www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 16-11-02

Inflazione: cosa non va nel metodo Istat


di Aldo Carra

Mai, credo, lo scarto tra inflazione “percepita” e inflazione “rilevata” è stato così ampio. Se quest’ultima oscilla intorno al 2,5%, la percezione largamente diffusa si colloca tra l’8 e il 10%: uno scarto di tre, quattro volte. Un fenomeno così clamoroso non poteva non produrre attrito tra associazioni dei consumatori e Istat; fortunatamente, le associazioni hanno imboccato la strada delle proposte costruttive e l’Istat quella della disponibilità a “migliorare-cambiare-integrare”. Perché la strada intrapresa sia produttiva di risultati occorrerà prendere atto, da un lato, dei limiti della percezione e, dall’altro, dei limiti della rilevazione.
L’inflazione percepita dalle persone, proprio per la componente implicita di soggettività e di sensazione, incorpora due distorsioni.
La prima è connessa alla linearità della crescita. Un aumento dei prezzi lineare, lento e progressivo, che dopo dodici mesi si traduca in prezzi più elevati del 3% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, quasi non viene percepito. Un aumento improvviso del 3%, seguito da una stabilizzazione, anche se in ragione di anno, produce lo stesso effetto: viene percepito ma, nel vissuto soggettivo, si amplifica, anche per la preoccupazione che l’impennata possa ripetersi. Lo “scalino” dell’euro ha certamente prodotto questo effetto.
Una seconda distorsione nella percezione è data dalla frequenza d’acquisto dei prodotti, quasi a prescindere dal loro valore. Se beni di uso quotidiano, spesso di scarso valore, non aumentano e crescono invece i beni di uso meno frequente (auto, mobili, alberghi ecc.) la percezione dell’inflazione è “debole”. Se, invece, avviene il contrario la percezione è “forte”.
In questi ultimi mesi sono aumentati i prezzi di frutta, ortaggi, caffè, giornali e il consumatore è stato ed è ancora sottoposto a una dose giornaliera di aumenti e alla quotidiana constatazione che i beni che compra abitualmente costano di più rispetto all’ultima volta che lo ha fatto. Questo “stress da inflazione” si è intrecciato con lo “stress da euro”, facendo diventare azioni quotidiane, piacevoli e rilassanti, come prendere un caffè e un giornale, appunto “stressanti”.
Detto questo, però, occorre prendere atto che quando una percezione è così massicciamente diffusa (credo non esista persona che ritenga che i prezzi sono aumentati solo del 2,4%) c’è qualcosa che non va, ci sono limiti anche nella rilevazione.
C’è innanzitutto un limite strutturale d’“inerzia” che è connaturato alle modalità stesse con cui la rilevazione dei prezzi viene effettuata.
La rilevazione ogni mese di 300mila quotazioni di prezzi, in 25mila punti vendita, attraverso strutture comunali non sempre adeguate e giustamente remunerate, ha in sé implicito il rischio della mancata rilevazione e della ripetizione del dato precedente. Se sui novantaquattro capoluoghi che dovrebbero fare la rilevazione ce ne sono ben venti che non la fanno per niente, ce ne saranno venti o poco più che la faranno benissimo, ma è probabile che in un numero consistente di Comuni la rilevazione sia vissuta come un peso; di conseguenza difficilmente i dati forniti riescono a rispecchiare l’effettiva dinamica dei pezzi.
D’altra parte, la tecnica di ripetere i valori precedenti, quando ci sono difficoltà, è anche avallata dall’Istat, che nelle stesse istruzioni emanate stabilisce che le “omissioni occasionali di rilevazione vengono trattate come assenza di variazione di prezzo”. Inoltre l’Istat stesso adotta metodi “appiattenti”,  ripetendo  il prezzo precedente quando la rilevazione non viene eseguita (non si capisce perché non si introducano algoritmi che scelgano, quantomeno, i tassi medi di crescita di prodotti analoghi o di province vicine).
Un effetto inerziale ulteriore e che si cumula col precedente, è il secondo limite della rilevazione: l’adozione di una struttura di pesi annuale. La conseguenza di questa metodologia è che i prezzi dei prodotti vengono rilevati anche quando i prodotti non sono sul mercato (ad esempio il cappotto in estate); in questo caso il prezzo è, per forza di cose, stazionario e si produce l’effetto di comprimere la variazione dei prezzi dei prodotti sul mercato che sono quelli che le persone consumano in quel dato mese.
Anche qui l’Istat non dovrebbe avere problemi a costruire una struttura mensile che rispecchi il fatto che a ottobre i libri scolastici pesano più che negli altri mesi come ad agosto pesano di più le spese per alberghi ecc.
L’adozione delle misure suggerite e, soprattutto, una riorganizzazione dell’indagine (affrontando problemi come ruolo dei Comuni e dell’Istat, risorse e rilevatori, nuove tecniche di utilizzo anche dei registratori di cassa ecc.) possono migliorare il dato rilevato e, forse, avvicinarlo a quello percepito. È certo però che la distanza potrà accorciarsi ma non scomparire. Rimane, perciò, il problema di come fornire indicatori e analisi che siano più in sintonia con la percezione soggettiva delle persone.
Due integrazioni sono, a mio parere, necessarie per risolvere questo problema. La prima riguarda il paniere, cioè la struttura di ponderazione.
Una realtà sociale differenziata non può essere rappresentata con un solo indicatore. Servono più panieri, pochi, ma che rispecchino le diverse percezioni che le diverse tipologie di famiglie hanno. E attenzione, non basta parlare di diverse fasce di reddito. Ciò che rende diversa la struttura dei consumi di una famiglia rispetto a un’altra non è solo/tanto il livello del reddito, ma la “condizione specifica”. Avere la casa di proprietà o pagare l’affitto, avere tre bambini in età scolare o nessuno, essere soli o avere persone a carico, sono fattori che producono spesso più differenze nei consumi di quante non ne producano le diverse disponibilità di reddito.
E infine un ultimo suggerimento-proposta. L’Istat presenta i dati con diversi livelli di aggregazione, associando i singoli prodotti a gruppi di voci di spesa (alimentari, abbigliamento ecc.) Come si è detto, nella percezione delle persone non conta tanto se crescono gli alimentari o le spese ricreative, ma se crescono o no le spese quotidiane o quelle stagionali (libri scolastici, vacanze ecc.) o quelle straordinarie pluriennali (auto, mobili ecc.). E nella percezione, al di là dei valori di spesa, le prime influiscono più delle seconde, e le seconde più delle terze.
Perciò sarebbe il caso di elaborare indicatori che rispecchino queste tipologie di spesa. Sono convinto che se si dicesse che le spese quotidiane sono aumentate del 7% (cosa che si ottiene aggregando voci di capitoli diversi come ortaggi, frutta, caffè, giornali, cinema ecc.) la distanza tra inflazione percepita e inflazione registrata si accorcerebbe-annullerebbe. Sarebbe un bel risultato per il prestigio dell’Istat, per la funzione delle associazioni dei consumatori e, soprattutto, per i cittadini.

(Rassegna sindacale, n. 38, 22 ottobre 2002)