a questo, costruire poli e aggregati finanziari 'nazionali' in grado di competere dentro il mercato globale.
 
ITALIA (pag. 220):
"Fino all'inizio degli anni novanta oltre due terzi del sistema bancario italiano era in mano pubblica. Oggi le grandi banche sono tutte private o sotto il controllo di una o più fondazioni. 'attualmente l'80% dei maggiori gruppi bancari è stato soffocato da una ragnatela di controlli proprietari incrociati, che sono spesso indiretti, di secondo o terzo grado, e che vedono ai principali crocevia le fondazini ' (Messori-1999). Sono quindi le fondazioni, insieme a incroci proprietari tra i maggiori gruppi privati italiani (ndr, nazionali), i nuovi gruppi di riferimento delle principali banche italiane".
 
A pag. 247 si prosegue così:
"Il sistema sembra essersi ricompsto su cinque poli: San Paolo-Imi, Banca Intesa, UniCredito, Banca di Roma e MPS. Come avremo modo di vedere tale quadrilatero (o pentagono se si vuole includere anche MPS) è fortemente connesso anche con la grande industria nazionale... Il passaggio, infatti, da un sistema con fondazioni a un sistema senza sarà il vero banco di prova della stabilità del sistema proprietario nazionale".
 
E' utile evidenziare che "il passaggio, infatti, da un sistema con fondazioni a un sistema senza sarà il vero banco di prova della stabilità del sistema proprietario nazionale". E' questo il problema che si pongono le classi dirigenti italiane, così come lo hanno fatto e lo fanno quelle di altri paesi europei.
 
A conferma di ciò è utile citare quanto scritto in un articolo pubblicato su Il Corriere della Sera il 19 novembre 2001, chiaro già nel titolo "Tremonti e Siniscalco hanno nuove idee. Per far funzionare subito i fondi pensione. E per fermare gli stranieri". Nell'articlo si legge che "Il timore palese è che, procedendo alla messa in borsa totale dei due grandi gruppi, l'Italia possa perderne il controllo. L'ingresso della francese EDF nella Edison ha messo in agitazione tutti i politici. Una Eni o un Enel in mani estere sarebbe vissuta come una gravissima capitolazione. Il fatto è che, al momento, capitali italiani in grado di assicurare il controllo di questi due gruppi non ci sono. E non ci si può aspettare che i grandi gruppi privati siano disposti ad accorrere: Fiat è già impegnata nella nuova Edison, Pirelli nella Telecom, Benetton nelle Autostrade e nelle Telecom, altri negli aereoporti o in attività meno rilevanti ma per loro impegnative. Obbligatorio dunque avere fondi pensione italiani e mobilitare le fondazioni bancarie".
 
In sostanza lo stesso Corriere della Sera evidenzia quanto scritto dagli autori sopra citati: il punto principale è la difesa degli assetti proprietari nazionali di due colossi come Eni ed Enel. Tra l'altro queste affermazioni chiariscono il perchè della riforma pensionistica sulla previdenza integrativa: non creare pensioni integrative per lavoratrici e lavoratori, ma rastrellare risorse economiche per costruire colossi finanziari - i fondi pensione - che potessere garantire il carattere 'nazionale' di gigantesche aziende in via di privatizzazione, una sorta di 'scudo nazionale' per difendersi dagli assalti di soggetti esteri.
 
GERMANIA (pag. 293):
"Principale stimolo alle trasformazioni in atto nel sistema finanziario e proprietario tedesco sono l'internazionalizzazione dei mercati finanziari europei e la necessità di espandere gli orizzonti strategici delle proprie imprese sui mercati globali... Malgrado tutti questi cambiamenti, tuttavia, molte delle caratteristiche tipiche del sistema tedesco sono ancora immutate. Il sistema delle partecipazioni incrociate, sia rispetto alla divisione dei posti nei consigli di sorveglianza sia rispetto alla partecipazioni finanziarie, è ancora intatto. Anzi, con la minaccia estera alcune di tali partecipazioni sono state ulteriormente rafforzate".
 
A pag. 303 si prosegue:
"Tuttavia, si osserva che quanto più cresce l'integrazione con i mercati internazionali in Germania, tanto più si rafforzano le partecipazioni incrociate tra imprese e tra conglomerati finanziari e imprese a difesa della proprietà e degli interessi strategici nazionali... Esempi tipici sono le relazioni che durano da anni tra Deutsche Bank e Daimler Benz, tra Deutsche Bank e Volkswagen o tra Bmw e Dresdner Bank... In questo modo le banche costituiscono in assemblea veri e propri 'noccioli duri' di controllori, molto potenti e molto stabili. La proprietà viene così blindata e il controllo dell'impresa delegato alle competenze tecniche delle grandi banche universali".
 
