La conclusione rapida della guerra contro l’Iraq ha determinato
nell’amministrazione degli Stati Uniti
un consolidamento delle posizioni più oltranziste dell’imperialismo americano
(linea Rumsfeld-Rice) e la propensione, tra l’altro, ad una ulteriore escalation dell’aggressività nei
confronti dei cosiddetti “Stati canaglia”.
In questo quadro non si collocano soltanto le accuse alla Siria, i duri moniti
rivolti all’Iran affinché desista da qualsiasi “interferenza” nelle relazioni
tra le diverse componenti religiose presenti in Iraq, le ricorrenti minacce
alla Corea del Nord, ma anche la campagna di aggressione puntualmente
scatenata contro Cuba.
Tale campagna, che ha visto il preoccupante allineamento dell’Unione
europea, è stata subito assunta dal
governo Berlusconi, con un servilismo che ha pochi eguali e che la quasi
totalità dell’Ulivo ha fatto proprio, dando prova di una grave e sostanziale
subalternità. Mentre il Papa – la cosa merita di essere notata – che pure
esprime “dolore e preoccupazione” per le misure repressive, rifugge
dall’anatema e dal linguaggio esasperato della “condanna”. E' significativo che
nella Commissione Onu di Ginevra per i diritti dell'uomo, un emendamento
ispirato dagli Usa che chiedeva la "condanna" esplicita di Cuba per
le recenti misure repressive, sia stato respinto con 31 voti contrari (paesi
non allineati), 15 favorevoli (Usa, UE e alleati occidentali) e 7 astensioni.
Questa campagna di aggressione si somma all’embargo che da decenni strangola
l’economia dell’isola mettendone a repentaglio lo sviluppo e le possibilità
stesse di una ulteriore crescita democratica, che deve comunque verificarsi
nelle forme che autonomamente il popolo cubano deciderà di darsi, senza interferenze
esterne né modelli “esportati”. Tali possibilità di sviluppo democratico di
Cuba vengono inibite dal permanente stato di emergenza indotto dalle minacce
alla sua indipendenza e legittima sovranità.
A questo proposito occorre essere chiari. Nei confronti di tutti i paesi
latino-americani che – come il Venezuela o, in passato, il Cile e il Nicaragua
– hanno visto prevalere forze progressive, gli Usa hanno sviluppato una dura
offensiva tesa a sovvertirne i governi legittimi sul piano economico e politico
e sul terreno militare, non esitando a sostenere colpi di Stato e guerre
civili.
Con Cuba, in particolare, l’attuale presidente degli Stati Uniti (che molto
deve alla mafia anticastrista di Miami per la propria rocambolesca elezione
alla Casa Bianca) ha subito interrotto ogni pur timido accenno di dialogo,
intensificando la linea della “guerra a bassa intensità”. Rientrano in questa
strategia aggressiva l'aggravamento del blocco economico; il sostegno operativo
e finanziario di gruppi terroristi anticastristi che operano in sinergia con l’intelligence statunitense; il
finanziamento e la diretta organizzazione di azioni terroristiche sul
territorio cubano; l'invio di personale diplomatico incaricato di organizzare
manovre sovversive e colpi di Stato; l'incoraggiamento all’espatrio illegale di
massa.
E' chiaro - o dovrebbe esserlo a chi non rinuncia a tenere nella dovuta
considerazione il contesto politico internazionale nel quale l'aggressione
statunitense a Cuba si è venuta sviluppando nelle ultime settimane - quale sia
lo sbocco di tale offensiva. Da sempre Cuba è una spina nel fianco degli Stati
Uniti, una intollerabile anomalia in quello che gli imperialisti nord-americani
considerano il proprio "cortile di casa". Oggi, dopo la fine del
bipolarismo, dopo l'11 settembre e sullo sfondo della dottrina della guerra
preventiva, gli Stati Uniti ritengono sia giunto il momento di eliminare
definitivamente tale anomalia. In questo senso il 28 aprile scorso il
Segretario di Stato americano ha definito Cuba una "aberrazione
nell'emisfero occidentale", annunciando che l'Amministrazione Bush sta
"rivedendo tutte le proprie politiche e il proprio approccio nei riguardi
de L'Avana".
I segnali di una precipitazione della crisi verso esiti militari si moltiplicano
giorno dopo giorno e sono sempre più numerosi coloro che evocano apertamente il
pericolo di una invasione statunitense. Da ultimi hanno lanciato questo allarme
i premi Nobel Nadine Gordimer, Rigoberta Menchu e lo stesso Gabriel Garcia
Marquez, al quale si è cercato di attribuire - con quella che egli ha definito
senza mezzi termini una "manipolazione" tesa a "giustificare una
invasione di Cuba" - una posizione critica nei confronti dell'Avana.
La nostra contrarietà alla pena di morte resta ferma. Ciò che vogliamo mettere
in evidenza è come tutto il discorso sui diritti umani violati e la liceità
della pena di morte serva solo a nascondere la vera partita in gioco. Non
cogliere questo elemento e accettare che tale discorso divenga la questione
all'ordine del giorno sarebbe testimonianza della più grave subalternità
politica.
Le dure misure repressive adottate dal governo di Cuba nei confronti di chi si
è reso colpevole di gravi attentati, di crimini come il dirottamento di navi o
di altri reati contro la sicurezza dello Stato, volti a creare una "quinta
colonna" interna - emanazione diretta delle azioni destabilizzanti della
superpotenza statunitense - vanno inquadrate in un contesto assimilabile a una
situazione di guerra non dichiarata, nel quale ogni dinamica tende a
radicalizzarsi drammaticamente. Né può sfuggire, ad una valutazione obiettiva,
la connessione esistente con la detenzione illegale dei cinque patrioti cubani,
processati e condannati negli Stati Uniti senza il rispetto di alcuna garanzia
giuridica e degli stessi diritti umani, nel nome dei quali gli Usa e i loro
sostenitori muovono a Cuba accuse tanto ipocrite quanto strumentali.
Non riconosciamo credibilità democratica alcuna a chi, col pretesto delle ormai
note “ingerenze umanitarie”, ha praticato
o sostenuto embarghi, guerre e terrorismi di Stato che sono costati la vita, in
pochi anni, a centinaia di migliaia di civili innocenti, dall’Irak ai Balcani,
dall’Afghanistan al Congo, dal Guatemala alla Palestina (e la lista potrebbe
essere ancora molto lunga).
In un contesto internazionale in cui le minacce alla sua indipendenza si sono
così gravemente intensificate, non abbiamo dunque esitazioni: confermiamo a
Cuba, al suo popolo, al suo governo legittimo e al partito comunista, la nostra
piena, ferma e consapevole solidarietà.
Giovanni Pesce
Claudio Grassi
Bianca Bracci Torsi
Guido Cappelloni
Bruno Casati
Gianni Favaro
Rita Ghiglione
Damiano Guagliardi
Gianluigi Pegolo
Fausto Sorini
Giuseppina Tedde