Le
tre lettere seguenti sono state inviate al “Corriere della Sera”, che non le ha
pubblicate. Il “pensiero unico” interventista e colonialista che ispira di
questi tempi la rubrica “Lettere al Corriere”, ove sono ammesse solo
occasionali scalfitture per dare parvenza di liberalismo, non accetta discorsi
che pongano in luce la pretesa aprioristica e antistorica di definire
apoditticamente “buoni” e “cattivi” sulla scena internazionale e di prefigurare
il legislatore, giudice e gendarme unico mondiale, al quale tutto è consentito:
mentre le (vere ma in tal caso spesso assai amplificate o propagandate)
“malvagità” dei “cattivi” vengono poste fuori dalla storia e dai contesti, i
quali spesso, fra l’altro, mostrano i “buoni” partecipi attivi di quelle
“malvagità”.
Prof. Paolo Mieli
“Corriere della Sera”
“Lettere al Corriere”
MILANO
Fax 02 - 62 82 75 79
Roma, 20.02.2003
Caro Prof. Mieli,
non è facile farsi pubblicare. Ma se ne dicono troppe e da punti di vista bene
intenzionati “democraticamente”, ma che poco hanno a che fare con una visione
obiettiva del diritto internazionale. E’ chiaro che mi servirebbe molto più
spazio per spiegare i vari passaggi della mia lettera. In particolare vi è
molta confusione sul punto della “dittatura”, sui paragoni con Hitler e lo
spirito di Monaco (ma lì la guerra la fece scoppiare Hitler; per l’Iraq non vi
è nulla di attuale e quindi il paragone è del tutto improprio). Ma non tutto si
può dire in una lettera, che limito dunque al testo seguente:
Caro Mieli,
non resisto nel vedere il diritto internazionale, la mia materia, così
maltrattato. Anche da qualcuno con cui concordo nel no alla guerra, come Elio
Veltri (18 febbraio). Esistono teorizzazioni che cercano di suffragare quanto
ha affermato Veltri e vi sono pessimi precedenti recenti (forza, non diritto)
che paiono confermare: ma è ideologia, non scienza giuridica. Il diritto
internazionale è jus inter pares
e la Carta delle N.U. è accordo che pone obblighi specifici agli Stati membri,
i cui diversi regimi sono in principio presupposti e accettati. La Carta tutela
l’indipendenza politica e l’uguaglianza sovrana degli Stati e sancisce la non
ingerenza nei fatti esterni. Questi principi fondamentali non possono venire
travolti, checché si dica in contrario, neppure nel caso delle misure del cap.
VII (minacce o rotture della pace). La “dittatura” di Saddam Hussein è prodotto
della storia e dei problemi dell’Iraq e può essere giudicata solo dagli
irakeni: sono fra l’altro le interferenze continue dall’estero una delle
componenti che ne hanno permesso e forse causato l’instaurazione. Oggi i
complici di tante azioni passate si fanno accusatori e pretendono di dire chi
debba governare o no un paese sovrano. Affermare che “l’ONU può intervenire con
una forza di pace e imporre a Saddam le dimissioni, un pubblico processo per
crimini contro l’umanità (nota mia: a quando il processo per i crimini NATO in
Jugoslavia o statunitensi nell’Iraq del 1991 - bombe all’uranio - o ancor oggi
per gli inammissibili bombardamenti nelle arbitrarie no-flying zones?), e libere elezioni controllate” è fuori
dal diritto internazionale. Come lo è la mozione approvata dalla Camera per
l’esilio di Saddam Hussein: giuste le reazioni di Diliberto e del ministro
russo Ivanov (Corriere della Sera, 20 febbraio). Il “diritto internazionale
nuovo” che si vorrebbe da taluni non è vigente ed è in realtà affermazione di
neocrociati o neocolonialisti più o meno consapevoli.
Prof. Aldo Bernardini
Prof. Paolo Mieli
“Corriere della Sera”
“Lettere al Corriere”
MILANO
Fax 02 - 62 82 75 79
Roma, 21.02.2003
Caro Prof. Mieli,
non è facile farsi pubblicare. Ma se ne dicono troppe e anche da punti di vista
bene intenzionati “democraticamente”, ma che poco hanno a che fare con una
visione obiettiva del diritto internazionale. Mi permetto dunque di insistere:
invio nuovamente la mia lettera di ieri, con una correzione (fatti interni, non
esterni); la menzione dell’affermazione di Mobarak sulla non ingerenza, uscita
oggi; una brevissima qualificazione giuridica della mozione della Camera. E’
chiaro che mi servirebbe molto più spazio per spiegare i vari passaggi della
mia lettera. In particolare vi è molta confusione sul punto della “dittatura”,
sui paragoni con Hitler e lo spirito di Monaco (ma lì la guerra la fece
scoppiare Hitler; per l’Iraq non vi è nulla di attuale) sono del tutto
improprii. Ma non tutto si può dire in una lettera, che limito dunque al testo
seguente:
Caro Mieli,
non resisto nel vedere il diritto internazionale, la mia materia, così
maltrattato. Anche da qualcuno con cui concordo nel no alla guerra, come Elio
Veltri (18 febbraio). Esistono teorizzazioni che cercano di suffragare quanto
ha affermato Veltri e vi sono pessimi precedenti recenti (forza, non diritto)
che paiono confermare: ma è ideologia, non scienza giuridica. Il diritto
internazionale è jus inter pares
e la Carta delle N.U. è accordo che pone obblighi specifici agli Stati membri,
i cui diversi regimi sono in principio presupposti e accettati. La Carta tutela
l’indipendenza politica e l’uguaglianza sovrana degli Stati e sancisce la non
ingerenza nei fatti interni. Questi principi fondamentali non possono venire
travolti, checché si dica in contrario, neppure nel caso delle misure del cap.
