www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 20-10-02

Finanziaria 2003 / L'analisi della Cgil


Tutti gli effetti settore per settore
di Beniamino Lapadula
Coordinatore Dipartimento Politiche economiche Cgil

La finanziaria del 2003 è l’emblema del fallimento di oltre cinquecento giorni di politica economica. Il governo ha sostenuto per mesi che il miracolo economico era alle porte: sarebbe bastata la promessa di una gigantesca riduzione della pressione fiscale, un faraonico piano di opere pubbliche e un colpo in testa al sindacato. Si trattava di un linea nel contempo irrealistica e pericolosa, e i fatti lo hanno dimostrato.
Il governo, anche dopo l’11 settembre, ha nascosto al paese la verità. Ha continuato a formulare obiettivi fantasiosi di crescita, di inflazione, di disavanzo sul pil, minando così la credibilità di ogni previsione futura. Ma ha fatto di peggio: ha provocato una fortissima conflittualità sociale e ha messo in discussione la coerenza con i princìpi europei. Così, non solo non ha difeso le condizioni di relativa certezza indispensabili per le scelte degli operatori economici, ma ha assestato un colpo alla crescita economica e alla credibilità europea. A causa del suo dna populista, il centro destra ha lasciato andare i conti pubblici alla deriva, nella speranza che le difficoltà che attraversano Francia e Germania potessero dar luogo a un abbandono dei vincoli europei. La proposta Prodi-Solbes di spostare il pareggio i bilancio al 2006 è stata letta frettolosamente come il semaforo verde alla finanza morbida. Tremonti ha così impostato una manovra di finanza pubblica totalmente priva di credibilità.
L’andamento stazionario del nostro pil nel 2002 e i rischi di stagnazione dell’economia mondiale tolgono credibilità agli obiettivi di disavanzo indicati nella finanziaria. La possibilità di uno sfondamento, nel 2003, della soglia del 3 per cento è probabile, per non dire certa. La stangata più forte è così rinviata di qualche mese, sempre che tutto non precipiti prima. Spagna, Olanda, Austria, Belgio e Svezia non hanno apprezzato il “doppiopesismo” della Commissione europea, troppo sensibile alle difficoltà di Germania, Francia e Italia, e quindi daranno battaglia all’Ecofin e all’Eurogruppo. La Germania sembra propendere per la strada del rigore. Scelta, questa, che aprirebbe nuovi problemi soprattutto all’Italia, con un debito che supera il 100 per cento del pil e che tende a salire. Le prossime settimane saranno dunque decisive, e non possono escludersi colpi di scena già nel corso delle discussioni della Finanziaria in Parlamento. Ma veniamo ai diversi capitoli della Finanziaria.
Riduzioni di spesa.
L’importo è irrealistico se riferito ai risparmi su acquisti di beni e servizi da parte della pubblica amministrazione. Molto è già stato fatto negli anni 90, qualche economia si può ancora fare, ma di entità modesta. I veri tagli riguardano dunque la finanza di Comuni e Regioni, e quindi il welfare locale: dalla sanità all’assistenza alle fasce deboli, agli asili nido ecc. Se il governo andrà avanti su questo terreno potrà realizzare parte dell’obiettivo contenuto in finanziaria, ma a prezzo di ulteriori conflitti sociali e di una rottura istituzionale.
Valorizzazione del patrimonio.
