Di Carmelo R. Viola
Analizzare un testo vuol dire considerare il rapporto reciproco di
compatibilità o conflitto delle sue parti componenti per determinare
l’armonia/disarmonia (coerenza/incoerenza) del tutto ai fini di ciò che vuole
significare o produrre.
La nostra Costituzione fu il prodotto-compromesso di due schieramenti per il
verso economico diametralmente opposti. Il primo – storicamente la destra –
capeggiato dalla Democrazia Cristiana, come dire dal capitalismo
clerical-capitalista; il secondo – storicamente la sinistra – capeggiato dal
Partito Comunista, come dire dal socialismo (allora) filosovietico. Per di più
l’Italia era sotto l’ipoteca del “piano Marshall” degli americani ai quali non
interessava né la repubblica né la monarchia, né, al limite, la dittatura o la
democrazia (di dittature antipopolari ce n’era una a due passi, quella
falangista, sanguinaria ed ultraclericale di Franco): a loro importava solo sin
da allora che il nostro paese (liberato
per calcolo strategico, non per vero antifascismo) fosse un paese
“USA-compatibile”, insomma nominalmente alleato, di fatto “imperialisticamente
suddito”. Tale diventò e tale è rimasto fino ai nostri giorni.
Il compromesso era teoricamente impossibile ma fu praticamente forzato: bisogna
riconoscere che l’alternativa sarebbe stata altra violenza fratricida e
dall’esito incerto. Questa consapevolezza, tuttavia, non ci può impedire di
prendere atto che la Costituzione è risultata bivalente e ambigua ovvero che ha
due anime ma non allo stesso titolo, non due anime amiche e compagne ma
semplicemente concorrenti e incompatibili. L’una, quella socialista, vi elenca
i diritti (valga per tutti quello al lavoro), come dire le aspirazioni e i
sogni: è la parte romantica, utopistica, sopportata; l’altra, quella
borghese-clericale-capitalista, ”statuisce” e supporta la realtà. Basti per
tutti il solo brevissimo telegrafico articolo 41: “L’iniziativa economica
privata è libera”.
Se vogliamo paragonare la Carta costituzionale al codice del DNA, diciamo che
come questo, quella contiene elementi deboli e quindi recessivi, ed elementi
forti e quindi dominanti. Si ha un bel “dichiarare” i diritti, uno più
sacrosanto degli altri, se la parte forte, predominante, quella che la fa da
padrona, li fa dipendere da sé, in pratica li annulla come diritti. E la parte
forte è il capitalismo, con i suoi giochi e i suoi meccanismi anche
psicodinamici, che mettono perfino poveri contro poveri, stabilito a chiare
lettere dal citato articolo 41.
E’ chiaro come il sole che il diritto al lavoro non dipende dalla Stato, che
quella Costituzione è chiamato ad applicare, ma solo dal fabbisogno di
manodopera delle aziende: ora, un diritto che manca dell’indipendenza
(assolutezza), immediatezza,
universalità e continuità nel tempo, insomma della cosiddetta certezza,
non è più un diritto ma soltanto un’eventualità. L’azienda Fiat non può non
licenziare se il suo gioco produttivo – finalizzato non certo al bene della
collettività ma solo alla produzione dei profitti a favore di singoli magnati
anche se a costo di danno alla collettività stessa e alla natura – non ha più
bisogno di un certo numero di lavoratori. Pertanto, il diritto al lavoro
dipende non dall’applicazione di una norma costituzionale ma da un effetto
collaterale dell’azienda, la quale non può – e non deve – garantirlo. Dicendo
Fiat, diciamo tutte le aziende capitaliste.
La nostra Costituzione è a coefficiente capitalistico e quanto è successo fino
ad oggi era prevedibile e quanto sta succedendo in questi giorni vi trova una
spiegazione puntuale. La “ingenua” elencazione dei diritti (oh quanti!) ha
ispirato la cosiddetta Prima Repubblica a dar vita a un piccolo Stato sociale,
come espressione di certo cristianesimo sincero o populismo demagogico di
democristiani dell’epoca. La Seconda Repubblica è peggiore della Prima perché
nel frattempo il capitalismo, gravato di peso con il già citato articolo, si è
fatto neoliberista (cioè si è integralizzato-massimalizzato), ha escluso l’alternativa
socialista (dichiarandola gratuitamente fallita) ed ha instaurato l’alternanza
parlamentare (alla maniera anglo-americana) come punto di arrivo e di
stagnazione di un capitalismo senza sbocco destinato a marcire dentro.