La sintesi la fanno gli stessi autori, a pag. 329:
"Anche il sistema tedesco, così come quello francese e italiano, 'blinda' le proprie grandi imprese in un 'cuore finanziario' composto da grandi banche e assicurazioni (tab. 5.12). Il sistema Deutsche Bank-Dresdner-Commerz-Allianz affiancato da Bayerische Vereinbank e Munchener Ruck ha tenuto insieme una cerchia di grandi imprese sin dal dopoguerra e ancora domina il grande capitalismo tedesco... Composto così da partecipazioni incrociate tra istituzioni finanziarie e partecipazioni dirette e indirette, e gestione congiunta delle grandi imprese industriali, il sistema ha mantenuto stabili negli anni equilibri di controllo, intervenendo in casi di minaccia estera (Daimler e gli iraniani a metà degli anni settanta, Continental da parte di Pirelli nel 1993, Holzmann da parte di Hochtief nel 1994-95) o nel caso di complesse ristrutturazioni e salvataggi (Metallgesellshaft nel 1994, Klockner del 1995, AEG 1986-94)".
 
In sintesi (pag 335):
"Abbiamo quindi visto una certa varietà nella tipologia di struttuira proprietaria dei grandi gruppi industriali tedesci. Le banche hanno un ruolo importante in molte imprese, ma non in tutte; la proprietà estera è abbastanza rara; la proprietà industriale è la più frequente, seppur con ampia delega dei diritti di voto data alle banche".
 
A conferma di queste ultime parole, ritorniamo alla ricerca pubblicata da Il Mondo e guardiamo le partecipazioni di alcuni colossi finanziari nel capitali di grandi aziende tedesche.
 
La società Allianz possiede:
7,5% BAYER
10% RWE
38% BEIESDORF
1,3% SIEMENS
10% SCHERING
11% LINDE
10% BASF
25% MAN
 
La società DRESDNER BANK possiede:
20% HEIDELBERG ZEMENT
11% CONTINENTAL
5% BMW
12,6% METALLGESELL
 
La società DEUTSCHE BANK possiede:
12% DAIMLER CHRYSLER
8% CONTINENTAL
10% LINDE
8,7% HELLDELBERG ZEMIT
15% PHILIPPHOLZMAN
13% METALLGESEL
 
Nella ricerca pubblcata da Il Mulino i nostri autori riassumo così il rapporto tra banche e grande industria tedesca, è bene evidenziare che la Germania è il capitalismo europeo più sviluppato e popoloso (pag.313):
"nelle maggiori 20 imprese tedesche ben 18 hanno un blocco di voto costituito dalle tre grandi banche che vanno dal 35% al 90% dei diritti di voto presenti in assemblea; se si considerano i diritti di voto di tutte le banche tale quota raggiunge livelli molto vicini alla maggiranza assoluta. In questo modo le banche costituiscono in assemblea veri e propri 'noccioli duri' di controllori, molto potenti e molto stabili. La proprietà (nazionale, ndr) viene così blindata e il controllo dell'impresa delegato alle competenze tecniche delle grandi banche universali".
 
Il quadro che emerge è molto chiaro e non equivoco, fondato su dati economici e non su immaginazioni:
- in questi decenni vi è stato un sensibile aumento del capitale finanziario nei confronti del capitale produttivo (produttivo di plus-valore), è cioè aumentata la potenza materiale del primo.
- in pari tempo vi è stato un processo di concentrazione tra i principali capitali finanziari nazionali.
- si sono intensificati i rapporti tra capitale finanziario e capitale produttivo, sino a delegare "il controllo dell'impresa alle competenze tecniche delle grandi banche universali".
- lo sviluppo economico dei capitalismi europei negli ultimi 20 anni ha prodotto conglomerati finanziari-industriali nazionali sufficientemente grandi e finanziati per competere nel mercato internazionale, a partire da quello europeo. Tali conglomerati finanziari-industriali vedono una solida proprietà nazionale, producono e riproducono borghesie nazionali, sono proiettati nel mercato internazionale, nel quale cercano di competere e valorizzarsi, ma mantengono solide radici nazionali.
 
UNIONE EUROPEA, UN CARTELLO TRA CAPITALISMI NAZIONALI
 
Cosa è l'Unione Europea, cosa è concretamente?
 
