Sul
TAV/TAC un pessimo Consiglio Provinciale
“Problemi del passaggio del traffico attraverso le Alpi e la nuova linea ad
Alta Velocità/Alta Capacità Torino-Lyon”: questo l’ordine del giorno trattato a
Torino, lunedì 14 luglio in un consiglio provinciale “aperto”.
“Aperto” sì,
ma non troppo, visto che la parola è stata concessa (seppure con parsimonia) ai
rappresentanti istituzionali dei territori coinvolti dal progetto, ma negata
agli appartenenti ai comitati NO TAV/TAC, confinati come semplici spettatori sulle
tribune.
Indecente
spettacolo quello cui abbiamo assistito: la giunta provinciale quasi del tutto
assente; la presidente arrivata in Consiglio poco prima della chiusura e
tuttavia solerte a trarre le conclusioni di un dibattito del quale non aveva sentito
neanche una parola; larghi vuoti anche tra i consiglieri, evidentemente in
tutt’altre faccende affaccendati; i rimbrotti del presidente dell’assemblea al
pubblico che inalberava striscioni e bandiere NO TAV, con l’ordine perentorio
(ma inascoltato) di farli sparire, pena l’espulsione dall’aula; le velenose
frecciate e le accuse di demagogia indirizzate al consigliere di Rifondazione
comunista, che prende la parola per ribadire l‘opposizione totale del suo
gruppo e del suo partito all’Alta Velocità/Alta Capacità, e per stigmatizzare,
insieme al rappresentante dei Verdi, il divieto di parola al dissenso popolare.
Ma più
indecente ancora l’arroganza delle posizioni espresse dalla quasi totalità del
consiglio: una perfetta trasversalità nello schierarsi a favore dell’opera,
senza se e senza ma, perché così vuole il mercato, così vogliono gli interessi
del grande capitale e della lobby delle cosiddette grandi opere.
Merita una
menzione speciale l’intervento della rappresentante DS: senza un filo di
disagio nei confronti degli uditori confinati in piccionaia, appoggia con
convinzione il progetto della nuova linea TAV/TAC, rivendica per il suo partito
una coerenza decennale in materia e, in nome della “necessità di restare al
passo coi tempi”, spazza via quelli che chiama “interessi localistici”; fa
impressione il suo piglio manageriale, efficientistico fin nel computer
portatile dal quale legge.
Tra gli
invitati è presente anche l’assessore regionale ai trasporti, Casoni; parla
guardando ora al pubblico e agli striscioni di protesta ora ai sindaci. Il tono
e i contenuti, che riprendono la relazione introduttiva dell’assessore ai
trasporti provinciale Campia, sono quelli di chi dice: “devo ucciderti, dio lo
vuole; ma ti farò un funerale di prima classe”: certo, per le popolazioni e i
territori investiti dal TAV/TAC i problemi ambientali saranno enormi; la
qualità della vita diventerà uno schifo; in seguito al taglio delle falde
acquifere, mancherà l’acqua; i paesi saranno sventrati, sorgeranno nuove
montagne di detriti, si respireranno silicio e amianto; ma tutto è risarcibile,
perché tutto ha un prezzo, anche la vita e il futuro.
Denaro: “la
merda del diavolo” lo chiamava un prete in odore di eresia. E’ la stessa storia
che la Valle di Susa ha vissuto con il traforo e l’autostrada del Frejus.
Allora quello che non poté l’imposizione, lo poterono le compensazioni:
l’asfaltatura di qualche piazza, qualche marciapiede nuovo lungo le statali,
magari un impianto sportivo e i Comuni, per salvare il salvabile, capitolarono,
i NO diventarono SI’ e l’autostrada si realizzò, con il suo carico di
inquinamento e di malattie, Ed ora si ricomincia….L’assessore Casoni promette
compensazioni ai Comuni che saranno ragionevoli: basta un SI’ e il tavolo di
concertazione sfavillerà d’oro (Provincia e Regione “sono d’accordo sulla
necessità che il Ministero delle infrastrutture preveda compensazioni pari al
5% delle opere realizzate”).
A questo
punto il loggione scoppia: “ Non siamo in vendita! La vita non è in vendita!”
Sulle teste dei consiglieri ondeggia un enorme striscione rosso recante la
scritta “Giù le mani dalla Val di Susa”, sollevando dai cornicioni e dagli
stucchi dell’antica sala la polvere dei secoli. Da quel momento gli esclusi si
riprendono la parola che era stata loro negata e dall’alto commentano con
ironia, a volte con rabbia, la sequela degli interventi sempre uguali, sempre
conformi alla voce del padrone.
Quando ha la
parola il presidente della Comunità Montana Bassa Valle di Susa, è ormai
mezzogiorno; ancora aumentati i posti vuoti in sala, partito l’assessore
Casoni, sempre assente la presidente Bresso. Egli fa la storia di una lunga
esclusione: quella delle istituzioni locali, messe costantemente davanti al
fatto compiuto, senza possibilità di replica.
