www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 20-10-02

Cenni di analisi globale della nostra carta costituzionale


Di Carmelo R. Viola

Analizzare un testo vuol dire considerare il rapporto reciproco di compatibilità o conflitto delle sue parti componenti per determinare l’armonia/disarmonia (coerenza/incoerenza) del tutto ai fini di ciò che vuole significare o produrre.
La nostra Costituzione fu il prodotto-compromesso di due schieramenti per il verso economico diametralmente opposti. Il primo – storicamente la destra – capeggiato dalla Democrazia Cristiana, come dire dal capitalismo clerical-capitalista; il secondo – storicamente la sinistra – capeggiato dal Partito Comunista, come dire dal socialismo (allora) filosovietico. Per di più l’Italia era sotto l’ipoteca del “piano Marshall” degli americani ai quali non interessava né la repubblica né la monarchia, né, al limite, la dittatura o la democrazia (di dittature antipopolari ce n’era una a due passi, quella falangista, sanguinaria ed ultraclericale di Franco): a loro importava solo sin da allora  che il nostro paese (liberato per calcolo strategico, non per vero antifascismo) fosse un paese “USA-compatibile”, insomma nominalmente alleato, di fatto “imperialisticamente suddito”. Tale diventò e tale è rimasto fino ai nostri giorni.
Il compromesso era teoricamente impossibile ma fu praticamente forzato: bisogna riconoscere che l’alternativa sarebbe stata altra violenza fratricida e dall’esito incerto. Questa consapevolezza, tuttavia, non ci può impedire di prendere atto che la Costituzione è risultata bivalente e ambigua ovvero che ha due anime ma non allo stesso titolo, non due anime amiche e compagne ma semplicemente concorrenti e incompatibili. L’una, quella socialista, vi elenca i diritti (valga per tutti quello al lavoro), come dire le aspirazioni e i sogni: è la parte romantica, utopistica, sopportata; l’altra, quella borghese-clericale-capitalista, ”statuisce” e supporta la realtà. Basti per tutti il solo brevissimo telegrafico articolo 41: “L’iniziativa economica privata è libera”.
Se vogliamo paragonare la Carta costituzionale al codice del DNA, diciamo che come questo, quella contiene elementi deboli e quindi recessivi, ed elementi forti e quindi dominanti. Si ha un bel “dichiarare” i diritti, uno più sacrosanto degli altri, se la parte forte, predominante, quella che la fa da padrona, li fa dipendere da sé, in pratica li annulla come diritti. E la parte forte è il capitalismo, con i suoi giochi e i suoi meccanismi anche psicodinamici, che mettono perfino poveri contro poveri, stabilito a chiare lettere dal citato articolo 41.
E’ chiaro come il sole che il diritto al lavoro non dipende dalla Stato, che quella Costituzione è chiamato ad applicare, ma solo dal fabbisogno di manodopera delle aziende: ora, un diritto che manca dell’indipendenza (assolutezza), immediatezza,  universalità e continuità nel tempo, insomma della cosiddetta certezza, non è più un diritto ma soltanto un’eventualità. L’azienda Fiat non può non licenziare se il suo gioco produttivo – finalizzato non certo al bene della collettività ma solo alla produzione dei profitti a favore di singoli magnati anche se a costo di danno alla collettività stessa e alla natura – non ha più bisogno di un certo numero di lavoratori. Pertanto, il diritto al lavoro dipende non dall’applicazione di una norma costituzionale ma da un effetto collaterale dell’azienda, la quale non può – e non deve – garantirlo. Dicendo Fiat, diciamo tutte le aziende capitaliste.
La nostra Costituzione è a coefficiente capitalistico e quanto è successo fino ad oggi era prevedibile e quanto sta succedendo in questi giorni vi trova una spiegazione puntuale. La “ingenua” elencazione dei diritti (oh quanti!) ha ispirato la cosiddetta Prima Repubblica a dar vita a un piccolo Stato sociale, come espressione di certo cristianesimo sincero o populismo demagogico di democristiani dell’epoca. La Seconda Repubblica è peggiore della Prima perché nel frattempo il capitalismo, gravato di peso con il già citato articolo, si è fatto neoliberista (cioè si è integralizzato-massimalizzato), ha escluso l’alternativa socialista (dichiarandola gratuitamente fallita) ed ha instaurato l’alternanza parlamentare (alla maniera anglo-americana) come punto di arrivo e di stagnazione di un capitalismo senza sbocco destinato a marcire dentro.
