www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 18-07-03

Sul TAV/TAC un pessimo Consiglio Provinciale

“Problemi del passaggio del traffico attraverso le Alpi e la nuova linea ad Alta Velocità/Alta Capacità Torino-Lyon”: questo l’ordine del giorno trattato a Torino, lunedì 14 luglio in un consiglio provinciale “aperto”.
“Aperto” sì, ma non troppo, visto che la parola è stata concessa (seppure con parsimonia) ai rappresentanti istituzionali dei territori coinvolti dal progetto, ma negata agli appartenenti ai comitati NO TAV/TAC, confinati come semplici spettatori sulle tribune.

Indecente spettacolo quello cui abbiamo assistito: la giunta provinciale quasi del tutto assente; la presidente arrivata in Consiglio poco prima della chiusura e tuttavia solerte a trarre le conclusioni di un dibattito del quale non aveva sentito neanche una parola; larghi vuoti anche tra i consiglieri, evidentemente in tutt’altre faccende affaccendati; i rimbrotti del presidente dell’assemblea al pubblico che inalberava striscioni e bandiere NO TAV, con l’ordine perentorio (ma inascoltato) di farli sparire, pena l’espulsione dall’aula; le velenose frecciate e le accuse di demagogia indirizzate al consigliere di Rifondazione comunista, che prende la parola per ribadire l‘opposizione totale del suo gruppo e del suo partito all’Alta Velocità/Alta Capacità, e per stigmatizzare, insieme al rappresentante dei Verdi, il divieto di parola al dissenso popolare.
Ma più indecente ancora l’arroganza delle posizioni espresse dalla quasi totalità del consiglio: una perfetta trasversalità nello schierarsi a favore dell’opera, senza se e senza ma, perché così vuole il mercato, così vogliono gli interessi del grande capitale e della lobby delle cosiddette grandi opere.

Merita una menzione speciale l’intervento della rappresentante DS: senza un filo di disagio nei confronti degli uditori confinati in piccionaia, appoggia con convinzione il progetto della nuova linea TAV/TAC, rivendica per il suo partito una coerenza decennale in materia e, in nome della “necessità di restare al passo coi tempi”, spazza via quelli che chiama “interessi localistici”; fa impressione il suo piglio manageriale, efficientistico fin nel computer portatile dal quale legge.
Tra gli invitati è presente anche l’assessore regionale ai trasporti, Casoni; parla guardando ora al pubblico e agli striscioni di protesta ora ai sindaci. Il tono e i contenuti, che riprendono la relazione introduttiva dell’assessore ai trasporti provinciale Campia, sono quelli di chi dice: “devo ucciderti, dio lo vuole; ma ti farò un funerale di prima classe”: certo, per le popolazioni e i territori investiti dal TAV/TAC i problemi ambientali saranno enormi; la qualità della vita diventerà uno schifo; in seguito al taglio delle falde acquifere, mancherà l’acqua; i paesi saranno sventrati, sorgeranno nuove montagne di detriti, si respireranno silicio e amianto; ma tutto è risarcibile, perché tutto ha un prezzo, anche la vita e il futuro.

Denaro: “la merda del diavolo” lo chiamava un prete in odore di eresia. E’ la stessa storia che la Valle di Susa ha vissuto con il traforo e l’autostrada del Frejus. Allora quello che non poté l’imposizione, lo poterono le compensazioni: l’asfaltatura di qualche piazza, qualche marciapiede nuovo lungo le statali, magari un impianto sportivo e i Comuni, per salvare il salvabile, capitolarono, i NO diventarono SI’ e l’autostrada si realizzò, con il suo carico di inquinamento e di malattie, Ed ora si ricomincia….L’assessore Casoni promette compensazioni ai Comuni che saranno ragionevoli: basta un SI’ e il tavolo di concertazione sfavillerà d’oro (Provincia e Regione “sono d’accordo sulla necessità che il Ministero delle infrastrutture preveda compensazioni pari al 5% delle opere realizzate”).

A questo punto il loggione scoppia: “ Non siamo in vendita! La vita non è in vendita!” Sulle teste dei consiglieri ondeggia un enorme striscione rosso recante la scritta “Giù le mani dalla Val di Susa”, sollevando dai cornicioni e dagli stucchi dell’antica sala la polvere dei secoli. Da quel momento gli esclusi si riprendono la parola che era stata loro negata e dall’alto commentano con ironia, a volte con rabbia, la sequela degli interventi sempre uguali, sempre conformi alla voce del padrone.
Quando ha la parola il presidente della Comunità Montana Bassa Valle di Susa, è ormai mezzogiorno; ancora aumentati i posti vuoti in sala, partito l’assessore Casoni, sempre assente la presidente Bresso. Egli fa la storia di una lunga esclusione: quella delle istituzioni locali, messe costantemente davanti al fatto compiuto, senza possibilità di replica.