I dati sopra citati chiariscono un punto di fondo, spazzando via tutte le cialtronerie intellettuali e analitiche diffuse a piene mani in questi ultimi 20 anni, ed aiutano a guardare all'Unione Europea con occhi oggettivi.
 
I dati sopra riportati chiariscono il carattere ancora nazionale delle economie europee, nei loro assetti proprietari. Chiariscono cioè la presenza di borghesie ancora essenzialmente nazionali, esse possono avere, tra loro, convergenze di interesse, ma possono anche avere divergenze e conflitti di interesse, le tanto maltrattate, ma attualissime, contraddizioni inter-imperialistiche.
 
L'Unione Europea è nata per iniziativa dei principali capitalismi dell'Europa occidentale e solo in una seconda fase si è estesa agli stati dell'Europa orientale, quelli che sino al 1991 facevano parte del patto di Varsavia. Tale allargamento ha significato, nella sostanza, una colonizzazione economica di tali paesi e di tali economie da parte dei capitalismi dell'Europa occidentale, sono diventati cioè terreno di sbocco per le merci e sopratutto per i capitali di questi paesi. Si sono delocalizzate produzioni perchè lì la forza-lavoro costava un decimo di quanto costava nell'occidente europeo, si sono distrutte le aziende statali ivi presenti per sostituirle con aziende e industrie di proprietà del capitale occidentale. La distruzione della Jugoslavia rappresenta forse il caso più eclatante.
 
La nascita del mercato comune europeo, e la stessa moneta unica, l'euro, sono stati e sono la formalizzazione e lo strumento di tutto questo: gli stessi vincoli per l'adesione alla moneta unica ne sono stati la formalizzazione, un cappio al collo per l'indipendenza economica di quei paesi.
 
La nascita dell'euro ha rappresentato anche un tentativo per meglio competere con l'altro polo economico dominante nel mondo di vent'anni fa, gli Usa, il tentativo di competere con il dollaro quale moneta di scambio principale negli scambi internazionali, posizione di privilegio che ha dato e da agli Usa un sensibile vantaggio economico.
 
L'Euro è la bandiera dell'unione degli imperialismi europei.
 
Detto questo, però, rimane la questione essenziale, e cioè che l'Unione Europea è un cartello tra stati ed economie nazionali ben distinte. Del resto non si capirebbe nulla delle frizioni e dei contrasti di oggi tra i vari paesi europei se non si parte da questa elementare verità, da questo dato oggettivo, da questa base materiale nella quale nascono le divergenze e i conflitti tra paesi europei, quei conflitti che poi vediamo riflessi nelle divergenze tra le rispettive classi politiche: è la struttura economica che informa di sé la sovrastruttura politica e statuale, non viceversa.
 
Oggi in Europa vi è una gigantesca competizione inter-statuale per la conquista di mercati per le rispettive merci e i rispettivi capitali, una conquista per colonizzare economicamente questo o quell'altro paese 'debole', prima la Grecia, poi il Portogallo, poi la Spagna, poi l'Italia. Una competizione per far prevalere questa o quell'azienda nazionale, nel settore dell'auto, nel settore dell'energia, nel settore dell'industria meccanica, nel settore farmaceutico, in quello della grande distribuzione, di questo o quell'altro settore economico, in tutti i settori dell'economia nei quali si concretizza il processo di valorizzazione del Capitale. E' un fatto, per esempio, che la Germania si sviluppa più di altri paesi europei, significa concretamente che le aziende, i capitali tedeschi si rafforzano nei confronti delle aziende, dei capitali degli altri paesi europei.
 
In sostanza siamo in presenza di capitalismi nazionali nella loro fase imperialista, su alcune questioni convergono, su altre competono, vi sono e vi saranno vinti e vincitori, in questo e in quell'altro settore economico. Il capitalismo è innanzitutto 'economia'.
 
Lo stesso caso italiano è emblematico, a partire dalle vicende Fiat. E' oramai evidente che la principale industria italiana è stata 'mangiata' dall'imperialismo Usa, dalla principale industria automobilistica americana: la progettazione e la produzione si sta velocemente spostando negli Usa, lo stesso Marchionne dice a chiare lettere che Fiat Italia potrà avere un futuro solo come rete di distribuzione di prodotti (merci) progettate e in larga parte prodotte altrove.
 
E' innanzitutto alle borghesie nazionali che serve lo Stato nazionale, se non vogliono perire nella concorrenza internazionale, gli stati nazionali sono la forma statuale che corrisponde a questo determinato sviluppo delle forze produttive, alla dimensione dei principali capitali nei principali paesi europei, allo sviluppo odierno dei capitalismi europei.
 
