Finanziaria 2003 / L'analisi della Cgil
Tutti gli effetti settore per settore
di Beniamino Lapadula
Coordinatore Dipartimento Politiche economiche Cgil
La finanziaria del 2003 è l’emblema del fallimento di oltre cinquecento giorni
di politica economica. Il governo ha sostenuto per mesi che il miracolo
economico era alle porte: sarebbe bastata la promessa di una gigantesca
riduzione della pressione fiscale, un faraonico piano di opere pubbliche e un
colpo in testa al sindacato. Si trattava di un linea nel contempo irrealistica
e pericolosa, e i fatti lo hanno dimostrato.
Il governo, anche dopo l’11 settembre, ha nascosto al paese la verità. Ha
continuato a formulare obiettivi fantasiosi di crescita, di inflazione, di
disavanzo sul pil, minando così la credibilità di ogni previsione futura. Ma ha
fatto di peggio: ha provocato una fortissima conflittualità sociale e ha messo
in discussione la coerenza con i princìpi europei. Così, non solo non ha difeso
le condizioni di relativa certezza indispensabili per le scelte degli operatori
economici, ma ha assestato un colpo alla crescita economica e alla credibilità
europea. A causa del suo dna populista, il centro destra ha lasciato andare i
conti pubblici alla deriva, nella speranza che le difficoltà che attraversano
Francia e Germania potessero dar luogo a un abbandono dei vincoli europei. La
proposta Prodi-Solbes di spostare il pareggio i bilancio al 2006 è stata letta
frettolosamente come il semaforo verde alla finanza morbida. Tremonti ha così
impostato una manovra di finanza pubblica totalmente priva di credibilità.
L’andamento stazionario del nostro pil nel 2002 e i rischi di stagnazione
dell’economia mondiale tolgono credibilità agli obiettivi di disavanzo indicati
nella finanziaria. La possibilità di uno sfondamento, nel 2003, della soglia
del 3 per cento è probabile, per non dire certa. La stangata più forte è così
rinviata di qualche mese, sempre che tutto non precipiti prima. Spagna, Olanda,
Austria, Belgio e Svezia non hanno apprezzato il “doppiopesismo” della
Commissione europea, troppo sensibile alle difficoltà di Germania, Francia e
Italia, e quindi daranno battaglia all’Ecofin e all’Eurogruppo. La Germania
sembra propendere per la strada del rigore. Scelta, questa, che aprirebbe nuovi
problemi soprattutto all’Italia, con un debito che supera il 100 per cento del
pil e che tende a salire. Le prossime settimane saranno dunque decisive, e non
possono escludersi colpi di scena già nel corso delle discussioni della
Finanziaria in Parlamento. Ma veniamo ai diversi capitoli della Finanziaria.
Riduzioni di spesa.
L’importo è irrealistico se riferito ai risparmi su acquisti di beni
e servizi da parte della pubblica amministrazione. Molto è già stato fatto
negli anni 90, qualche economia si può ancora fare, ma di entità modesta. I
veri tagli riguardano dunque la finanza di Comuni e Regioni, e quindi il
welfare locale: dalla sanità all’assistenza alle fasce deboli, agli asili nido
ecc. Se il governo andrà avanti su questo terreno potrà realizzare parte
dell’obiettivo contenuto in finanziaria, ma a prezzo di ulteriori conflitti
sociali e di una rottura istituzionale.
Valorizzazione del patrimonio.
