Riflessioni sulla seconda conferenza nazionale dei giovani comunisti
Un’altra occasione persa per sviluppare un dibattito serio, dialettico e
capillare tra il nostro corpo militante sui temi posti al centro dell’attenzione
dalla “svolta” di Livorno e Rimini. Il lungo percorso che ci ha portato alla
celebrazione della seconda Conferenza nazionale dei Giovani Comunisti/e non ha
risposto alle aspettative della vigilia, e ancora una volta si è assistito ad
una discussione “ingessata” da tentazioni unanimistiche (che -paradossalmente-
nel nostro partito sono risorte dopo la felice idea di imperniare il passato
Congresso, nel 2002 mica nel 1956, sulla critica dello stalinismo), scarsa
partecipazione degli iscritti e incapacità di dare vita ad un bilancio sincero
e non incensato dell’esperienza attuata in questi ultimi cinque anni dai GC.
Eppure, ci sarebbero stati i presupposti per dare vita ad una Conferenza di
segno diverso. Il fitto confronto sviluppatosi sin dalle giornate di Genova
dello scorso anno, sul rapporto tra Rifondazione, i Giovani Comunisti/e e il
movimento no global, che ha attraversato tutta la stagione congressuale e ha
finito per condizionarla. La presenza di quattro documenti distinti, espressioni
delle diverse sensibilità esistenti all’interno della nostra organizzazione
giovanile come nel partito, i quali potevano rappresentare un ottimo antidoto
contro nuove forme di “sommergibilismo”. Lo stesso dibattito che si è aperto in
seno al “Laboratorio dei disobbedienti”, dopo le inadeguate mobilitazioni
contro la visita di Bush in Italia, il vertice di Pratica di Mare e quello Fao,
e dopo la fuga in avanti “politicista” delle liste no global alle
amministrative, conclusasi con riscontri elettorali da prefisso telefonico, che
ha prodotto anche una lettera aperta (1)
che non lesina toni di autocritica e successivi strascichi polemici tra le
varie anime del movimento, in particolare sul tema della non violenza e
l’esigenza di trovare <<nuove forme di rappresentanza e di
organizzazione>>(2). Gli sviluppi
della politica nazionale, con l’inasprimento del conflitto di classe ed una
CGIL che -non senza difficoltà, ma anche con risultati tangibili- cerca di
lasciarsi alle spalle le pratiche concertative, e della politica
internazionale, con i venti di guerra tra India e Pakistan (entrambi membri
dell’ormai sfaldata “santa alleanza” contro il terrorismo), la sconfitta del
golpe made in Usa in Venezuela, il perdurare della resistenza palestinese.
UNA GRANDE ASSENTE: LA SINTESI
Insomma, c’erano tutti gli ingredienti per indurre i membri dell’Esecutivo
uscente dei GC, i sottoscrittori del primo documento della Conferenza e i
quadri locali dei GC che hanno dedicato anima e corpo alla pratica della
“disobbedienza sociale”, a correggere il tiro e limare certe posizioni,
superate dai fatti ai quali abbiamo dovuto assistere in questi mesi. E’ ovvio,
nessuno si aspettava una radicale e repentina inversione di rotta da parte di
questi compagni, e neanche pubbliche ammende e appelli all’autoflagellazione.
Ma un minimo di capacità di sintesi tra l’ampio ventaglio di posizioni espresse
nel gruppo dirigente dei GC, per non parlare dei diversi “umori” critici emersi
nella base, al di là dei documenti di riferimento, questo ce lo si poteva
aspettare.
A chiedere un passo indietro, non è stato solo il 36,08% (3) dei votanti alle Conferenze territoriali che si è
riconosciuto nei tre documenti “di opposizione”, che, da collocazioni talvolta
antitetiche e conflittuali, hanno fornito una rappresentanza a quei settori
dell’organizzazione che non hanno digerito certe scelte maturate
dall’Esecutivo. Un malcontento che, invece di atrofizzarsi dopo l’entusiastica
discesa in campo del movimento no global, si è esteso, radicato e qualificato.
Una gestione di sintesi, la ricezione di alcune delle istanze provenienti dai
documenti alternativi, le hanno richieste anche buona parte dei compagni che
hanno voluto riconfermare, con votazioni spesso bulgare nonostante i mugugni,
la fiducia ai reduci della disobbedienza. Perfino nelle Conferenze territoriali
più blindate, non sono mancate accuse dure e mirate contro i metodi non
propriamente democratici e partecipativi che hanno contraddistinto
quell’Esecutivo, la subalternità mediatica agli autoproclamati “portavoce del
movimento”, i magri riscontri che hanno raccolto i GC dopo mesi di azioni
eclatanti e spettacolari al seguito delle ex tute bianche, l’affrettata
liquidazione di un grande patrimonio politico, ideale e organizzativo in nome
del presunto “nuovo che avanza”.