L'IMPORTANZA DELLA LOTTA DI CLASSE NAZIONALE
 
Nelle conclusioni di un recente incontro dei partiti comunisti europei, fatte da un compagno del KKE, è riuassunto il nocciolo della questione (Giorgos Marinos, membro dell'ufficio politico del C.C., KKE):
 
"...ma nel momento i cui la storia busserà alla porta di questo o quel paese, non possiamo affermare che ci si attenderà il rovesciamento del continente europeo nel suo complesso. Questa posizione sottovaluta la lotta di classe a livello nazionale e ha un impatto molto negativo sulla preparazione dei partiti comunisti, della classe operaia e dei popoli ai duri scontri di classe...""
 
Il Capitale è potente, insieme ai mezzi di produzione materiale possiede anche i mezzi di produzione culturale, è per questo che la cultura dominante è quella della classe dominante. E' uno degli insegnamenti del manifesto comunista del 1848.
 
L'Europa è una scusa, i vari governi nazionali (i rappresentanti politici delle borghesie nazionali) la usano per far ingoiare ai rispettivi popoli un complessivo impoverimento della società, non solo per gli strati proletari ma anche per pezzi consistenti della piccola borghesia, molto sviluppata nei capitalismi sviluppati, segnati da una significativa stratificazione sociale (2). Su questo vi è una convergenza, un 'cartello' tra tutti i principali capitalismi europei, tra le principali borghesie europee.
 
Vale la pena guardare ad altre parti del mondo, all'Argentina progressista che ha detto no al signoraggio delle banche. Cosa altro sono i debiti pubblici, se non cedole pagate da interi popoli a un nucleo ristretto di banche, come le 20 banche europee, di soli quattro paesi europei? E' questo l'Imperialismo, la dittatura economica mondiale del capitale finanziario, quello reale, quello dei principali paesi capitalisti, è l'alleanza dei capitali finanziari di questi paesi.
 
L'Argentina ha detto no a questo signoraggio, ha trovato sostegni nell'america del Sud, ed anche in altri luoghi. Solo grazie al suo NO l'Argentina si è risollevata, economicamente e come popolo.
 
Le banche hanno eserciti? Hanno forze armate? No, a differenza degli Stati.
 
L'Europa, il 'ce lo chiede l'Europa' è una propaganda mediatica, terroristica, che il Capitale fa per far ingoiare ai popoli riforme non accettabili, usando tutti i mezzi mediatici di cui dispone, la tv, i giornali, la rete internet, case editrici.
 
Se l'Italia decide di ricontrattare il proprio debito pubblico, posseduto in grande parte da banche, non ci attacca nessuno, non veniamo bombardati, nessun esercito sarà alle nostre porte: decidiamo di ricontrattare il debito e le banche si adeguano, come hanno fatto in Argentina e in altri paesi dell'America Latina.
 
Noi vogliamo combattere 'questa' Europa, perchè non è l'Europa dei popoli. Vogliamo un'Europa dei popoli. Ma come si fa, quale è la via?
 
Guardando all'esperienza concreta, gli unici rallentamenti che l'Europa delle banche ha avuto sono tutti il frutto di fatti 'nazionali'.
 
Sono stati alcuni referendum nazionali a far saltare la Costituzione europea, quella scritta da grandi banche e grande industria.
 
Le contraddizioni in questa costruzione europea scoppiano a livello nazionale, i casi di Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, Italia ne sono una conferma, sono casi 'nazionali'. La Spagna, e per altri versi la stessa Italia, rischiano addirittura di vivere processi disgregativi della loro stessa integrità territoriale.
 
Questo accade per la materialità della struttura economica europea, basata sul carattere nazionale dei principali capitalismi.
 
L'Europa dei popoli ci sarà solo quando vi sarà un'economia europea nel senso pieno della parola, quando vi saranno processi di concentrazione del capitale al livello continentale, solo allora ci potrà essere un'Europa dei popoli. Ma sino a quel momento, che non è quello attuale, vi saranno innanzitutto economie e stati nazionali, dentro i quali si svolge la lotta di classe, compresa la lotta per il potere politico, che è potere nazionale. Finchè permangono economie essenzialmente nazionali permangono i contrasti 'oggettivi' tra questa e quell'economia nazionale.
 