La riunione volge ormai al termine quando compare la Presidente della giunta provinciale Mercedes Bresso: le sue argomentazioni sono degne del Consiglio di amministrazione di una delle tante multinazionali che hanno ridotto il mondo a campo d’azione e di conquista, praticando l’usa e getta della forza lavoro e delle risorse. Ribadisce senza mezzi termini che la linea TAV/TAC Lyon-Torino non è che una tratta del cosiddetto corridoio 5, il sistema di trasporti che dovrebbe permettere l’espansione del mercato e del modello liberistico verso i paesi dell’EST europeo e verso l’Oriente.
E aggiunge che Torino potrà in tal modo recuperare un ruolo centrale nel sistema capitalistico internazionale: evidentemente la rinascita industriale e mercantile di Torino, anzi dell’Europa, passa attraverso la distruzione a catena di territori che, dalla Valle di Susa a Gorizia (o meglio, da Barcellona a Kiev), saranno ridotti a desolati corridoi di ferro e cemento per la libera circolazione delle merci ed il libero sfruttamento di una forza lavoro sempre più flessibile e precaria.

Ma forse l’affare non è per Torino bensì per la FIAT, che in passato ha costruito il proprio impero industriale e finanziario imponendo ed estendendo in modo capillare il trasporto privato su gomma, facendo delle autostrade il mezzo per espandere i propri capitali e le proprie merci, ed ora che la privatizzazione delle ferrovie apre nuovi orizzonti ai profitti, si riconverte alle grandi opere ferroviarie e si impone come General Contractor dell’Alta Velocità, con uomini suoi nei centri di potere decisionale, politico e tecnico-scientifico, imprese sue nei cantieri, banche sue a drenare denaro pubblico ed a lucrare sull’indebitamento dello Stato che ipotecherà anche il futuro. Mentre con una mano arraffa il malloppo, con l’altra chiude gli stabilimenti dell’auto in tutt’Italia e specula sulle aree e sugl’impianti dismessi.
La signora Bresso termina sottolineando che il progetto va concretizzato e in fretta, con la realizzazione di tutta la linea Transpadana, dalla Francia alla Slovenia e che lo stato dovrà muoversi da subito, tramite una legge speciale (come per le olimpiadi) tale da garantire il finanziamento dell’opera.

Da queste parole conseguono due deduzioni. La prima è che i soldi, per il momento, non ci sono, intoppo che senza dubbio frena gli entusiasmi degli amici del TAV e dà speranza a coloro che il TAV non lo vogliono. La seconda è l’amara constatazione che, se la lobby del TAV riuscirà ad imporre i suoi appetiti, lo farà ancora una volta a spese pubbliche, tagliando i fondi destinati alla sanità, alla scuola, all’assistenza, ai trasporti e ai servizi di utilità sociale, alle pensioni, alla qualità della vita e del lavoro.
Il Consiglio è terminato; si raccolgono bandiere e striscioni. Andandocene commentiamo una delle tante amenità colte durante il dibattito: a proposito della tratta superveloce Torino-Novara già in costruzione, la presidente ne ha vantato l’esemplarità, parlando di impatto ambientale quasi nullo.
Pensiamo alla devastazione che prende allo stomaco quando, percorrendo la Torino-Milano, si costeggiano i cantieri del TAV: là dove c’erano risaie, antiche cascine, frutteti, zone umide e boschive, ridenti villette, interi quartieri, strutture industriali e commerciali, perfino un cimitero, ora non ci sono altro che voragini, cumuli di macerie, ruspe in azione, trivelle, strutture di cemento armato, figurine umane ridotte a mera appendice delle macchine e condannate a lavorare senza sosta, a gran velocità, giorno e notte: sarebbe questo “il meglio possibile”?

E tempo di lasciare questo consesso da cui non ci sentiamo rappresentati e di tornare a casa, sui luoghi che continueremo a difendere senza deleghe, con amore e passione, per noi e per le generazioni future: abbiamo rabbia e determinazione sufficienti per sbarrare il passo al TAV e a ciò che lo prepara (sondaggi geognostici, sopralluoghi e nuovi studi, bugie massmediatiche, lusinghe e minacce dei potenti e altro ancora).
Usciamo in Piazza Castello; di fronte alla prefettura si snoda una lunga fila di lavoratori immigrati, in attesa di permesso di soggiorno…. Quale mondo è mai questo, in cui la libertà di circolazione è garantita alle merci e negata agli esseri umani?

Bussoleno, 15 luglio 2003
Nicoletta Dosio
Comitato NO TAV Valle di Susa