www.resistenze.org - osservatorio – italia – politica interna - 10.07.02

Di prossima pubblicazione sul quindicinale brasiliano Inverta

PECCATO NON ESSERE MODERATI

Di Tiziano Tussi

C’è una novità sostanziale che si sta profilando in questo momento storico della lotta politica in Italia. Il governo Berlusconi e Berlusconi medesimo hanno portato il livello dello scontro in atto nel paese, sia a livello politico sia sociale, ad una situazione imprevista. Negli ultimi anni dello scorso secolo, praticamente dopo la fine formale della guerra fredda, si è assistito nel nostro paese ad un egemonismo culturale del moderatismo. I governi di centro sinistra hanno portato al potere diretto, per la prima volta, ministri  ex comunisti oppure che ancora si proclamavano tali, arrivando addirittura all’incarico a D’Alema, segretario dei PDS (troncone maggioritario dell’ex PCI), di formare il governo alla fine del secolo scorso. Tutto ciò mentre prendeva piede e si solidificava l’egemonismo della moderazione. Governi di Dini, Prodi, D’Alema ed Amato: tutti moderati, tutti inneggianti alla conciliazione, contro ogni forma di radicalismo. In questi governi sia Rifondazione Comunista, sia dopo una scissione, il partito di Cossutta, tutti comunisti dichiarati, hanno trangugiato attacchi alle condizioni di vita dei lavoratori quando non anche partecipazioni a guerre umanitarie nei Balcani, in Iraq. Insomma uno strabismo assoluto. I rapporti con i sindacati erano in ogni caso postivi e responsabili. Anche la CGIL, il cui segretario era già allora Cofferati, ha accettato più o meno ogni proposta che veniva fatta dall’esecutivo. Ora, il secondo Governo Berlusconi porta sino in fondo la propria politica, dopo un accenno di governo del 1994, fatto fallire sia da uno sciopero generale, ma soprattutto dal ribaltone politico della Lega Lombarda di Bossi, che ora non si sogna neppure di pensare ad una simile opportunità, giunta in fondo alla sua corsa istituzionale ed elettorale: pochi voti in sostanza. Ed è una politica radicale, di destra. Berlusconi rappresenta un politico che vuole andare verso una vittoria totale su chi non la pensa come lui, rompendo quel sentimento di comunanza che il centro sinistra aveva costruito costantemente intorno a sé. Per fare questo deve ridurre al silenzio politico ogni centro di azione in Italia, compresi quindi i sindacati ed in particolar modo quello di derivazione comunista quale la CGIL. Così come deve ridurre al silenzio i suoi oppositori in parlamento, definiti spessissimo, in senso lato, comunisti, comprendendo in questa categoria anche centristi che appoggiano il centro sinistra e comunque personaggi mai stati di comunisti.
Problemi di lungo periodo vengono però sempre più a galla. Per iniziare, neppure Berlusconi sa come condurre una battaglia politica cui non è culturalmente attrezzato. Capace di muoversi nel mondo degli affari, delle tangenti, dei rapporti poco chiari con personaggi chiacchierati – per questo ha decine di processi in corso o già definiti – non riesce a capire culturalmente che lo Stato è un poco diverso da un’azienda privata. Questa suo limite ha fatto sì che anche il sindacato si sia trasformato in una rogna frontale. Dopo decenni di convivenza con il potere centrale i maggiori sindacati si stanno confrontando criticamente con il governo. E se Cisl ed Uil, sindacati di ispirazione centrista o poco più, stanno cerando in ogni modo di addivenire ad un convergenza col governo, senza per altro riuscirci agevolmente, la CGIL, sta portando avanti, per ora vigorosamente uno scontro frontale con esso che ha rivitalizzato questo ente che stava diventando sempre più il sindacato dei pensionati, perdendo adesioni nel mondo del lavoro, proprio a causa della sua politica moderata. Cofferati, suo segretario ancora per qualche mese, è diventato l‘emblema della durezza dello scontro. Lui che per cultura è certo un moderato, un uomo tranquillo. La cura Berlusconi lo ha trasformato in un “radicale”. Sa che se vuole salvare il suo sindacato e se stesso deve tenere alto la bandiera dello scontro frontale.  Ma evidentemente ne farebbe a meno se il capo del governo non glielo imponesse, così come ne aveva fatto a meno in altre epoche, con governi anti operai ed anti lavoro, ma di centro sinistra. Per esempio il momento dell’entrata nell’euro e della omologazione all’Europa Unita produsse un abbassamento certo del livello di vita dei lavoratori, con il governo Prodi.