In questo si confermano come attuali ed utili le riflessioni di Lenin sullo sviluppo ineguale dei vari capitalismi, e della conseguente teoria sull'anello debole nella catena di comando mondiale dell'imperialismo. Oggi l'anello debole nella catena di comando imperialista interna all'Unione Europea sono la Grecia, il Portogallo, la Spagna, l'Italia. E' questo l'anello debole che si deve tirare se si vuole rompere questa catena di comando, diretta dai pincipali imperialismi europei. E' stato così in America Latina, con il Venezuela di Chavez, grazie anche all'esistenza di Cuba socialista. E' quello che dobbiamo fare in Europa, imparando dalle esperienze vittoriose, le esperienze del nostro tempo.
 
Nel mondo si stanno formando poli economici, politici, militari a livelli continentali. Dentro questi poli chi governa e governerà tali processi sono e saranni gli stati nazionali aderenti a questo o a quell'altro polo economico. E' così e sarà così in America Latina, in Asia, in Europa, in Africa e nel Medio Oriente.
 
La rivoluzione è ancora oggi un problema essenzialmente ed innanzitutto nazionale, negare questo significa 'voler fare la rivoluzione senza prendere il potere', significa cioè non fare la rivoluzione, indirizzare le energie verso un obiettivo sbagliato, significa cercare di 'prendere il potere' la dove il potere non c'è.
 
A ben pensarci l'Europa, e l'Unione Eurpea, è essenzialmente un problema nazionale, questa Unione Europea potrà essere affossata solo dall'iniziativia di uno o più stati e popoli nazionali, uscendo dalla UE e costruendo alternative non autartiche, come è successo in America Latina con Alba.
 
Oggi il tema principale che i comunisti devono popolarizzare è l'uscita dell'Italia dall'Unione europea, delineando alternative praticabili come hanno fatto le compagne e i compagni della rete dei comunisti, la costruzione di un blocco anche economico tra stati e popoli che escono dalla ghigliottina europea.
 
Si cita tanto l'America Latina? Bene, impariamo da loro, a partire da Cuba e Venezuela.
 
E' dentro questo quadro che va fatta una ricognizione nazionale delle forze sociali per le quali questa prospettiva rappresenta un miglioramento delle proprie condizioni materiali, dentro questa crisi economica.
 
L'individuazione cioè di un blocco sociale per la trasformazione e l'avanzata del socialismo in Italia, la costruzione di un progetto di trasformazione nazionale dell'Italia non basato su idee, ma fondato sugli interessi materiali delle classi sfruttate e di vasti settori di ceti medi impoveriti da questa crisi.
 
La costruzione del blocco storico per la trasformazione.
 
E' infine bene ricardarci di un altro insegnamento di Lenin, i tre soviet: operai, contadini, soldati.
Gli operai, proletariato, la teoria.
I contadini, ceti medi, il consenso.
I soldati, pezzi dell'apparato repressivo dello stato borghese, la forza.
 
I bolscevici unificarono queste tre forze intorno ad un programma nazionale, per questo riuscirono a vincere in Russia, come hanno vinto altre avanguardie in altri paesi del mondo, nell'intero novecento, un secolo ideologicamente ancora vivo e sopratutto utile, a partire dal '17 sovietico.
 
Ogni rivoluzione richiede una teoria, il consenso e la forza per farla.
 
Stefano Franchi (nov. 2012)
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NOTE
 
1) nel 2000 svolsi una ricerca su quel fenomeno chiamato 'globalizzazione'. In questo scritto attingo alla sua parte riguardante il carattere nazionale delle principali economie europee, evidenziando i dati - di fonte borghese - che contestano alla radice tutte le strampalerie dette e scritte sulla fina dell'imperialismo, degli stati nazionali e dell'importanza prioritaria di una lotta politica ed economica sul piano nazionale. Seppure sono dati di 10 anni fa la sostanza economica che evidenziano non è cambiata, anzi. Nel 2000 eravamo in piena 'globalizzazione' mentre da anni siamo in piena recessione economica con conseguente maggiore attenzione, da parte di tutti gli stati europei, alla difesa del carattere 'nazionale' delle rispettive economie, siamo cioè in una fase dove i processi di integrazione economica subiscono rallentamenti e non accelerazioni.
 
2) Questo apre un'altra riflessione, più di fondo, e cioè lo sviluppo concreto del capitalismo del '900 e alcune 'previsioni' di Marx, compresa la teoria sul 'crollo' e l'appiattimento della società essenzialmente in due classi, due previsioni smentite da un secolo e mezzo di esperienza storica concreta del capitalismo. E' però un tema che conviene affrontare a parte, in modo specifico.
 

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