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Il paradosso Schumann. Industria e guerra nell'Unione Europea

A.C. | unidadylucha.es
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

30/11/2013

Anche le istituzioni europee sembrano constatare che gli stessi venti, che hanno finora mosso con apparente tranquillità le pale dei suoi mulini, oggi scatenano vere e proprie tempeste che minacciano di ridurle in polvere.

L'Unione Europea, nata dalla necessità di conciliare gli interessi tra gli industriali tedeschi e francesi del Bacino della Ruhr, che rappresentava secondo la celebre affermazione dell'allora ministro degli Esteri francese Robert Schumann, un requisito imprescindibile ''per il mantenimento della pace'', è testimone oggi di come le sue fondamenta siano scosse con forza inaudita. La Commissione Europea, in particolare l'italiano Antonio Tajani, Commissario per l'industria e l'imprenditoria, non ha potuto evitare di mostrare la sua preoccupazione per la sempre più sanguinosa deindustrializzazione della quale soffrono molti dei paesi dell'Unione. Per far fronte a questa minaccia per la crescita economica europea e quindi per la convergenza economica dell'Unione, la Commissione Europea ha proceduto a sviluppare due rapporti completi al fine di individuare le cause del declino industriale e di determinare le politiche necessarie per sostenere la sua ripresa.

La diagnosi ha causato non poco allarme nelle istituzioni europee. In termini annuali, 12 paesi dell'UE hanno diminuito i loro indici di produzione industriale, tra i quali si evidenziano la Grecia (-8,2%), Irlanda (-7,9%), Malta (-7,7%) e la Svezia (-6,2%).

Per contro, in sette hanno aumentato questi indici e la maggior parte di essi si trova nell'Europa dell'Est, tra i membri più recenti dell'Unione che ricevono una notevole quantità di attività produttive delocalizzate dal resto d'Europa, soprattutto in relazione al settore automobilistico e all'industria siderurgica. A questo proposito, i paesi che hanno registrato una maggiore crescita della loro produzione industriale sono Estonia (7,8 %), Romania (7,3%) e Polonia (3,8 %). Tutto questo, secondo i rapporti citati, ha portato il peso del PIL europeo corrispondente all'industria in un solo anno dal 15,5 % al 15,1 %, anche se la stessa UE rimane una delle grandi potenze esportatrici del mondo, insieme a Stati Uniti e Giappone.

Per quanto riguarda le cause di questo declino industriale, i due lavori sopra menzionati indicano elementi di differente indole, che vanno dalla ''caduta degli investimenti'' all'''eccesso di burocrazia''. Tra essi, si segnala l'incremento delle risorse energetiche, trattandosi senza dubbio di uno dei fattori determinanti per la progressiva deindustrializzazione. A questo proposito, nel corso del secondo semestre del 2012 diversi paesi europei hanno subito forti aumenti del prezzo dell'energia, tra i quali si annoverano Cipro (21%), Grecia (15%), Italia (11%), l'Irlanda e Portogallo (10%). E' opportuno ricordare che l'Europa è in preda a un enorme deficit di energia, che è aumentato notevolmente a causa della ''de-carbonizzazione'' progressiva sulla base della Decisione 787 del Consiglio Europeo adottata nel dicembre 2010, che ha condannato alla chiusura irrevocabile quasi tutte le miniere di carbone europee e spagnole entro il 2018, con la complicità dei governi spagnoli.