Ma anche con i partiti del centro sinistra il confronto sta degenerando in scontro sempre più aperto. Questi vorrebbero evitare un’energica presa di posizione: sono in specifico la Margherita, una summa di centristi di ieri e di oggi, di ispirazione in parte cattolica, ed i DS, ultimo approdo del troncone più grosso dell’ex Partito Comunista Italiano, neppure socialdemocratici, eccetto una percentuale di sinistra del partito. I richiami al prode Berlusconi “che la smetta di esser così radicale”, si sprecano. Che rientri in sé, che ragioni e ci si potrà mettere d’accordo. D’Alema in testa, fanno offerte di ragionevolezza, vorrebbero dialogare. Ma lui no, non può e non vuole. Da una parte deve dare conto alle frange più estremiste della sua variegata “casa delle libertà”: a Bossi, razzista e rozzamente federalista, ai fascisti nel partito di Fini, ai riottosi ed arrabbiati ex comunisti, ed alle frange fasciste che si alleano con il Polo di destra in occasioni di elezioni parziali. Questi vogliano contare sempre di più e Berlusconi sa che senza anche un solo pezzo il rosario che tiene uniti la cordata si sgranerebbe. Quindi deve dare retta ad ognuno e tenere uniti nel segno della fermezza verso i “comunisti” ogni piccola parte del suo carrozzone. Il problema è che ci sta riuscendo sempre meno. Già due ministri sono stati allontanati, due dicasteri importanti, Esteri ed Interno. Del primo ha preso l’Interim, così come fece anche Mussolini, il secondo ha cambiato ministro. Ma anche sottosegretari sono stati allontanati. Sta venendo sempre più alla luce una difficoltà di fondo che riesce ad essere superata solo dalla ricchezza del capo. Paga Berlusconi per tutti. Il suo partito, Forza Italia, è di recente formazione ma fortemente indebitato con le banche per migliaia di miliardi di vecchie lire, così come altri partiti in verità, ma comunque già indebitato. I soldi del boss servono a garantire tutti.
L’altra questione che emerge è la mancanza di quadri e di capacità negli esponenti del centro destra, specialmente in Forza Italia. Infatti, i dirigenti che non sono né ex democristiani, né ex socialisti né ex liberali ecc. fanno acqua da ogni parte. Ma pure coloro che hanno un passato politico alle spalle tengono poco la scena proprio perché a volte sono solo uomini di rincalzo del periodo pre “mani pulite”. Presenze poco significative che solo grazie alla carenza di quadri di responsabilità sono stati catapultati a reggere ministeri, o importanti istituzioni locali. Non ce la fanno. Ecco perché il governo di Berlusconi traballa, produce errori ogni giorno. All’estero lo sanno e lo dicono, in Italia la sua capacità di controllo egemonico sull’informazione e la pochezza dei suoi avversari lo tiene per ora ancora in sella. Ma il dubbio che non duri l’intera legislatura, cinque anni, diventa sempre più evidente. Se vi fossero avversari politici decenti e capaci forse il suo governo sarebbe già agli sgoccioli ma sia dal centro sinistra, sia da Rifondazione Comunista non vengono molti pericoli. Tanto che il sindacato e Cofferati, soprannominato il “cinese”, non certo per simpatie vicine o lontane con quel paese, ma per i tratti del viso che lo fa rassomigliare lontanamente ad una asiatico, anche se nato in provincia di Cremona, sono al momento gli unici reali avversari del cavaliere. Il tempo sfortunatamente non lavora per lui. La sua caduta potrebbe essere rovinosa. Ed allora sarà interessante vedere chi e come riuscirà a salvarsi dalla “debacle”. Come si riciclerà Fini, a capo di un partito post-fascista, che però ha da difendere in ogni caso una propria storia. Come si ricicleranno i centristi cattolici che stanno sopportando quel buzzurrone di Bossi che più capisce di perdere consensi più alza la voce, pretendendo cose che nessuno gli darà. L’ultima invenzione riguarda la divisione in tre parti del parlamento nazionale, una per ogni latitudine geografica. Il ritorno ad un periodo pre unitario, ante 1870. Il partito di Bossi non ha neppure il 4% a livello nazionale, un totale di 1.400.000 voti alle ultime elezioni. Un po’ pochino. Se non fosse per il suo peso aggiunto al nord, se non fosse per la simpatia culturale di fondo che Berlusconi nutre per il razzismo di Bossi, questo partito ed il suo leader sarebbero da tempo al capolinea. Ma proprio perché Berlusconi non sa come andare avanti potrebbe avvenire che tra non molto il centro sinistra, con Rifondazione Comunista in aggiunta, così come la rotta di riavvicinamento odierno lascia intravedere, riprenda in mano il governo del paese. Certo non per loro capacità ma per incapacità manifesta del centro destra. Rimarrebbe comunque un grande vuoto di intelligenza politica.
Chi lo potrà riempire?