E poi, come leggere la bassa affluenza degli iscritti alle Conferenze, dove i
giovani operai e precari sono sembrati un bene raro e di lusso? Può bastare la
scusante del solleone di quelle giornate di fine giugno per giustificare le
troppe sedie vuote, le riunioni di grandi e storiche Federazioni del partito
svoltesi al cospetto di neanche una dozzina di compagni, tutti o quasi studenti
medi e universitari? Inoltre, può essere il clima vacanziero l’unico
responsabile del basso livello di coinvolgimento dei militanti nei dibattiti
sul merito dei documenti? Quei militanti che, specie nelle periferie dello
Stivale, ammettono candidamente di essere poco aggiornati su ciò che avviene al
“centro” e, in non pochi casi, al momento delle votazioni finiscono per
accodarsi passivamente alle scelte già maturate dal segretario di circolo, dal
coordinatore provinciale o dal compagno più in vista della zona… E’ possibile
accomodarsi su tali “attenuanti” generiche, oppure, per analizzare questo
insieme di dati allarmanti, cartina al tornasole dello stato di salute in cui
versano i GC dopo la sbornia ultra-movimentista, sarebbe stato più opportuno
tentare di addentarsi nel difficile terreno dell’organizzazione e della
formazione quadri, vero e imperdonabile limite dei dirigenti che vengono dal
’97?
L’Esecutivo uscente dei GC, già prima di elaborare le sue tesi, ha avuto la
possibilità di ristabilire un legame con la realtà. Quel famoso “passo
indietro” gli avrebbe permesso di riconquistare autorevolezza e ricompattare la
maggioranza post-congressuale, producendo un effetto benefico anche nel partito
“degli adulti”, lacerato e depauperato di energie dalla seconda fase
congressuale. Ma il gruppo dirigente ha preferito continuare sulla sua strada
con l’andatura di uno schiacciasassi, utilizzando le critiche e le
argomentazioni dei documenti alternativi, e in particolare del terzo documento,
come pretesto per giustificare il proseguimento dell’esperienza del
“Laboratorio dei disobbedienti”, divenendone -nei fatti- la componente più
oltranzista e acritica verso la leadership di Casarini. Sorda alle prese di
distanza che pure in questi mesi sono venute, da Lilliput ai Cobas di
Bernocchi, fino alla Rete no global partenopea di Francesco Caruso che ora
invita a costruire un progetto diverso rispetto a quello dei disobbedienti
“nordisti”, convocando a Napoli <<un’assemblea unitaria, che veda la
partecipazione e il protagonismo delle realtà in movimento del sud, per dare
uno sbocco al dibattito in corso e verificare la possibilità di contribuire, a
partire dal Mezzogiorno, a un grande movimento e a una stagione di lotte che
sbarrino la strada alle politiche neoliberiste>> (4).
Una posizione, quella dell’élite dei GC, che si può riassumere
nell’iper-entusiastico commento a caldo del nuovo coordinatore nazionale,
Nicola Fratoianni, convinto che <<la qualità della nostra seconda
Conferenza nazionale è stata alta perché è il risultato di anni ed anni di
lavoro. La cosa più semplice che si possa dire è che, rispetto a Chianciano,
oggi esiste un’altra organizzazione>>(5).
DISOBBEDIENZA, PRATICA VECCHIA O NUOVA?
Per racimolare argomenti a sostegno della “svolta”, alcuni dei compagni più
noti dell’Esecutivo sono addirittura arrivati a scomodare i padri nobili del
comunismo novecentesco, gli stessi che a Rimini sono stati censurati senza
indugi, tagliando ad arte alcune loro dichiarazioni ed estrapolandole dal contesto
storico in cui sono maturate. Così, anche un comunista di vecchio stampo come
Pietro Secchia, fautore nel PCI degli anni ’40 e ’50 della supremazia
dell’organizzazione, diviene nell’immaginario dei firmatari del primo documento
un partigiano della disobbedienza sociale. Per non parlare dell’innovatore
Antonio Gramsci e di Palmiro Togliatti, “stalinista” sì ma anche ideatore del
“partito nuovo”, antesignano del partito leggero e “meticcio” che qualcuno ha
in mente. E che dire di Lenin, che ha saputo <<applicare il marxismo in
maniera non dogmatica>> e forse oggi avrebbe distribuito prodotti
biologici davanti ai Mc Donald’s e raccolto le firme per la Tobin tax? Abbiamo
finito per scoprire, ascoltando le orazioni di questi compagni, che disobbedienti
-come li intendono dalle parti del Nord-Est- lo erano anche i garibaldini della
Resistenza, i braccianti meridionali che occupavano le terre e gli operai delle
Reggiane che scioperavano sfidando il piombo di Scelba, e tanti di quei
movimenti di massa che sono stati organici alla storia del Partito Comunista
Italiano.