La riunione
volge ormai al termine quando compare la Presidente della giunta provinciale
Mercedes Bresso: le sue argomentazioni sono degne del Consiglio di
amministrazione di una delle tante multinazionali che hanno ridotto il mondo a
campo d’azione e di conquista, praticando l’usa e getta della forza lavoro e
delle risorse. Ribadisce senza mezzi termini che la linea TAV/TAC Lyon-Torino
non è che una tratta del cosiddetto corridoio 5, il sistema di trasporti che
dovrebbe permettere l’espansione del mercato e del modello liberistico verso i
paesi dell’EST europeo e verso l’Oriente.
E aggiunge
che Torino potrà in tal modo recuperare un ruolo centrale nel sistema
capitalistico internazionale: evidentemente la rinascita industriale e
mercantile di Torino, anzi dell’Europa, passa attraverso la distruzione a
catena di territori che, dalla Valle di Susa a Gorizia (o meglio, da Barcellona
a Kiev), saranno ridotti a desolati corridoi di ferro e cemento per la libera
circolazione delle merci ed il libero sfruttamento di una forza lavoro sempre
più flessibile e precaria.
Ma forse
l’affare non è per Torino bensì per la FIAT, che in passato ha costruito il
proprio impero industriale e finanziario imponendo ed estendendo in modo
capillare il trasporto privato su gomma, facendo delle autostrade il mezzo per
espandere i propri capitali e le proprie merci, ed ora che la privatizzazione
delle ferrovie apre nuovi orizzonti ai profitti, si riconverte alle grandi
opere ferroviarie e si impone come General Contractor dell’Alta Velocità, con
uomini suoi nei centri di potere decisionale, politico e tecnico-scientifico,
imprese sue nei cantieri, banche sue a drenare denaro pubblico ed a lucrare
sull’indebitamento dello Stato che ipotecherà anche il futuro. Mentre con una
mano arraffa il malloppo, con l’altra chiude gli stabilimenti dell’auto in
tutt’Italia e specula sulle aree e sugl’impianti dismessi.
La signora
Bresso termina sottolineando che il progetto va concretizzato e in fretta, con
la realizzazione di tutta la linea Transpadana, dalla Francia alla Slovenia e
che lo stato dovrà muoversi da subito, tramite una legge speciale (come per le
olimpiadi) tale da garantire il finanziamento dell’opera.
Da queste
parole conseguono due deduzioni. La prima è che i soldi, per il momento, non ci
sono, intoppo che senza dubbio frena gli entusiasmi degli amici del TAV e dà
speranza a coloro che il TAV non lo vogliono. La seconda è l’amara
constatazione che, se la lobby del TAV riuscirà ad imporre i suoi appetiti, lo
farà ancora una volta a spese pubbliche, tagliando i fondi destinati alla
sanità, alla scuola, all’assistenza, ai trasporti e ai servizi di utilità
sociale, alle pensioni, alla qualità della vita e del lavoro.
Il Consiglio
è terminato; si raccolgono bandiere e striscioni. Andandocene commentiamo una
delle tante amenità colte durante il dibattito: a proposito della tratta
superveloce Torino-Novara già in costruzione, la presidente ne ha vantato
l’esemplarità, parlando di impatto ambientale quasi nullo.
Pensiamo
alla devastazione che prende allo stomaco quando, percorrendo la Torino-Milano,
si costeggiano i cantieri del TAV: là dove c’erano risaie, antiche cascine,
frutteti, zone umide e boschive, ridenti villette, interi quartieri, strutture
industriali e commerciali, perfino un cimitero, ora non ci sono altro che
voragini, cumuli di macerie, ruspe in azione, trivelle, strutture di cemento
armato, figurine umane ridotte a mera appendice delle macchine e condannate a
lavorare senza sosta, a gran velocità, giorno e notte: sarebbe questo “il meglio
possibile”?
E tempo di
lasciare questo consesso da cui non ci sentiamo rappresentati e di tornare a
casa, sui luoghi che continueremo a difendere senza deleghe, con amore e
passione, per noi e per le generazioni future: abbiamo rabbia e determinazione
sufficienti per sbarrare il passo al TAV e a ciò che lo prepara (sondaggi
geognostici, sopralluoghi e nuovi studi, bugie massmediatiche, lusinghe e
minacce dei potenti e altro ancora).
Usciamo in
Piazza Castello; di fronte alla prefettura si snoda una lunga fila di
lavoratori immigrati, in attesa di permesso di soggiorno…. Quale mondo è mai
questo, in cui la libertà di circolazione è garantita alle merci e negata agli
esseri umani?
Bussoleno, 15 luglio 2003
Nicoletta Dosio
Comitato
NO TAV Valle di Susa