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Il pulsante di panico dell'Europa

Patrick L Young* | rt.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

23/10/2014

La negazione della realtà economica europea ha raggiunto un punto che sta sull'orlo del baratro, un momento di crisi da codice rosso.

Sia per ostinazione sanguinaria che per chiara incapacità di comprendere il caos cui ha sovrainteso, l'Ue ha raggiunto un altro di quei passaggi critici in cui non è più possibile nascondere semplicemente le crepe e insistere con una propaganda demente sulla crescita che sta dietro l'angolo. Inoltre, i germogli di una ripresa sono ancora una volta andati in fumo. Mentre il mondo cresce, l'Europa ristagna.

L'Unione europea non funziona - come il 12% della popolazione del continente sa fin troppo bene (compresa quella generazione perduta sotto i 30 anni nata nella fascia mediterranea). Nel frattempo, l'ex comunista trasformatosi in europeista totalitario, Jose Manuel Barroso, ha effettuato un tour di prepensionamento particolarmente pomposo, mostrando una gigantesca mancanza di comprensione della stagnazione risultante dal suo fallimentare decennio come presidente dell'Unione europea.

Dopo aver allegramente trascorso gran parte dello scorso anno a recitare il mantra sulla ripresa, la Commissione uscente lascia Palazzo Berlaymont [sede della Commissione europea, a Bruxelles, ndt] accompagnata da fallimenti politici ancora maggiori rispetto a quelli di quando i suoi componenti ricoprivano una carica nazionale, prima di essere elevati a Bruxelles. La folle arroganza che predicava la ripresa senza una coerente revisione delle economie in difficoltà è stata zittita dalla realtà economica. Anche a Bruxelles è necessaria una presa di coscienza del fatto che i trucchi politici non funzioneranno e che l'impero europeo deve essere ristrutturato se non vuole affrontare l'oblio. Così com'è, la patetica posizione politica degli interessi nazionali guidata da Francia (in fallimento) e Germania (profondamente e ipocritamente protezionista) hanno inesorabilmente e costantemente indebolito l'Europa nel corso di un decennio di crescita prolungata sui mercati emergenti dell'est.

In questo modo, l'Europa si è diretta verso un abisso. La Germania (come previsto) è una potenza economica post-picco [cioè successivamente al punto in cui, secondo la teoria di Hubbert, è raggiunto il tasso massimo di estrazione di petrolio, dopo di che il tasso di produzione entra in una fase di declino terminale. Le previsioni pessimistiche lo datano al 2007, ndt]. L'Ucraina ha portato l'Ue verso sanzioni autodistruttive che hanno ulteriormente tagliato sia l'economia che la crescita, che si è rivelata un miraggio.

L'arte di assistere ad interminabili e sontuose cene intergovernative è diventata un rito curioso negli ultimi anni. Alcune nazioni, come l'Irlanda, sono state sacrificate per salvare le banche in Germania e Francia. In qualità di professionista finanziario (ma non di banchiere), è stato decisamente disgustoso guardare, dopo il crollo di Lehmann, le continue e folli azioni di socializzazione del debito per proteggere l'arroganza dei banchieri. Solo per questo motivo, l'Unione europea ha perso di credibilità fiscale.

Purtroppo ha spudoratamente ripetuto tale modello su tutto il continente, salvando i banchieri quando costoro, insieme ai governi spendaccioni, avrebbero dovuto subire un default, come nel caso da manuale in cui un obbligazionista non può essere rimborsato. Per contenere il default è stata suggerita la possibile debolezza dello strumento politico della finanza, chiamato Euro. La paura di minare l'arrogante follia monetaria dell'Ue ora minaccia lo stesso progetto europeo, vista la crescita del contagio del collasso economico.

Tragicamente, dopo tutti i vertici, dopo il gran parlare di riforme, in realtà nulla è stato raggiunto nel corso degli ultimi sei anni. Poche sono state le economie ad adottare una qualche riforma significativa mentre le grandi nazioni come Germania e Francia hanno spietatamente difeso il loro interesse nazionale. Ora il problema si è spostato su tutti quanti.

I [paesi] non riformati nel Mediterraneo stanno lottando per sopravvivere, bloccati da grandi debiti, grande burocrazia e grande governo... Il ticchettio della bomba ad orologeria tossica di un imminente default suona più forte a Parigi. Il 40° deficit di bilancio annuale consecutivo sta distruggendo l'illusione di una terza via socialista francese, resa ancora più agevole dal più sfortunato del solito inquilino dell'Eliseo, il presidente Hollande. Dall'altra parte del confine, la crescita tedesca è in stallo, il che non sorprende... Dopo tutto, l'Europa è una lunga sequenza di incompetenza fiscale. I vicini orientali, come la Russia sono importatori riluttanti di un Occidente ostile, mentre in Cina il lungo boom è molto più in sordina di quanto sia stato per molti anni.

Appena venuti alla luce i dati sulla crescita tedesca del mese scorso, una certa percezione ha cominciato a crescere a Bruxelles. L'Unione europea non si è nemmeno dotata di un rotolo di nastro adesivo forte per tenere insieme le evidenti crepe fiscali negate per anni. Ora la Banca centrale europea può premere il pulsante di panico, rovesciando il "funny money" (quantitative easing) nel sistema. Questa azione altrove è, ad oggi, servita solo a generare grande inflazione dei beni, meglio conosciuta come rendere i ricchi più ricchi, senza produrre coerente prosperità per tutti.

Ogni giorno che il governo evita di agire per riavviare veramente l'economia non è solo un altro giorno sprecato per la generazione perduta, ma segna un altro giorno di attesa del codice rosso. Lo stato sovranazionale a 28 membri del "Kickcanistan" [neologismo coniato dagli economisti per indicare quei paesi che credono che la spesa centrale possa curare tutti i mali e controllare l'economia, ndt] non può sopravvivere a ciò che è, nella migliore delle ipotesi, una condizione di stasi.

L'Europa potrebbe essere in procinto di pigiare il tasto di panico, il cui unico risultato sarà: il panico.
 

(*) Patrick L Young è un esperto di mercati finanziari globali


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