Se, da una parte, non può che suscitare piacere sentir menzionare personaggi ed
esperienze che, solo pochi mesi prima della Conferenza di Marina di Massa,
erano stati posti all’indice dalla furia modernizzatrice, dall’altra è
difficile celare lo stupore dinanzi la “doppiezza” manifestata dai vertici dei
GC circa la disobbedienza. Una pratica che prima, durante e subito dopo le
giornate di Genova 2001 veniva dipinta come un modo completamente nuovo di fare
politica, in alternativa –se non in aperta contrapposizione- alle forme
tradizionali di protesta tramandate dai partiti marxisti e dai sindacati di
classe. Una pratica, sulla quale -estremizzazioni delle forme e problemi di
metodo a parte- ci si può anche ragionare serenamente, che spesso, anche
durante i lavori della Conferenza di Massa, è stata confusa (volutamente?) con
un fine, un modello di vita, un tipo “altro” di essere e di fare partito,
davanti agli sguardi attoniti delle delegazioni giovanili straniere presenti
(che nelle trincee della Palestina e della Colombia, o nelle piazze de L’Avana,
Atene e Madrid, non si sono “accorte” della fine dell’imperialismo e della
“necessità” di superare l’attuale strutturazione politica). Per poi sentirci dire
che la disobbedienza costituisce uno strumento da sempre interno al movimento
operaio e comunista. Non senza arrampicate sugli specchi ed equilibrismi
lessicali per tenere insieme la “passione durevole” per Che Guevara -del quale
non andrebbe letto soltanto il Diario in Bolivia, ma anche gli scritti sul
ruolo d’avanguardia del partito comunista-, il Marcos e l’EZLN che considerano
<<il recupero e la difesa della sovranità nazionale (…) parte di una
rivoluzione antineoliberista>> (6),
e le ultime rimembranze leniniste, con la nuova infatuazione alle teorie dei
“cattivi maestri” Toni Negri e Michael Hardt.
UN LUNGO PERCORSO DENSO DI OSTACOLI
Regna davvero tanta confusione sotto il cielo. E prevedibilmente lunga è la
strada da compiere per costruire, anche nel nostro Paese, una moderna
organizzazione comunista e rivoluzionaria, come profilata nella stesura del
documento “Giovani E Comunisti”. Un’organizzazione radicata con delle proprie
cellule in tutti i luoghi di lavoro, di studio e di vita in cui sono presenti
le nuove generazioni, non solo partecipe ai più disparati movimenti di massa
già esistenti, dai centri sociali alla CGIL, ma anche pronta a costituire degli
organismi ex-novo. Per la quale il concetto di egemonia non si riduca alla
burletta di chi ha paura di “mettere il cappello” agli altri, e nemmeno a
parole d’ordine astratte e autoreferenziali. Un’organizzazione il cui bacino
d’influenza non si limiti a quella -tutto sommato- ristretta cerchia di ragazzi
e ragazze che ruota attorno all’area dell’antagonismo, che sappia parlare,
invece, alla maggioranza dei giovani proletari, disoccupati, precari, delle
periferie urbane e del Mezzogiorno. Quelli che oggi non riusciamo neanche a
sfiorare con le nostre iniziative e il nostro materiale di propaganda, che
fuggono dalla politica, surrogano le loro aspirazioni collettive in strutture
come quelle del volontariato e del tifo calcistico, o si rifugiano nel
populismo spicciolo e stradaiolo di certe forze reazionarie.
Visti i risultati di Marina di Massa, si potrebbe dire che c’è da rimboccarsi
le maniche per proseguire nella realizzazione di questo progetto strategico,
ancora in fase embrionale. E per farlo, bisogna stare attenti a non inciampare
nei numerosi ostacoli che si possono incontrare durante il percorso. Un
presupposto fondamentale per il raggiungimento di una meta di tale portata, è
la difesa strenua dell’unità dei comunisti, al di là delle differenze che ci
possono essere in un partito nato all’insegna del pluralismo, e dell’agibilità
in seno al PRC e ai GC, intesa anche come diritto alla critica e
all’affermazione esplicita delle proprie posizioni. Senza paura di essere
additati al pubblico ludibrio come “il piombo nelle ali” ed estromessi a priori
dalla gestione, solo perché non allineati in toto con un segretario e un
coordinatore nazionale “infallibili” e “lungimiranti”, con buona pace per chi
ha creduto veramente al superamento del culto della personalità.