I costituenti di destra, insomma i “sostenitori del capitalismo”, devono avere
avuto buon gioco nel contrabbandare la libera iniziativa economica privata come
una questione di libertà tout court ovvero come un attributo di un paese
liberale, anche spalleggiati dalle minoranze laiche (tipo repubblicani,
nenniani e simili di una convergenza potenzialmente “socialdemocratica”, cioè
capitalista “alla Fassino”). Sta qui, infatti, uno dei più grandi equivoci
della storia. Nella famosa trilogia del 1789 la libertà è direttamente e simultaneamente
connessa con la fraternità e l’uguaglianza (si sottintende economica). Infatti,
una libertà agente da sola “si mangia” e la fraternità (con che s’intende il
senso morale) e l’uguaglianza. Liberale è colui che segue quei tre fattori come
se fossero uno solo e il liberalesimo vero è la piattaforma e la quintessenza
del futuro socialismo. Chiamare liberale una società, dove pochi affogano nella
ricchezza superflua e altri (i più) si arrangiano quando non si suicidano, non
vale più di una barzelletta. Eppure, i costituenti di destra hanno spacciato
per liberale siffatta società, dove straricchi, dopo avere sfruttato fino al
parossismo patologico un certo mercato (poniamo dell’auto), possono licenziare
legalmente (e come altrimenti?) migliaia e migliaia di lavoratori e investire
in un altro mercato per ricominciare a produrre profitti a proprio favore
ovvero dove il diritto al lavoro (come dire alla vita!) del singolo cittadino
trova eventuale risposta solo nella domanda, di lavoro appunto, di investitori di capitale.
C’è una libertà economica elementare che si estrinseca nell’artigianato, nella
creatività intellettuale e artistica e nello scambio di valori (alias libero
impiego del proprio potere di acquisto), che è naturalmente legittima, ma v’è
una ben diversa libertà economica (quella prevista dall’art. 41) che significa
produzione e distribuzione di beni e servizi essenziali alla collettività,
affidata all’ingordigia dei privati, e dalla quale dipende l’occupazione. E’ la
libertà che, in nome dei profitti privati (sia pure dietro una cortina di
menzogne demagogiche) , impone e distribuisce anche un’infinità di beni e
servizi perfino inutili e nocivi: Tale “libertà” non è più compatibile con
l’esperienza storica per il male che produce (non si può più dire “non lo
sapevamo”) né con il potenziale tecnologico (utilizzabile da chiunque può
comprarlo) insomma con la scienza sociale che, sorta con il marxismo, si è
andata maturando. La “libertà” in questione produce, sul piano legale, ogni
iniquità economica (dalla ricchezza superflua senza limiti all’indigenza totale
dei barboni), cioè criminalità legale, dal punto di vista naturale e biologico;
sul piano collaterale altra criminalità che oscilla dalla illegalità alla
paralegalità (questa ultima detta mafia o similmente); in politica estera (in
modo specifico per il nostro paese) produce la sudditanza di fatto
all’imperialismo dei più forti – cioè agli USA – e quindi la totale
disapplicazione dell’art. 11, che sancisce il ripudio della guerra non
difensiva. Tali piani non hanno
soluzione di continuità. Si tenga conto della legge della psico-omologazione
definibile in vari modi. Per esempio così: per un fatto naturalmente criminoso,
come quello di possedere ricchezza parassitaria senza limiti, ritenuto lecito dalla
legge, tutti i mezzi sono sentiti come leciti
Donde la presunzione di autolegittimità non solo, è ovvio, dello
sfruttatore del lavoro altrui che applica precise norme, di legge, appunto, ma
anche del corruttore e del mafioso. Ma perfino del morto di fame che si sente
autorizzato a fare qualunque cosa per realizzare anche lui il suo diritto alla
vita senza rispettare l’ “ipocrita gioco delle forme”.
La Costituzione italiana è una Carta bugiardamente liberale perché la libertà
economica privata domina su tutto, per esempio nell’interpretazione degli
articoli della Costituzione stessa, che diventa una lettura ad usum delphini
per chi lo fa da una posizione di forza che glielo consente. Per esempio,
l’art. 4 non significa che il diritto al lavoro sia un diritto propriamente
detto, cioè CERTO, ma solo una possibilità vaga di cui la “Repubblica” promuove
le condizioni per renderlo effettivo! Il che significa tutto e niente e
consente al Presidente della Repubblica (appunto) di andare a piangere sui
disoccupati di Napoli ma di ammettere nello stesso tempo di non potere fare
niente se non auspicarsi che qualche “investitore di capitale” abbia bisogno di
qualche altro lavoratore (nel momento in cui la Fiat si appresta a licenziare
migliaia di dipendenti)! Una vera farsa che fa piangere e ridere nello stesso
tempo. E’ ovvio che in queste condizioni la parte migliore della Carta
costituzionale non possa mai essere realizzata.
Per concludere questi cenni di analisi globale – necessariamente limitata al
problema del lavoro, che è tuttavia il tema portante – non posso non aggiungere
che quel popolo, dall’art. 1 della stessa Carta definito “sovrano”, è stato così psicologicamente corrotto e
distratto dal sistema predominante da essersi completamente dimenticato e della
sovranità e del potere effettivo di cui dispone. Basti pensare al “potere
ottundente” del falso sport e alle mille occasioni di far soldi con una
schedina, una macchinetta ludica o un quiz. Ma anche ad una sinistra morta
suicida, la sinistra vera potendo essere solo socialista e antimperialista.
Questo popolo, così celebrato dalla Costituzione ma anche così manipolato dalla
pubblicità commerciale come dalla propaganda dei partiti, ha portato al governo
la peggiore compagine politica che si potesse immaginare. Per recuperare la
parte migliore della nostra Carta costituzionale non credo che basti osannare
indifferentemente ai suoi articoli.
Carmelo R. Viola
(Analisi
Costituzione - 09.10.02 – 2103)