Secondo Tajani, l'elemento chiave per invertire questa situazione passa dal reindustrializzare l'Europa, alla battaglia contro il deficit degli esecutivi nazionali. Ma dietro questa tiritera si nasconde una vera e propria dichiarazione di guerra contro la classe operaia internazionale, nella misura in cui una tale prospettiva può solo significare un peggioramento delle condizioni di vita attraverso la riduzione della remunerazione differita che viene percepita tramite salario indiretto (spesa pubblica per sanità, istruzione e altri servizi sociali), nello stesso tempo in cui si offrono tutti i favori a quei gruppi imprenditoriali che vogliono rimanere o ritornare nei paesi dell'Unione Europea senza perdere considerevolmente i loro livelli di ''competitività'', vale a dire, il loro tasso di profitto. Più in particolare, la Commissione Europea ha concluso che è necessario un ampio pacchetto di misure per frenare questa progressiva deindustrializzazione, attraverso il quale si presterà particolare attenzione alla politica industriale europea in generale e più in particolare a settori quali automobili, acciaio e armi. A questo proposito, bisogna segnalare che l'Unione Europea ha gradualmente guadagnato per sé una risorsa difficilmente fallibile, risorsa che già in passato è stata il principale catalizzatore degli sforzi degli Stati-nazione di fronte alle più profonde scosse prodotte nelle stesse viscere del modo di produzione capitalistico: l'industria militare. Marx segnalava che ''il sistema capitalistico non conosce altre specie di consumo all'infuori del consumo pagante'', cioè il consumo di coloro che sono in grado
di formare una domanda solvibile di un particolare bene o servizio e portarla alla sua logica conclusione, ossia al suo scambio con il vile metallo. Non c'è dubbio che se c'è un attore per eccellenza in grado di mobilitare ingenti risorse a tal fine sono gli esecutivi nazionali, dotati di ingenti budget per la difesa. Questo, inutile dirlo, ha speranzose implicazioni per il capitalismo monopolistico europeo, che trova parziale soluzione alla tendenza inesorabile alla distruzione delle forze produttive (industria, occupazione, ecc) dominante negli ultimi anni e che Marx già segnalava nel Manifesto del Partito Comunista: ''I rapporti borghesi sono divenuti troppo angusti per poter contenere la ricchezza da essi stessi prodotta. Con quale mezzo la borghesia supera le crisi? Da un lato, con la distruzione coatta di una massa di forze produttive; dall'altro, con la conquista di nuovi mercati e con lo sfruttamento più intenso dei vecchi''.

Tuttavia, nonostante quanto sopra, gli indicatori economici sembrerebbero puntare nella direzione opposta: il fatto che i bilanci della difesa dei paesi membri dell'Unione siano diminuiti leggermente o siano rimasti stagnanti negli ultimi anni, è un fatto indiscutibile. Ma ciò che queste cifre generali mascherano è che la diminuzione si è realizzata tramite forti tagli in determinati parti del budget in favore di altre parti, più in particolare nella riduzione dell'assegnazione per il personale militare (-10% tra il 2006 e il 2010 ), mentre i programmi di armamento, includendo "Investimento+Sviluppo+Innovazione", hanno visto aumentare i loro bilanci nella stessa misura (10 % nello stesso periodo). Ciò riflette due fenomeni: il processo di trasformazione degli eserciti capitalisti, oggetto di una crescente sofisticazione tecnologica basata sulla cosiddetta "Rivoluzione nelle Questioni Militari" e di conseguenza una posizione privilegiata del "complesso militare industriale" europeo rispetto agli altri rami della produzione. E ciò non è questione da poco: quattro aziende europee occupano posti di primo piano tra i venti maggiori produttori mondiali di armi. Questi includono BAE-Systems, di origine inglese, e AEDS con una forte partecipazione francese e spagnola. Entrambi i contrattisti hanno come origine la privatizzazione degli ex rami d'aziende di armi statali europee, che hanno subito un graduale processo di concentrazione durante gli anni novanta superando così i confini nazionali, al fine di far meglio fronte all'industria militare statunitense.

Conoscendo l'importanza che riveste l'industria delle armi per il progetto imperialista europeo, in termini di appartenenza di capacità militari proprie che allo stesso tempo si configura come via fondamentale per un eventuale re-industrializzazione degli stati membri dell'Unione Europea, il prossimo mese di dicembre, il Consiglio europeo affronterà , tra le altre questioni relative alla ''Politica Comune di Sicurezza e Difesa'', la necessità di rafforzare l'industria europea della difesa. A tal fine, recentemente è stata istituita una ''Task Force europea di Difesa'', un compendio di raccomandazioni per promuovere il consolidamento delle basi industriali e tecnologiche in Europa. Tutto questo sarà oggetto di una revisione del lavoro svolto dall'Agenzia Europea per la Difesa, come organismo incaricato della integrazione e convergenza degli sforzi militari nazionali.

Come disse Lenin, ''Gli Stati Uniti d'Europa in regime capitalistico o sono impossibili o reazionari"
. Il panorama che si apre davanti a noi rappresenta uno scenario inquietante per i lavoratori e le lavoratrici di tutto il mondo e in questa messa in scena l'Unione Europea agirà senza esitazione secondo il ruolo che le spetta. Alla classe operaia resta solo di prendere in mano le redini del proprio destino.


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