Coerenti con un modello di organizzazione che non si vuole gettare nella
pattumiera della storia, si deve rintuzzare ogni tentativo di frantumare le
nostre istanze politiche in compartimenti stagni e incomunicabili, sottoposti a
logiche di frazione e frutto di una concezione distorta, secondo la quale il
più temibile avversario è il compagno che ci siede accanto. Un atteggiamento
grave e non ammissibile. Specie in una fase in cui il governo Berlusconi e le
forze della repressione, mobilitati per l’imminente crociata del petrolio in
Irak e la guerra interna sullo Statuto dei lavoratori, si apprestano a colpire
con un nuovo giro di vite le opposizioni politiche e sociali, e in particolare
il movimento comunista, rispolverando il sempre valido arnese antipopolare del
terrorismo come antidoto contro la ripresa del conflitto di classe.
Si deve affermare il principio elementare affinché ogni iniziativa del PRC e
dei GC, dal seminario tematico al campeggio nazionale, sia l’iniziativa di
tutto il PRC e di tutti i GC; affinché ogni quadro, ogni militante possa
prendere parte all’elaborazione di una linea coralmente condivisa e applicata.
Solo in un contesto simile, peraltro non proprio dietro l’angolo, si possono
generare le condizioni per edificare <<un’organizzazione nella quale
venga meno il rapporto dualistico tra dirigenti e diretti, nella quale l’idea
della dirigenza diffusa possa realmente mirare alla costruzione
dell’intellettuale collettivo, di un organismo in cui ogni militante sia esso
stesso un dirigente>>(7).
OMAR MINNITI
Coordinamento provinciale dei GC
Reggio Calabria
NOTE:
1) La lettera aperta è disponibile sul sito www.disobbedienti.org
. In essa si sostiene che <<la mancata mobilitazione dei movimenti in
occasione dell’arrivo di George Bush II a Roma e per il vertice Nato-Russia a
Pratica di Mare, crediamo debba essere utilizzata da tutti per aprire una
riflessione. Come disobbedienti partiamo dall’autocritica…>>. Inoltre,
nell’ambito del bilancio fallimentare delle liste elettorali no global, si
sottolinea che <<un conto è parlare di “crisi della rappresentanza”, un
altro dare per scontato che questa situazione provochi la “crisi dei
partiti”>>.
2) Si veda l’articolo pubblicato da Vittorio Agnoletto su “il
manifesto” del 25 luglio 2002, nel quale l’ex portavoce del GSF -in risposta a
Casarini- ribadisce il suo modello di <<movimento pacifico, non violento,
che non rinuncia mai a costruire dialettica e conflitto sociale>>, mentre
invita a <<prestare molta attenzione al modo e alle parole con le quali
scegliamo di esprimerci, dobbiamo evitare di essere noi stessi a fornire
l’alibi ai nostri avversari che, per evitare di confrontarsi con le nostre idee
e le nostre proposte, aspettano solo l’occasione per accusare il movimento di
essere violento e quindi costringerlo alla difensiva>>. Agnoletto,
inoltre, ammette che <<in assenza di una qualunque forma leggera,
multipla e flessibile di organizzazione diventa complessa la gestione di
iniziative nazionali e campagne, senza tacere del rischio che dichiarazioni di
uno o dell’altro (e qui il riferimento al leader delle ex tute bianche è
esplicito, n.d.r.) possano essere assunte dai media, anche strumentalmente,
come rappresentative dell’insieme del movimento. Ognuno ha il sacrosanto
diritto di parlare, ma dovremo riuscire sempre a spiegare a nome di chi ognuno
parla, per chiarezza e onestà>>.
3) Le Conferenze territoriali dei GC, organizzate in vista della
Conferenza nazionale di Marina di Massa, si sono concluse con questo risultato:
documento n. 1, “Giovani Comunisti/e sempre ribelli!” (Disobbedienti), 63,92%;
documento n. 2, “Per l’egemonia del progetto rivoluzionario tra i giovani”
(Progetto Comunista), 10,43%; documento n. 3, “Giovani E Comunisti”
(L’Ernesto), 18,33%; documento n.4, “Giovani Comunisti: Disobbedienti o
rivoluzionari?” (FalceMartello), 7,32%.
4) Dalla lettera aperta a firma di Rete no global, Rete studenti
in movimento, Coordinamento di lotta per il lavoro, Laboratorio dei saperi
sociali, Collettivo operatrici ed operatori sociali, Rete immigrati in
movimento, pubblicata su “Il Manifesto” del 24 agosto 2002.
5) “Liberazione” del 9 luglio 2002, intervista a cura di
Checchino Antonini dal titolo “Sperimentiamo, nessuno si senta escluso”.
6) Marcos, “La quarta guerra mondiale è cominciata”, Edizioni Il
Manifesto.
7) Dal documento “Giovani E Comunisti”, presentato dai compagni
Gianni Fresu, Gianmarco Anzolin e Nino De Gaetano.