Tutto dipende dagli occhi di quale classe sociale si guarda
I recenti conflitti di lavoratori in subappalto di una impresa privatizzata, come Telefonica; o dell'altra, ancora pubblica ma in chiaro processo di smantellamento, come Correos (entrambe appartenenti a settori strategici), sono solo alcune delle gravi conseguenze per il popolo lavoratore della "liberalizzazione" del commercio dei servizi, che ha portato alla privatizzazione dei servizi pubblici essenziali in tutta l'Europa da metà degli anni '80 del XX secolo.
Durante lo sciopero nazionale di Correos dello scorso maggio, in coincidenza con la campagna per le elezioni municipali e delle autonomie, abbiamo potuto vedere la rapina opportunista (ad Alacante fu Izquierda Unida) lanciare messaggi fuorvianti di denuncia esclusivamente contro le politiche del PP, nel solo intento di guadagnare voti per le propre candidature "di confluenza", sapendo che i processi di privatizzazione sono promossi da entrambe le mascelle, di destra e di sinistra, del capitale e rispondono ai regolamenti emanati dalla stessa UE con la quale mai romperanno.
Ma al di là di una questione di onestà politica con la nostra classe, noi comunisti dobbiamo attenerci al rigore nelle analisi teoriche e nella nostra pratica politica che ci impone il socialismo scientifico. Curiosamente, nel caso dei Servizi Pubblici, l'analisi delle conseguenze derivate dalla loro privatizzazione ci viene dalle stesse viscere del sistema: si tratta del Rapporto Finale di uno studio coordinato dal "Centro di Ricerca della Vita Lavorativa" di Vienna e finanziato dal VI Programma Quadro della stessa Commissione Europea, il cosiddetto Progetto PIQUE (Privatizzazione dei Servizi Pubblici e Impatto sulla Qualità, l'Impiego e la Produttività. Christoph Hermann y Jörg Flecker, 2009)[1], realizzato su quatto settori del Servizio Pubblico (elettricità, servizi postali, trasporto pubblico locale e servizi sanitari) e in sei paesi diversi (Germania, Austria, Regno Unito e Svezia). Le conclusioni del PIQUE non potevano esser più devastanti a riguardo del ritorno sociale della "liberalizzazione" del commercio dei servizi, ne evidenziamo alcune:
- Con la liberalizzazione, l'obiettivo delle norme giuridiche ha smesso di essere la garanzia della fornitura del servizio e di monitorare il valore apportato dallo stesso, in tutte le sue tappe, per centrarsi nell'assicurare la competizione tra i fornitori. E tuttavia, il risultato globale dei processi di liberalizzazione e privatizzazione è stato scarso, anche in termini di creazione di strutture di mercato altamente competitive nel settore dei servizi.
- In assenza di una regolazione stretta e di mercati realmente competitivi, le grandi imprese godono di totale discrezionalità per fissare prezzi e determinare la qualità del servizio fornito. La presunta liberalizzazione ha avuto realmente molto più successo nel mutare gli assetti di proprietà, nel senso di espandere la partecipazione della proprietà privata nella prestazione di servizi pubblici.
- La strategia competitiva dei nuovi (privati) fornitori e la loro pretesa riduzione dei costi nella prestazione dei servizi si è ridotta, principalmente, nella drastica riduzione dei salari e la precarizzazione delle condizioni di impiego e lavoro, cosa che in molte occasioni si traduce nella degradazione della qualità del servizio. Globalmente, si può affermare che i processi di privatizzazione hanno contribuito, chiaramente, alla crescita delle diseguaglianze sociali, con la discriminazione tra consumatori (redditizi e non redditizi) e lavoratori, con un incremento del divario salariale tra lavoratori e lavoratrici che realizzano esattamente gli stessi compiti, con la conseguente frammentazione del mercato del lavoro.
- A causa, in parte, dell'assenza pratica delle organizzazioni sindacali nelle compagnie che accedono alla gestione dei servizi pubblici privatizzati, la negoziazione collettiva, spesso, ha perso la sua capacità di ottenere salari e condizioni lavorative fuori dal quadro della competizione imprenditoriale. In alcuni settori e paesi, come i servizi postali in Austria e Germania, la liberalizzazione e la privatizzazione minacciano anche di trasformare un servizio pubblico in un settore di bassi salari.
- I nuovi competitori che emergono dopo la liberalizzazione, pertanto, offrono condizioni lavorative molto inferiori a quelle delle compagnie pubbliche che ancora sopravvivono al processo privatizzatore. Tuttavia, sotto la pressione competitiva, lo stesso fornitore pubblico comincia a modificare le sue condizioni di lavoro, per esempio stabilendo strutture salariali diversificate e differenze crescenti tra una forza lavoro organica e l'altra periferica o esternalizzata. Si minano sistematicamente le basi della solidarietà tra lavoratori, generando una minaccia permanente, anche per il relativamente stabile organico principale, con conseguenze chiaramente negative per la motivazione e la produttività dei suoi lavoratori e lavoratrici.
