Pervenuto da: [JUGOINFO] - 23 maggio 2003
Cuba, Italia,
democrazia e diritti
In aa-forum@yahoogroups.com, "Fulvio Grimaldi" ha scritto:
A Sandro Curzi, direttore di "Liberazione",
A Paolo Serventi Longhi, Segretario Nazionale della Federazione
Nazionale della Stampa,
al Comitato di Redazione di "Liberazione".
Direttore,
quella in calce è l'ultima puntata di Mondocane apparsa il 9
maggio su "Liberazione". Il giorno precedente tu me ne avevi
annunciato la pubblicazione e mi avevi raccomandato di restare in futuro nei
limiti degli accordi relativi ai contenuti della rubrica. Nel successivo
articolo, non più pubblicato, mi ero attenuto strettamente alle tue
indicazioni. Cinque anni fa, all'inizio della mia collaborazione con il
giornale, mi avevi detto che avrei potuto scrivere di tutto. Successivamente,
mi era stato chiesto di confinare i miei scritti a temi ecologici. Da esperto,
per 40 anni, di questioni internazionali, mi è sembrato lecito inserire le
questioni ambientali nel più vasto contesto della politica e delle devastazioni
ecologiche, che non mi pare siano limitate alla preservazione dei fringuelli, o
alla denuncia di inceneritori. Del resto, nei miei quasi quotidiani dibattiti
con presentazione dei miei video sulle aree di crisi, i compagni mi chiedono,
da Bolzano a Trapani, di esporre le mie esperienze in fatto di conflitti e
questioni geopolitiche, immancabilmente connessi a temi ecologici.
Il giorno successivo alla pubblicazione del Mondocane su Cuba, in cui non ho
certo espresso opinioni più "devianti" di quante ne erano state già
pubblicate su Liberazione e financo sul Manifesto, mi hai fatto comunicare
impropriamente dall' Amministratore del giornale, Mauro Belisario, che la mia
collaborazione era cessata. A prescindere che tale comunicazione mi sarebbe
dovuta arrivare da te e in modo formale, non mi sono state illustrate le
motivazioni per un simile "licenziamento in tronco" di un
collaboratore dopo cinque anni di non indifferenti contributi. Arguisco,
comunque, che il mio trattamento dell'argomento Cuba abbia provocato il
dissenso e la censura del vertice del Partito.
Arguisco anche che quel Mondocane sia stato considerato la goccia che ha fatto
traboccare il vaso della mia "eterodossità" rispetto alla
"linea" di una parte della maggioranza del Partito. Lo deduco dalle
infinite censure che mi sono state inflitte, fin dai tempi dell'aggressione
alla Jugoslavia, quando, contro le illusioni e gli errori di altri, documentai
fatti poi divenuti di comune certezza, come l'assoldamento dell'organizzazione
di opposizione serba "Otpor" (da altri in Liberazione definiti
"compagni del Movimento") da parte della CIA, il carattere
diffamatorio e non corretto della definizione di Milosevic come dittatore, il
crollo dell'accusa di "pulizia etnica" di fronte ai dati rilevati
dagli investigatori Nato e ONU, pubblicati addirittura su "L'Unità".
Una mia lunga e drammatica intervista con Milosevic, l'ultima prima
dell'arresto, venne pubblicata con grande interesse dal "Corriere della
Sera", ma ritenuta impubblicabile da "Liberazione".
Altre censure mi vennero imposte per aver intervistato a Bagdad, l'autunno
scorso, Tariq Aziz, e aver "confessato" di avere avuto da questo uomo
di Stato ripetute interviste, tanto che tutti i miei successivi reportage
vennero cestinati, per quanto non fossero per nulla "scandalosi", o
segnati da esaltazioni di Saddam Hussein. Questa condotta si ripetè durante
l'aggressione imperialista all'Iraq, quando da Bagdad, tra difficoltà che si
possono ben immaginare, offersi di inviare articoli. L'offerta venne accettata,
ma i miei pezzi, scritti tra una bomba e l'altra, furono ridotti a
"lettere al direttore", per quanto, anche in questo caso, non vi si
potesse rilevare alcun accento "scandaloso".
A questo punto, mi è dovuta una spiegazione dettagliata dei motivi per questo
allontanamento in tronco, spiegazione che, per la verità, meriterebbero anche i
lettori dei miei articoli dai quali mi risulta tu abbia ricevuto numerosi
apprezzamenti e ora denunce di inammissibile censura. Se una rubrica viene
cassata, spetta all'autore il diritto di salutare i suoi lettori, o a qualcun
altro il dovere di una spiegazione.
