www.resistenze.org - osservatorio - genere resistente - 19-06-14 - n. 504

Quale lotta per la giovane donna lavoratrice?

Vanessa Rodríguez * | tintaroja.es
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

09/06/2014

Spesso si situa la problematica della donna ai margini della condizione di classe. E in nome del femminismo, ci si scaglia contro la posizione marxista-leninista tacciandoci di "machismo-leninista" o altri epiteti simili. Queste correnti del femminismo individuano l'uomo come l'oppressore, senza comprendere il ruolo scientifico del patriarcato nel corso della storia.

L'organizzazione della donna giovane lavoratrice deve partire dalla sua scuola, dal suo luogo di lavoro o dal suo quartiere, lontano dalle strutture che finiscono trasformare la sua lotta in un ghetto. Per questo motivo è necessario rinforzare l'unità della classe operaia, anche con l'uomo lavoratore, perché altrimenti non sarà possibile abolire lo sfruttamento che crea disuguaglianza economica tra i generi, su cui si costruisce tutta la discriminazione culturale.

In non poche occasioni ci schiacciano col discorso della lotta "esclusiva" della donna, la lotta femminista come una lotta isolata dalla condizione di classe, si parla di "machismo-leninismo", ci viene detto che gli interessi della donna devono avere a che fare fondamentalmente con la sua condizione di genere, che il Partito Comunista e la Gioventù Comunista lasciano da parte il problema della donna, etc.

Questo articolo non pretende altro che mettere alcune di queste affermazioni sotto la lente della donna giovane lavoratrice ed alla luce delle condizioni materiali di ciascuna di noi, vedere su che cosa si regge tutto questo discorso.

Partiamo da una premessa che può sembrare quasi non necessaria, assurda, ma che naturalmente non lo è: come lavoratrici viviamo del nostro lavoro, che è tutto ciò che possediamo con il quale contiamo di sopravvivere e formiamo, pertanto, parte della classe operaia.

Queste condizioni materiali sono condivise dall'altra metà della nostra classe: gli uomini lavoratori. Allora, la nostra condizione di classe sarà determinata dalla nostra relazione con la proprietà dei mezzi di produzione e non per il sesso.

Possiamo così arrivare già ad una prima certezza: il sesso non determina la classe, non vi è alcun interesse dell'uomo in questo aspetto. E questo è tanto così che se vogliamo possiamo ricorrere agli stessi mezzi di propaganda dell'oligarchia che rivelano con una certa chiarezza la capacità di appropriarsi del nostro lavoro. Senza andare troppo lontano nel tempo, ad aprile di quest'anno la rivista Forbes pubblicava "Le donne Forbes. Sono ogni volta di più e in posizioni sempre più alte. Mai c'erano state prima tante donne miliardarie". Sapendo questo, perdonate, ma non credo che abbiamo niente da festeggiare.

Questi approcci che rendono responsabile l'uomo di oppressione verso la donna lavoratrice, non sono affatto sostenibili sulla base del materialismo storico e dialettico.

E che equivale a rendere responsabile l'uomo dello sfruttamento della donna lavoratrice, è responsabilizzare la classe operaia del proprio sfruttamento, è responsabilizzare la classe operaia immigrante dello sfruttamento della classe operaia nativa o è responsabilizzare la gioventù dei tagli di tutti i lavoratori.

E se i comunisti sono nitidamente chiari collocando l'unità della classe operaia indipendentemente dalla sua origine o dalla sua età, per quale motivo dovremmo fare un'eccezione per il genere?

Se guardiamo un po' più in là, chi beneficia della crescita di questi orientamenti?Chi trae vantaggio dal fatto che le donne lavoratrici non sono organizzate nei nostri centri di lavoro, di studio o nei nostri quartieri, elevando l'organizzazione della nostra classe, rompendo coi progetti borghesi e parlando della necessità del rovesciamento rivoluzionario del capitalismo?

Sono molte le teorie, le correnti, i movimenti... che collocano il necessario sviluppo della donna come rivoluzionario necessariamente passando attraverso discussioni intorno al genere, il corpo o lo sviluppo sessuale. E con questo non posso che mostrare il massimo grado di indignazione per l'ipocrisia di tutti questi orientamenti. Chi parla della libertà della donna e della lotta della donna? E' mica chi vuole chiudere la nostra lotta in piccoli ghetti perfettamente delimitati?

Come donna lavoratrice (e anche giovane!) ho chiaro che è il capitalismo e il suo sviluppo quello che ci colloca in condizioni di sfruttamento e di speciale inferiorità. Il fatto che in queste condizioni si è sostenuto che la lotta logica e legittima che ci corrisponde è quella di paralizzarci in interminabili dibattiti circa l'uso del linguaggio, circa vestiti o taglie o di pratiche sessuali è perfino offensivo.

E questo non significa negare il patriarcato, bensì individuarlo esattamente per quello che è: un fatto culturale, generato dalla ineguale divisione del lavoro tra generi che potrà essere superata solo quando uomini e donne saranno nelle stesse condizioni di accesso al lavoro con uguale salario.

E che il patriarcato non può essere collocato in una dimensione distinta dal capitalismo, perché non è altro che un utile strumento della borghesia, che si modula in funzione delle necessità della base economica. In un momento di sviluppo del capitalismo, dove è necessaria più manodopera per un ulteriore sviluppo dei mezzi di produzione, le condizioni più vantaggiose per la borghesia passano attraverso la creazione di un "esercito industriale di riserva" che spinga al ribasso le condizioni lavorative dell'insieme della classe operaia. Così si crea un discorso per le vittorie sul terreno del femminismo, dell'emancipazione della donna, etc.

Allo stesso modo in un momento di crisi strutturale del capitalismo, con troppo esercito industriale di riserva, è necessario da parte della borghesia aprire nuovi mercati per trarre profitti e liberare risorse affinché la redistribuzione del plusvalore attraverso lo stato li benefici. Così, si sovradimensiona ulteriormente l'utilità che il patriarcato ha per la borghesia: la facilità di licenziamento mediante le successive controriforme del lavoro colpisce in maggiore misura le donne lavoratrici, si tagliano risorse sanitarie o educative. E tutte queste cure domestiche finiscono per essere sotto la nostra responsabilità.

Per questo motivo, noi donne di estrazione operaia e popolare dobbiamo prendere senza alcun dubbio il posto che ci spetta: rinforzare l'unità operaia per il rovesciamento del capitalismo. Perché limitandoci a queste discussioni parziali, senza la capacità di identificare l'origine del nostro sfruttamento e senza rafforzare le nostre posizioni di classe in ogni luogo di lavoro, in ogni quartiere e in ogni centro di studio, la vittoria sarà impossibile.

* membro della Segreteria del Comitato Centrale dei Collettivi dei Giovani Comunisti (CJC)


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