- L'impiego nei servizi privatizzati è passato progressivamente verso il tempo parziale, ricorrendo a lavoratori precari e autonomi più frequentemente che quando i servizi erano forniti dal settore pubblico.
- Non si è riscontrata alcuna prova che il mercato di per sé abbia portato a un significativo aumento, sul lungo periodo, nel valore aggiunto dei settori in studio: si è potuto apprezzare solo qualche miglioramento nella qualità di quei settori nei quali era possibile investire in nuove tecnologie che, spesso, riducono il carico di lavoro necessario. Tuttavia, quando il servizio richiede un apporto sostanziale della forza lavoro non sostituibile con la tecnologia, ad esempio, la cura di pazienti o la conduzione di autobus, la sua qualità ne ha risentito in seguito alla liberalizzazione e alla privatizzazione.
Sta tutta qui l'utilità del Rapporto PIQUE per l'organizzazione rivoluzionaria. Non mette in discussione le privatizzazioni, solo i suoi eccessi, e considera negative, ma correggibili, le sue conseguenze sociali e lavorative senza metterle in connessione con gli interessi monopolistici a cui rispondono. Le proposte che realizza si inquadrano dentro la gestione del capitalismo e, ovviamente, senza rompere con l'istituzione che finanzia lo studio, mentre offre un ricettario di "buone pratiche" per privatizzare in anestesia: salari minimi garantiti in ogni settore, regolazioni che rafforzano la negoziazione collettiva e la posizione dei consumatori di fronte ai monopoli, ecc.
Il capitalismo non tornerà mai percorrere questa strada. Non ha margine di manovra al di là dell'incremento della miseria, della repressione e la guerra imperialista. Secondo quando riconoscono gli stessi autori, alcune decisioni della Corte Europea di Giustizia hanno stabilito che alcune norme nazionali sulla tutela dei lavoratori violano il principio di libertà economica, così come si stabilisce nei Trattati dell'UE. E se vi fosse un aspetto positivo, l'UE firmerà il TTIP per negarlo.
Servizi pubblici di qualità nell'UE? Coesistenza pacifica tra fornitura pubblica e privata dei servizi? Non è possibile. Essi sono tanto inconciliabili quanto gli interessi dei lavoratori con quelli degli azionisti del monopolio che li sfrutta. Così come non si mescolano acqua e olio. In linea di principio, il settore privato può solo crescere parassitando le parti redditizie del pubblico. La svolta sociale dell'UE? Questione di fede: di mala fede opportunista.
Tuttavia, non ci inganniamo, i grandi monopoli mai si faranno carico di pazienti o studenti "non redditizi", né della distribuzione postale in zone remote; necessiteranno sempre di un settore pubblico sussidiario e marginale, in altre parole, una specie di attualizzazione della beneficienza franchista: Tanto moderni, dinamici, competitivi e, tuttavia, tanto antiquati! E se il servizio è potenzialmente redditizio ma richiede un investimento inziale costoso, che se ne faccia carico il popolo lavoratore che poi lo privatizzeremo!
Le differenti varianti della socialdemocrazia e dell'opportunismo politico e sindacale gettano permanentemente sabbia negli occhi della classe operaia, affinché non vedano il sistema di sfruttamento capitalista come la prima causa dei suoi gravi problemi. Nello sviluppo dell'attuale crisi strutturale, questo può non esser sufficiente. Ora più che mai stanno facendo sforzi per collocare davanti questi occhi delle lenti intenzionalmente graduate per sfocare la loro realtà quotidiana: una lente per vedere semplici "deviazioni neoliberali" e, pertanto, correggibili, invece di vedere un sistema i cui meccanismi intrinsechi di funzionamento sono basati sullo sfruttamento dei lavoratori e l'alienazione delle risorse naturali. Dall'altra, piuttosto che lo strumento più raffinato del capitale monopolistico nell'UE vediamo un'entità benefattrice la quale decenni di egemonia conservatrice l'ha fatta separare da un presunto "modello sociale europeo" basato sulla protezione sociale e l'ambiente. Di lente in lente, queste forze "progressiste" o, per essere moderni, "cittadine", compiono il detestabile ruolo di ultima risorsa nella legittimazione di un capitalismo che agonizza.
Il compito iniziale del Partito Comunista è togliere queste lenti alla classe operaia affinché veda con i propri occhi. Non è compito facile. Per oltre un secolo abbiamo ricevuto sabbia nei nostri occhi, abbiamo guardato attraverso le lenti di altri e visto con le pupille del nemico di classe. Bisogna imparare a guardare noi stessi e chi ci sta intorno, dalla prospettiva di chi tutto produce, richiede onestà e formazione. E' l'unica via per abbandonare quella dello sfruttamento, della miseria e della guerra imperialista che l'UE impone ai lavoratori e alle lavoratrici. I cechi devono sapere che la nostra unica via è la costruzione del Socialismo.
[1] Christoph Hermann and Jörg Flecker (2009). Privatisation of Public Services and the Impact on Quality, Employment and Productivity (PIQUE) Final Report.
http://cordis.europa.eu/documents/documentlibrary/122489371EN6.pdf
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