VII (minacce o rotture della pace). La “dittatura” di Saddam Hussein è prodotto
della storia e dei problemi dell’Iraq e può essere giudicata solo dagli
irakeni: sono fra l’altro le interferenze continue dall’esterno una delle
componenti che ne hanno permesso e forse causato l’instaurazione. Oggi i
complici di tante azioni passate si fanno accusatori e pretendono di dire chi
debba governare o no un paese sovrano. Affermare che “l’ONU può intervenire con
una forza di pace e imporre a Saddam le dimissioni, un pubblico processo per
crimini contro l’umanità (nota mia: a quando il processo per i crimini NATO in
Jugoslavia o statunitensi nell’Iraq del 1991 - bombe all’uranio - o ancor oggi
per gli inammissibili bombardamenti nelle arbitrarie no-flying zones?) e libere elezioni controllate” è fuori dal
diritto internazionale. Come lo è la mozione approvata dalla Camera per
l’esilio di Saddam Hussein: giuste le reazioni di Diliberto e del ministro
russo Ivanov (Corriere della Sera, 20 febbraio), nonché quella del presidente
egiziano Mobarak (21 febbraio), basate sull’obbligo di non ingerenza. Ciò vuol
dire che la nostra Camera invita il Governo a comportamenti internazionalmente
illeciti. Il “diritto internazionale nuovo” che si vorrebbe da taluni non è
vigente ed è in realtà affermazione di neocrociati o neocolonialisti più o meno
consapevoli.
Prof. Aldo Bernardini
Prof. Paolo Mieli
“Corriere della Sera”
“Lettere al Corriere”
MILANO
Fax 02 - 62 82 75 79
Roma, 24.02.2003
Caro Prof. Mieli,
prima di mettere in rete quanto ho invano inviato, inoltro la nota che segue,
considerata la (mi perdoni) leggerezza con cui ci si comporta di fronte a una
proposta incredibile, come quella di Pannella, che si vorrebbe alternativa alla
guerra. Certo, se di fronte a un ladro che vuole entrare in casa mia, per
scongiurarne la violenza, gli do le chiavi di casa, ho veramente “salvato il
diritto”! E lo stesso vale qualora il ladro proponga se stesso, o un suo
delegato, ad amministrare casa mia con il mio consenso estorto o, se questo
manchi, dopo avermi cacciato con la forza.
Caro Mieli,
perseverare diabolicum. Un po’
d’ordine nel pensiero. Il mio discorso si chiude subito davanti a chi ritenga
che, sulla scena mondiale, esistano i buoni e i cattivi aprioristicamente
individuati da chi (buono) si arroga il potere di individuarli. Questa
concezione ci riporta al medioevo. Il diritto internazionale moderno e in
particolare quello delle Nazioni Unite rifiuta tale concezione, predispone gli
strumenti per una dialettica pacifica fra Stati indipendenti e ugualmente
sovrani, qualunque sia il loro regime interno: che potrà piacerci o no, ma non
è lecitamente sovvertibile dall’esterno. Solo in caso di attacco attuale (non ipotizzato o presunto) esso
può venire respinto con la forza; problemi contenziosi anche ravvisati come
fonti di pericolo per la pace vanno composti con le trattative multilaterali
del cap. VI. In caso di concrete situazioni “pericolose”, definibili solo nel
quadro e secondo i principi delle N.U., si può agire mediante misure senza
forza o limitate “azioni di polizia internazionale” decretate dal Consiglio di
sicurezza e da affidarsi a forze internazionali “neutrali”, non a Stati
interessati (a riprendersi, come USA e Gran Bretagna, il controllo del petrolio
irakeno nazionalizzato). La situazione di pericolo o violazione della pace deve
essere attuale e concreta (ad es., non la semplice detenzione di armi
“pericolose” da parte di uno Stato, perché questo è comune a tanti Stati, bensì
l’uso o la comprovata minaccia attuale di usarle, non certo vicende passate, se
no dovremmo cominciare da Hiroshima; e ovviamente non sulla base
dell’affibbiato carattere a un dato governo di “cattivo” o “dittatoriale”). Le
N.U. non hanno certo il potere di instaurare amministrazioni internazionali su
interi Stato sovrani: queste presupporrebbero la fine dello Stato stesso per
autoestinzione o altrimenti per debellatio
provocata da una guerra (come tale, estranea al sistema N.U.). La
fantagiuridica ipotesi pannelliana implica la guerra: virtuale, con resa totale
dell’apparato irakeno pur senza guerra e con occupazione dell’Iraq, o più
verosimilmente combattuta. Esigere dall’esterno che esponenti statali vadano in
esilio è ingerenza gravissima e, se accompagnata da minaccia della forza,
equivale in sé ad un atto di guerra. Riflettiamo che ogni principio giuridico,
o asserito tale, è reversibile: se è lecito detronizzare il “cattivo” (per gli
USA) Saddam Hussein, domani sarebbe lecito volere lo stesso per il “cattivo”
(per qualcun altro) Bush. Sappiamo già che altri “cattivi” (per gli USA) sono
all’orizzonte e ci prepariamo a sorbirci le campagne di stampa contro questo o
quel dirigente, con indagini sulla vita privata, gli antenati e i successori, i
conti in banca e così via. Questa è semplice barbarie e porta alla guerra
generalizzata. Si tratta infatti solo di rapporti di forza, che quindi ciascuno
è autorizzato a coltivare a modo suo, ma il diritto non può identificarsi con i
semplici rapporti di forza.
Aldo Bernardini