Gli investimenti per 4 miliardi di euro che dovrebbero uscire dal
bilancio, a partire da quelli per l’alta velocità, sono finanziati con i
proventi della valorizzazione del patrimonio pubblico e con capitali presi sul
mercato attraverso la finanza di progetto. Questo è il capitolo più oscuro
della manovra, perché si fonda sulla messa a regime delle due società Patrimonio
spa e Infrastrutture spa, che attualmente sono ancora sulla carta. L’ammontare
dell’operazione non è credibile, tanto più che essa dovrebbe sommarsi ai 7
miliardi di cartolarizzazioni già previste nella legislazione vigente. Le
quali, a loro volta, sembrano destinate in larga misura all’insuccesso. Allora
delle due l’una: o si punta a nuove forme di indebitamento occulto o si pensa
di svendere il patrimonio pubblico. Probabilmente in programma c’è un furbesco
mix di svendite e indebitamento che si prefigge di aggirare i criteri di
Eurostat e della Commissione europea. Allarmano i “boatos”, denunciati dalla
Cgil e non smentiti dal governo, intorno alla cessione di diritti di usufrutto
e di superficie su beni pubblici a un pool di banche internazionali, che avrebbero
già dato luogo a speculazioni sulle aree limitrofe a quelle demaniali. La
cessione di diritti di usufrutto e di superficie (diritto su cui non esiste un
mercato), invece che la vendita vera e propria, si prefigge di aggirare i
limiti Eurostat. L’operazione è azzardata. Il rischio è che sia bloccata in
sede europea e che si fermino i cantieri dell’alta velocità.
Concordati fiscali.
L’uso del termine “concordato” per questa operazione che dovrebbe
generare entrate straordinarie per 8 miliardi di euro è improprio. La
prospettiva è quella di un condono tombale sul versante fiscale, previdenziale
ed edilizio, che verrà introdotto con un emendamento della maggioranza nel
corso dell’iter parlamentare. Anche in questo caso la cifra è sovrastimata: al
massimo potranno entrare 2 miliardi di euro. Negli anni passati piccoli
imprenditori e lavoratori autonomi hanno iniziato ad avere un rapporto più
positivo con il fisco. Solo nell’ultimo anno, grazie alla politica fiscale di
Tremonti, l’evasione ha ripreso a correre. Quindi non è credibile che il
condono produca entrate così ingenti, mentre il grado di fedeltà fiscale degli
italiani tornerà presto ai livelli della prima Repubblica, con effetti
disastrosi sulla finanza pubblica.
Le bugie di Berlusconi e Tremonti.
Veniamo alle riduzioni fiscali e al capitolo Mezzogiorno e
investimenti. Sull’Irpef la Cgil sta completando alcune simulazioni che mettono
a confronto le riduzioni già previste dalla legislazione vigente (restituzione
del fiscal-drag, più riduzione delle aliquote previste dalla Finanziaria
Amato-Visco) con quelle della Finanziaria 2003. Risulta che lo sconto
sull’Irpef non è il più grande nella storia (il precedente governo ha operato
per il 2001 una riduzione pari a 8,5 miliardi di euro), ed è di poco superiore
a quanto previsto dalla legislazione vigente: circa 1,5 miliardi. Il saldo per
i cittadini risulta comunque negativo se si computano gli effetti dei tagli a
welfare e servizi, pari a 1,7 miliardi locali, mentre dalle tasche dei
cittadini italiani saranno prelevati più soldi per ticket, asili nido,
assistenza domiciliare e così via. Per i lavoratori dipendenti, a partire da
quelli del pubblico impiego, il saldo è ancora più negativo. A fronte di una
riduzione dell’aliquota media Irpef di circa 1 punto, si prevede un’inflazione
programmata pari a circa metà di quella effettiva. Il modesto beneficio fiscale
2003 sarà così annullato da una rivalutazione dei salari inferiore
all’inflazione.
È però sul terreno dello sviluppo che la manovra mostra di più la corda. Non
solo non vi sono risorse per misure di tipo anti-ciclico, ma si disarticola il
quadro vigente di tassazione e incentivi per le imprese. Le nuove regole sugli
incentivi a fondo perduto, trasformati per metà in prestiti, i crediti di
imposta sugli investimenti fatti con il criterio della prenotazione, le
incertezze sul bonus per i nuovi assunti a tempo indeterminato avranno impatti
micidiali, negativi per l’occupazione. Il danno è in primo luogo per il
Mezzogiorno, dove i tassi di disoccupazione sono più che doppi rispetto al
nord, e che pagherà a caro prezzo il quadro di incertezze determinato dal
governo.
(Rassegna sindacale, n. 37, 15 ottobre
2002)