I costituenti di destra, insomma i “sostenitori del capitalismo”, devono avere avuto buon gioco nel contrabbandare la libera iniziativa economica privata come una questione di libertà tout court ovvero come un attributo di un paese liberale, anche spalleggiati dalle minoranze laiche (tipo repubblicani, nenniani e simili di una convergenza potenzialmente “socialdemocratica”, cioè capitalista “alla Fassino”). Sta qui, infatti, uno dei più grandi equivoci della storia. Nella famosa trilogia del 1789 la libertà è direttamente e simultaneamente connessa con la fraternità e l’uguaglianza (si sottintende economica). Infatti, una libertà agente da sola “si mangia” e la fraternità (con che s’intende il senso morale) e l’uguaglianza. Liberale è colui che segue quei tre fattori come se fossero uno solo e il liberalesimo vero è la piattaforma e la quintessenza del futuro socialismo. Chiamare liberale una società, dove pochi affogano nella ricchezza superflua e altri (i più) si arrangiano quando non si suicidano, non vale più di una barzelletta. Eppure, i costituenti di destra hanno spacciato per liberale siffatta società, dove straricchi, dopo avere sfruttato fino al parossismo patologico un certo mercato (poniamo dell’auto), possono licenziare legalmente (e come altrimenti?) migliaia e migliaia di lavoratori e investire in un altro mercato per ricominciare a produrre profitti a proprio favore ovvero dove il diritto al lavoro (come dire alla vita!) del singolo cittadino trova eventuale risposta solo nella domanda, di lavoro appunto,  di investitori di capitale.
C’è una libertà economica elementare che si estrinseca nell’artigianato, nella creatività intellettuale e artistica e nello scambio di valori (alias libero impiego del proprio potere di acquisto), che è naturalmente legittima, ma v’è una ben diversa libertà economica (quella prevista dall’art. 41) che significa produzione e distribuzione di beni e servizi essenziali alla collettività, affidata all’ingordigia dei privati, e dalla quale dipende l’occupazione. E’ la libertà che, in nome dei profitti privati (sia pure dietro una cortina di menzogne demagogiche) , impone e distribuisce anche un’infinità di beni e servizi perfino inutili e nocivi: Tale “libertà” non è più compatibile con l’esperienza storica per il male che produce (non si può più dire “non lo sapevamo”) né con il potenziale tecnologico (utilizzabile da chiunque può comprarlo) insomma con la scienza sociale che, sorta con il marxismo, si è andata maturando. La “libertà” in questione produce, sul piano legale, ogni iniquità economica (dalla ricchezza superflua senza limiti all’indigenza totale dei barboni), cioè criminalità legale, dal punto di vista naturale e biologico; sul piano collaterale altra criminalità che oscilla dalla illegalità alla paralegalità (questa ultima detta mafia o similmente); in politica estera (in modo specifico per il nostro paese) produce la sudditanza di fatto all’imperialismo dei più forti – cioè agli USA – e quindi la totale disapplicazione dell’art. 11, che sancisce il ripudio della guerra non difensiva.  Tali piani non hanno soluzione di continuità. Si tenga conto della legge della psico-omologazione definibile in vari modi. Per esempio così: per un fatto naturalmente criminoso, come quello di possedere ricchezza parassitaria senza limiti, ritenuto lecito dalla legge, tutti i mezzi sono sentiti come leciti  Donde la presunzione di autolegittimità non solo, è ovvio, dello sfruttatore del lavoro altrui che applica precise norme, di legge, appunto, ma anche del corruttore e del mafioso. Ma perfino del morto di fame che si sente autorizzato a fare qualunque cosa per realizzare anche lui il suo diritto alla vita senza rispettare l’ “ipocrita gioco delle forme”.
La Costituzione italiana è una Carta bugiardamente liberale perché la libertà economica privata domina su tutto, per esempio nell’interpretazione degli articoli della Costituzione stessa, che diventa una lettura ad usum delphini per chi lo fa da una posizione di forza che glielo consente. Per esempio, l’art. 4 non significa che il diritto al lavoro sia un diritto propriamente detto, cioè CERTO, ma solo una possibilità vaga di cui la “Repubblica” promuove le condizioni per renderlo effettivo! Il che significa tutto e niente e consente al Presidente della Repubblica (appunto) di andare a piangere sui disoccupati di Napoli ma di ammettere nello stesso tempo di non potere fare niente se non auspicarsi che qualche “investitore di capitale” abbia bisogno di qualche altro lavoratore (nel momento in cui la Fiat si appresta a licenziare migliaia di dipendenti)! Una vera farsa che fa piangere e ridere nello stesso tempo. E’ ovvio che in queste condizioni la parte migliore della Carta costituzionale non possa mai essere realizzata.
Per concludere questi cenni di analisi globale – necessariamente limitata al problema del lavoro, che è tuttavia il tema portante – non posso non aggiungere che quel popolo, dall’art. 1 della stessa Carta definito “sovrano”,  è stato così psicologicamente corrotto e distratto dal sistema predominante da essersi completamente dimenticato e della sovranità e del potere effettivo di cui dispone. Basti pensare al “potere ottundente” del falso sport e alle mille occasioni di far soldi con una schedina, una macchinetta ludica o un quiz. Ma anche ad una sinistra morta suicida, la sinistra vera potendo essere solo socialista e antimperialista. Questo popolo, così celebrato dalla Costituzione ma anche così manipolato dalla pubblicità commerciale come dalla propaganda dei partiti, ha portato al governo la peggiore compagine politica che si potesse immaginare. Per recuperare la parte migliore della nostra Carta costituzionale non credo che basti osannare indifferentemente ai suoi articoli.

Carmelo R. Viola
(Analisi Costituzione - 09.10.02 – 2103)