Pare davvero paradossale che, mentre Partito e Giornale sono impegnati con
grande energia nella difesa di giornalisti censurati ed epurati dalla RAI, come
Santoro e Biagi, per i quali si allestiscono addirittura clamorosi
"Sciuscià in piazza", e si pone al centro della propria battaglia
politica l'estensione dell'art.18 e, dunque, della "giusta causa", questa
"giusta causa" non venga attivata e nemmeno comunicata a un
collaboratore a contratto di un giornale che porta nella testata la dicitura
"comunista".
Rilevo anche che Liberazione si presenta come un giornale di partito, e
dovrebbe essere di TUTTO il partito, nelle sue diverse anime, ma afferma anche
di voler esser letto da chi comunista non è. Non credo che questo comporti che
chi comunista è non debba scriverci. Infine, nel quadro delle caratteristiche
che contrassegnano i materiali dei media, è norma consolidata che le rubriche
(con tanto di foto) non debbano essere disciplinatamente omogenee alla linea
del giornale, ma abbiano gli attributi della libertà d'espressione e del segno
personale dell'autore. Forse conviene ricordarsi del ricco e stimolante
pluralismo che vigeva su L'Unità.
In attesa di una tua risposta a quanto sopra, ti saluto confortato dalla
solidarietà di tanti compagni e lettori. Con riserva di adire agli strumenti
sindacali e legali a disposizione.
Fulvio Grimaldi.
Roma, 19 maggio 03
CUBA
FULVIO GRIMALDI PER MONDOCANE O9/O5/O3
Lo fan tutte e stavo per pronunciarmi anch'io su Cuba. Riflettevo che la pena
di morte non mi pare per niente buona, tanto meno se inflitta a democratici in
fuga (qualcuno vorrebbe farli passare per dirottatori a mano armata incaricati
di promuovere iscrizioni agli uffici di reclutamento della centrale
mafio-terroristica di Miami). Non godo delle
prigioni (neanche quando inflitte ad Adriano Sofri che scambia Trotzky
per Bush e bagni di sangue per semina di democrazia), specie se toccano a
oppositori (integralisti rossi li
definiscono mercenari di Mr. Carson, incaricato USA della liberazione del
popolo, reclutati per l'ennesima campagna democratica: 70 miliardi di dollari
rubati dall'embargo, 3.478 cubani giustiziati con omicidi, invasioni, bombe,
guerre biologiche). Oppositori che vorrebbero per l'isola gli stessi benefici
goduti in passato da paesi come Cile, Guatemala, Argentina e, ultimamente,
Iraq.
Stavo per esprimere tutta la mia fregola per i diritti umani disattesi, quando,
svaporata un po' di lucidità grazie a un goccetto di Havana Club, mi sono
ritrovato su alcuni, obliati sentieri.
Dalle parti di Guantanamo, superate dieci gabbie per polli dove pastori
e bambini afgani, incappucciati e incatenati in ginocchio, venivano allevati a
diritti umani, gironzolavo in una landa resa verdissima e fronzuta, zeppa di
bovini al libero pascolo, ruscelli scalpitanti, uccelletti cinguettanti,
pesticidi biologici rampanti, grazie a un ciclopico lavoro di trasferimento
d'acqua là dove prima c'era un Sahara. Più in là, in quel di Bayamo, abitavo
aule, dormitori, basketdromi, mense e campi biologici, al seguito dialettico di
minigonellate fanciulle che acquistavano gratis conoscenza e coscienza. Mentre,
allungato lo sguardo oltremare, scorgevo donne ravanare nell'analfabetismo per
il 78% della popolazione centroamericana e caraibica.
Impegnato nello scatarrare i residui delle patrie emissioni di diritti umani
via marmitte e ciminiere e ancora fosforescente per piogge di casalingo
elettrosmog, in cima alla sierra risanavo a forza di medicina naturale, in uno
dei mille ambulatori alimentati da pannelli solari con i quali questi avanzi
del realsocialismo arrivano al 35% di energia pulita.
E allora, dilemma: come la mettiamo con quest'isola? Mi soccorre il Tg:
"In Israele roadmap di pace e governo anti-Intifada di Abu Mazen
inaugurati con strage di palestinesi a Gaza. I marines sparano sulla folla a
Falluja, Bassora, Mosul, Bagdad" e superano i 30 milioni di esecuzioni
extragiudiziarie di dissidenti dal 1945 ad oggi. QUESTA è serietà professionale
in democrazia.