Gli investimenti per 4 miliardi di euro che dovrebbero uscire dal bilancio, a partire da quelli per l’alta velocità, sono finanziati con i proventi della valorizzazione del patrimonio pubblico e con capitali presi sul mercato attraverso la finanza di progetto. Questo è il capitolo più oscuro della manovra, perché si fonda sulla messa a regime delle due società Patrimonio spa e Infrastrutture spa, che attualmente sono ancora sulla carta. L’ammontare dell’operazione non è credibile, tanto più che essa dovrebbe sommarsi ai 7 miliardi di cartolarizzazioni già previste nella legislazione vigente. Le quali, a loro volta, sembrano destinate in larga misura all’insuccesso. Allora delle due l’una: o si punta a nuove forme di indebitamento occulto o si pensa di svendere il patrimonio pubblico. Probabilmente in programma c’è un furbesco mix di svendite e indebitamento che si prefigge di aggirare i criteri di Eurostat e della Commissione europea. Allarmano i “boatos”, denunciati dalla Cgil e non smentiti dal governo, intorno alla cessione di diritti di usufrutto e di superficie su beni pubblici a un pool di banche internazionali, che avrebbero già dato luogo a speculazioni sulle aree limitrofe a quelle demaniali. La cessione di diritti di usufrutto e di superficie (diritto su cui non esiste un mercato), invece che la vendita vera e propria, si prefigge di aggirare i limiti Eurostat. L’operazione è azzardata. Il rischio è che sia bloccata in sede europea e che si fermino i cantieri dell’alta velocità.
Concordati fiscali.
L’uso del termine “concordato” per questa operazione che dovrebbe generare entrate straordinarie per 8 miliardi di euro è improprio. La prospettiva è quella di un condono tombale sul versante fiscale, previdenziale ed edilizio, che verrà introdotto con un emendamento della maggioranza nel corso dell’iter parlamentare. Anche in questo caso la cifra è sovrastimata: al massimo potranno entrare 2 miliardi di euro. Negli anni passati piccoli imprenditori e lavoratori autonomi hanno iniziato ad avere un rapporto più positivo con il fisco. Solo nell’ultimo anno, grazie alla politica fiscale di Tremonti, l’evasione ha ripreso a correre. Quindi non è credibile che il condono produca entrate così ingenti, mentre il grado di fedeltà fiscale degli italiani tornerà presto ai livelli della prima Repubblica, con effetti disastrosi sulla finanza pubblica.
Le bugie di Berlusconi e Tremonti.
Veniamo alle riduzioni fiscali e al capitolo Mezzogiorno e investimenti. Sull’Irpef la Cgil sta completando alcune simulazioni che mettono a confronto le riduzioni già previste dalla legislazione vigente (restituzione del fiscal-drag, più riduzione delle aliquote previste dalla Finanziaria Amato-Visco) con quelle della Finanziaria 2003. Risulta che lo sconto sull’Irpef non è il più grande nella storia (il precedente governo ha operato per il 2001 una riduzione pari a 8,5 miliardi di euro), ed è di poco superiore a quanto previsto dalla legislazione vigente: circa 1,5 miliardi. Il saldo per i cittadini risulta comunque negativo se si computano gli effetti dei tagli a welfare e servizi, pari a 1,7 miliardi locali, mentre dalle tasche dei cittadini italiani saranno prelevati più soldi per ticket, asili nido, assistenza domiciliare e così via. Per i lavoratori dipendenti, a partire da quelli del pubblico impiego, il saldo è ancora più negativo. A fronte di una riduzione dell’aliquota media Irpef di circa 1 punto, si prevede un’inflazione programmata pari a circa metà di quella effettiva. Il modesto beneficio fiscale 2003 sarà così annullato da una rivalutazione dei salari inferiore all’inflazione.
È però sul terreno dello sviluppo che la manovra mostra di più la corda. Non solo non vi sono risorse per misure di tipo anti-ciclico, ma si disarticola il quadro vigente di tassazione e incentivi per le imprese. Le nuove regole sugli incentivi a fondo perduto, trasformati per metà in prestiti, i crediti di imposta sugli investimenti fatti con il criterio della prenotazione, le incertezze sul bonus per i nuovi assunti a tempo indeterminato avranno impatti micidiali, negativi per l’occupazione. Il danno è in primo luogo per il Mezzogiorno, dove i tassi di disoccupazione sono più che doppi rispetto al nord, e che pagherà a caro prezzo il quadro di incertezze determinato dal governo.

(Rassegna sindacale, n. 37, 15 ottobre 2002)