7 milioni e 828 mila poveri in Italia
Rapporto Istat sulla povertà:una famiglia
su cinque è povera, o quasi.
Gli anziani spendono il 60% del loro
reddito per cibo, medicine e casa 7 milioni e 828 mila poveri in Italia.
tratto da www.pmli.it
MENTRE GLI EX PRESIDENTI DELLA
REPUBBLICA INCASSANO 723 MILA EURO L'ANNO E D'ALEMA SI FA LA BARCA DA 100 MILA
EURO.
Mentre i signori del palazzo, grazie alle scandalose indennità
parlamentari e vitalizi vari, continuano a sguazzare nell'oro col denaro della
collettività, mentre gli ex presidenti della Repubblica intascano senza fiatare
un vitalizio annuo di 723 mila euro (1 miliardo e 400 milioni di lire) e
Massimo D'Alema, presidente di quello che dovrebbe essere il maggiore partito d'opposizione,
si è fatto la barca da 18 metri pagandola nientemeno che 100 mila euro, una
famiglia su cinque è in condizione di povertà o è a serio rischio di divenirlo.
Una povertà, che non va solo ricercata tra i senza casa e gli emarginati ma sta
fagocitando la famiglia apparentemente "normale'', ossia la povertà di chi
deve gestire con un stipendio o una pensione insufficienti una nuova famiglia o
una famiglia numerosa, una malattia, la perdita del lavoro, la vecchiaia, ecc. Insomma nell'Italia del neoduce Berlusconi e
del suo fantomatico "miracolo italiano'', l'esercito dei poveri aumenta,
soprattutto nel Mezzogiorno.
L'incidenza della povertà, come viene spiegato in un recente rapporto
dell'Istat, viene calcolata sulla base del numero di famiglie (e dei relativi
componenti) che presentano spese per consumi al di sotto di una soglia
convenzionale. Questa soglia convenzionale viene definita "relativa'' se è
determinata annuamente rispetto alla spesa media mensile procapite per i
consumi delle famiglie. La soglia di povertà nel 2001 è risultata pari a 814,55
euro per una famiglia di due componenti. Mentre viene definita povertà
"assoluta'' se basata su un paniere di beni e servizi indispensabili
affinché una famiglia di una data ampiezza possa raggiungere un livello di vita
"socialmente accettabile'', aggiornato ogni anno tenendo conto
dell'inflazione. Tale soglia per una famiglia di due persone per il 2001 è
stata fissata a 559,63 euro.
Ebbene dallo studio emerge che nel 2001 circa 2 milioni e 663 mila famiglie
pari al 12% delle famiglie residenti vivono in povertà relativa, per un totale
di 7 milioni e 828 mila individui (il 13,6% dell'intera popolazione). Ben il
66% delle famiglie povere vivono al Sud. Va detto però che dal dato sulla
povertà relativa mancano all'appello 166 mila famiglie (che farebbe salire le
famiglie povere al 12,8%). I ricercatori spiegano infatti che, poiché la linea
di povertà relativa si sposta annualmente sulla base dei consumi, la flessione
di questi ultimi avuta nel 2001, determinata da un peggioramento delle
condizioni di vita medie della popolazione, ha fatto abbassare anche la linea
di povertà standard, che altrimenti se rivalutata della sola inflazione sarebbe
stata di 832,09 euro. è drammatico che
le percentuali della povertà non riescano a calare: nel 2001 sono le stesse di
cinque anni prima. L'unica novità è invece la distribuzione sul territorio.
Mentre il Nord, in quest'ultimo lustro è riuscito a far scendere il tasso di
povertà tra le famiglie dal 6 al 5%, nel Centro, nello stesso periodo si è
passati dal 6% del 1997, al 9,7% del 2000 per ridiscendere all'8,4% nel 2001.
Mentre al Sud si registra un lieve aumento, passando dal 24,2% del '97 al 24,3%
del 2001, ma un netto peggioramento rispetto al dato del 2000 quando il tasso
era calato al 23,6%. Se poi si passa
alla povertà assoluta, i numeri non migliorano affatto. Sono quasi un milione
(940 mila) pari al 4,2% del totale le famiglie che non hanno soldi per
acquistare quello che gli è necessario per una esistenza dignitosa, per un
totale di 3 milioni e 28 mila persone.
Ancora una volta con differenze abissali via via che si percorre la penisola. è
nel Mezzogiorno che risiede il 75,1% delle famiglie assolutamente povere. Insomma, la povertà è un'emergenza sociale
che deve essere affrontata con urgenza dal momento che sono saltati gli
stereotipi che per decenni hanno definito l'esclusione sociale. Come dicevamo,
i nuovi poveri sono in primo luogo le famiglie numerose, le famiglie di anziani
e gli anziani soli. Le condizioni di maggior disagio si registrano tra le
coppie con tre e più figli che vedono peggiorare nettamente le proprie
condizioni: tra il 2000 e il 2001 l'incidenza sale dall'11,5% al 14,5%. Mentre
in condizioni di povertà assoluta vivono quasi il 5% dei nuclei con
capofamiglia ultrasessantacinquenne. Se
si prende, invece, la povertà relativa ci si accorge che la condizione riguarda
ben una famiglia su 4 con almeno tre figli (il 24,9%) e una su sei di anziani
oltre i 65 anni. Nel Mezzogiorno,
spiega ancora l'Istat, la sostanziale stabilità del tasso di povertà nasconde
però un peggioramento della povertà per alcune specifiche tipologie familiari.
Sono in particolare quelle numerose e quelle di un solo componente a presentare
il peggioramento più evidente: le prime passano da un'incidenza del 33,4% al
36,4%, mentre le seconde dal 17,5 al 20%. In queste regioni peggiora anche la
condizione delle famiglie con a capo una donna per le quali l'incidenza sale
del 2,3% raggiungendo il 25,8%. La
condizione di povertà peggiora se la persona di riferimento della coppia è più
giovane (dal 12,7% al 14,4%) e raggiunge il suo valore massimo se ha meno di 35
anni (dal 18,5% al 23%). In aumento l'incidenza di povertà tra le famiglie con
persona di riferimento lavoratore dipendente e tra le famiglie con componenti
in cerca di occupazione. Ma lo studio,
andando oltre la divisione della popolazione tra poveri e non poveri, denuncia
che un'altra fetta consistente di famiglie è a rischio povertà. Sono quelle che
superano appena del 20% la linea standard, e che sono un ulteriore 8%.
Un'altra conferma dell'impoverimento della popolazione, viene da un'indagine
della Confesercenti sui consumi degli italiani oltre i 65 anni, dalla quale
emerge "che spendono ogni mese il 60,5% del proprio reddito (per un totale
di 4 miliardi di euro) solo per mangiare (23,2%), per curarsi (6,2%) e per la
casa (31,1%)'', a cui va aggiunto un altro 7,2% per le spese di trasporto. Per
i consumi non essenziali, lamentano quindi i piccoli commercianti non rimane che
un ridottissimo 32,2%, pari a una media di 166 euro al mese a testa. Ma,
ovviamente si parla di medie, poiché per gli anziani con la pensione sociale,
anche quel misero margine di spesa per consumi "voluttuari'' rimane un
lusso inavvicinabile. 4 settembre 2002