Il Riformista: un quotidiano troppo estremista.
Di Tiziano Tussi
Un nuovo quotidiano genericamente definito dell’area dalemiana.. Quattro fogli,
carta pesante, grafica sobria ed “intellettuale”, ricorda “il foglio” di
Ferrara. In verità è un giornale estremista. Il numero 10 del 2 novembre. Prima
pagina: in Italia si piangono vittime innocenti, bambini, di un terremoto,
tutto il mondo ne parla ed ecco che “il riformista” apre sulle elezioni negli
USA, ancora da venire. Del terremoto pochissime righe di agenzia con il numero
totale dei morti e via andare. Altra notizia importantissima, da prima pagina,
il ruolo di Bassolino nei DS. E poi lo stile Mc Donald nei fast food ed altre
cretinerie del genere. Seconda pagina. Lettere. Enrico Manca ex deputato socialista,
più o meno craxiano, scrive che gradisce il nuovo giornale ma che, secondo
lui, dovrebbe intitolarsi “il
socialista”. Risposta della redazione: la parola non ci fa schifo, anzi –
evviva Craxi – ma non basta più. Riformismo, riformista è la vera novità, la
nuova frontiera della ragione di sinistra. I nuovi eroi riformisti: Blair,
Clinton, Rutelli. Emerge sempre più l’estremismo del giornale e l’urto di
vomito di chi sta leggendo. Ma avanti. Un’altra lettera dice che chi scrive non
prenderà più il giornale perché difende gli interessi di chi non ha e non avrà
mai problemi, un quotidiano per ricchi, scrive l’ormai ex lettore. Ma un altro
invece si complimenta finalmente un quotidiano di sinistra – che per lui porta
il nome di Macaluso, che parrebbe scrivere abitualmente, non in questo numero,
sul giornale. Due pareri che garantiscono il pluralismo, la democrazia , il
civile contraddittorio tra ragioni: tutti salvi. Alcune notiziole raccolte qua
e là, non si capisce con quale discernimento, nella rubrica “gaia” e due perle
di articoli lunghi. Una recensione di un libro per parlare male di Berlusconi
che non riesce a fare bene il suo mestiere. Ed un invito ad un nuovo patto tra
i produttori che si contrapponga ai percettori di rendite. Per i produttori si
intende naturalmente sia chi sfrutta, gli imprenditori industriali, sia chi
viene sfruttato, la loro mano d’opera. Ecco, fra le due parti sociali vi
dovrebbe essere un’unione per combattere le rendite di capitale e di beni. Una
grande novità che per lo meno è stata detta miliardi di volta da quando il
capitalismo industriale e bancario ha cominciato a marciare velocemente –
diciamo almeno dall’inizio dell’800. Ricordiamo Owen, Fourier, per lo meno. – e
riproposto qui, il 2 novembre 2002, come grande pensata originale. Pagina tre.
Una critica al nuovo libro di Naomi Klein, da destra. Il primo aveva colpito
nel segno quando raccontava le storie di povertà del pianeta, il secondo, dato
che propone una ricetta che vuole coniugare la grande democrazia decentrata e centri
sociali risulta fuorviante, occorre che il patto tra forze produttive, cioè le
industrie, approdi in Africa che ne avrebbe tanto bisogno. Perciò per
combattere uno sfruttamento intensivo, secolare, che esiste, secondo “il
riformista” bisogna sostituire un nuovo sfruttamento, più moderno. Chissà cosa
direbbero gli indiani di Bhopal, tanto per citare un solo caso di modernismo
industriale. Ma non vale proprio la pena discutere con queste estremistiche e
decisamente cieche opinioni. Basta elencarle. La Cina e l’India, altro articolo
lungo della pagina, stanno curando i loro problemi con la globalizzazione. Solo
un problemino: le centinai di disoccupati che stanno ingolfando la veloce
macchina del modernismo cinese. Mao e soci ci hanno messo decenni per ridurre
allo zero un fenomeno che in pochi anni ha ripreso vigore in tutto il paese,
specialmente nelle zone “sviluppate”. Disoccupazione, miseria crescente tra
ampi strati di popolazione, delinquenza endemica e corruzione. Ma a qualcuno
piace la Cina così come è ora. Per l’India non spendiamo neppure parole per
descrivere le tremende disuguaglianze interne. Alcune piccole notiziole
economiche, stile insalata russa ed un articolo di fondo contro Vattimo, un
filosofo che non si ricorda di chi tanto lo ha sponsorizzato ed ora sputa nel
piatto dalemiano da cui ha mangiato scrivendo sull’Unità. Ultima (mezza
pagina). Al di là di rubrichette che escono sempre più improvvisamente da
chissà quale logica, anche una lettera lo ha, nello stesso giorno rilevato, una
articolo contro Cecchi Gori e chi lo vuole salvare solo perché non è un
berlusconiano convinto. Finito il giornale. Il resto, mezza pagina della
quarta, è pubblicità, in questo caso Fastweb. Altra pubblicità in prima pagina
di “Vita” un giornale del non profit
cattolico e difensore del volontariato, qualsiasi esso sia; in alto
vicino alla testata una piccola pubblicità virtuale. Altro non c’è. Il
radicalismo del giornale lo si capisce leggendo le amenità impermeabili alla
realtà sociale: tutto dovrebbe essere interpretato dalla “novità” di approccio
capitalistico, classico e rituale, detto da persone che una volta erano di
sinistra e che ora si trovano in una situazione di limbo politico assolutamente
sublime: il riformismo, nuovo terreno e pensiero. Naturalmente poi il giornale,
molto più prosaicamente starà in piedi, per quanto (?) con i soldi dello stato,
così come sta in piedi “il foglio” di Ferrara che canta le lodi del mercato, ma
che non si cimenta veramente con le sue ferree regole, vivendo meglio, molto
meglio, all’ombra dell’albero statale. Le su fronde coprono tutti, tranne i
comunisti. Quelli è meglio lasciarli fuori. In questo senso, purtroppo, “il
riformista” perde ogni accenno estremista e si configura, come realmente è solo
un foglio che serve alla lotta interna del partito dei DS. Ma a chi serve
realmente? Ma serve realmente?