Fonte: Osservatorio sui Balcani
http://auth.unimondo.org/cfdocs/obportal/index.cfm?fuseaction=news.notizia&NewsID=2493
Tradotto da: Francesco Martino
Tra una bottiglia di champagne e l’altra
di Boris Jez (Delo - Sobotna Priloga,
Ljubljana 20/9/ 2003)
Silvio Berlusconi si è scusato! E noi non avremo pensato davvero, quando ha
dato l’intervista alla rivista britannica "The Spectator", che le sue
parole siano state qualcosa di più che quattro chiacchiere tra una bottiglia di
champagne e l’altra! E di cosa si chiacchierava? Del fatto che non si può
mettere sullo stesso piano Mussolini e Saddam Hussein, perché il fascismo
italiano è stato un regime benevolo, e dunque innocuo. Mussolini poi non si è
mai macchiato le mani di sangue. E se sono esistiti dei campi di
concentramento, e ce ne sono stati, non erano altro che località di
villeggiatura come le altre.
Silvio Berlusconi ha avuto la premura di recarsi alla sinagoga di Roma, dove si
è scusato di queste frasi con il presidente dell’Unione delle comunità ebraiche
in Italia Amos Luzzato. A sera sono giunte anche le scuse ufficiali da palazzo
Chigi. Naturalmente, non è il caso che Israele si offenda. Ma davvero Silvio
non sarebbe stato Silvio se non avesse fatto notare incidentalmente che non ha
colpe per la malafede dei giornalisti e poi, dice, c’è anche di peggio: il
direttore della testata inglese, pensate, è nel mio stesso gruppo parlamentare
nel parlamento europeo! Luzzato non ha fatto commenti, ha detto però che
Berlusconi dovrebbe scusarsi con tutti gli italiani.
E perché solo con gli italiani, perché non con gli sloveni e con tutti gli
altri? Nei campi italiani sono stati “in vacanza”, durante la seconda guerra
mondiale, quasi quarantamila sloveni, e più di cinquemila non ne hanno mai
fatto ritorno. Evidentemente si sono trovati così bene, che hanno deciso di
restare. Secondo altre fonti sono state rinchiuse in tutto settantamila
persone, di cui ne sono morte dodicimila. Quattromila bambini. Nella nostra
storiografia ufficiale, quella che si studia a scuola, si accenna soltanto di
sfuggita a questi fatti, perché si raccontano quasi esclusivamente le
sofferenze nei campi di concentramento tedeschi, come Auschwitz e Dachau.
Anche il fascismo “benigno” di Mussolini, però, aveva i suoi campi,
naturalmente non soltanto per gli ebrei, ma anche per gli oppositori politici e
soprattutto per quelli di etnia slava. Nelle sue intenzioni c’era il genocidio,
soprattutto degli sloveni e croati del Gorski Kotar, che avrebbe poi fatto
ricoprire di boschi. Il legno era economicamente più interessante delle
persone! Così è sorto il famigerato lager di Rab (Arbe), dove la gente moriva
come mosche, soprattutto sloveni, poiché mentre con gli ebrei il regime
intendeva ingraziarsi gli alleati, la morte degli sloveni non lasciava spazio
ad alcun rimorso.
Non si sa esattamente quanti siano stati i campi di concentramento italiani, i
numeri oscillano tra duecento e quattrocento, a seconda che vengano conteggiate
anche le località in cui venivano mandati al confino gli antifascisti e
chiunque si opponesse al regime. Gli sloveni furono internati soprattutto a
Rab, Gonars, Renicci in Toscana, Monigo in Borgo Chiesanuova vicino Padova,
Alatri presso Roma, Fossoli in Cairo Montenotte in Piemonte e naturalmente
nella lontana Sicilia e nell’ancor più remote isole Lipari.
Oggi in Toscana, a Padova o in Sicilia viaggiamo da turisti, e mentre ammiriamo
le loro bellezze storiche e naturali non ci rendiamo conto che in quei luoghi
c’è anche un triste pezzetto della nostra storia. Sottoterra, spesso senza una
croce. E come potremmo saperlo, se la nostra stessa diplomazia, nelle relazioni
con quella italiana, ha messo cautamente da parte il termine “campo di
concentramento”, anche se durante il regime fascista era proprio questo il
termine ufficiale? Abbiamo tradotto in sloveno il termine “foibe”, ma nel caso
dei campi facciamo ancora i finti tonti.
Ma chi fa davvero il finto tonto sono gli stessi italiani, che fanno di tutto
perché venga dimenticato questo vergognoso episodio della loro storia. Perché
si ritengono “un popolo di cultura”, mentre noi sloveni ai loro occhi non siamo
che “un popolo senza storia”, da sterminare per far posto ad una razza
superiore. Ma comunque chi glielo potrebbe rinfacciare, lo stesso Marx ha
definito gli slavi un popolo “senza storia”. Gli italiani non sanno uccidere,
perché sono “brava gente” [in italiano nell'originale - N.d.T.], e in ogni caso
migliori di quegli sporcaccioni dei tedeschi, che hanno ucciso e sterminato,
anzi, sono stati loro stessi vittime del fascismo e della guerra (?).
Il film “La vita è bella” è un tipico esempio di come gli italiani sanno
diffondere nel mondo questo mito di sé: i tedeschi sono criminali, che
rinchiudono gli italiani nei campi di concentramento e li uccidono a sangue
freddo. Berlusconi non è il primo che dice sciocchezze e offende anche i
tedeschi: nel 1990 il presidente italiano Francesco Cossiga dichiarò durante
una sua visita in Germania: “Noi italiani non abbiamo conosciuto gli orrori dei
campi di concentramento”.
Abbiamo a che fare con la logica della “rimozione intenzionale”, che è arrivata
così lontano che il premier dei nostri vicini occidentali si fa beffe di tutto
ciò “tra una bottiglia di champagne e l’altra”! Quale amnesia da parte della
“brava gente”! Carlo Spartaco Capogreco, medico pediatra, che ha pubblicato nel
1998 il libro “Un campo di concentramento in riva al Tevere”, racconta : “Per
puro caso sono venuto a conoscenza dell’esistenza del campo di concentramento
fascista di Ferramonti, vicino a Cosenza, del quale nella storia locale non
esiste alcuna traccia…”. E da qui ha dedotto che, se la scoperta di fatti così
grandi è possibile al profano, allora senz’altro deve esserci molto di più, di
cui non si sa niente.
Il campo di Renicci, dice Capogreco, è vicino a importanti università, come
sono quelle di Firenze e Siena, e ciò nonostante del tutto dimenticato. Nessuna
letteratura al riguardo. E ad essere sinceri, di questo campo non c’era notizia
neppure da noi, sebbene vi fossero stati rinchiusi sloveni a centinaia.
Nel momento in cui la propaganda italiana sulle foibe raggiungeva il culmine, i
nostri diplomatici avrebbero potuto mettere a sangue freddo il libro di
Capogreco nelle mani dei colleghi italiani, non ci sarebbe stato bisogno di
alcun commento. Ma a quanto pare il pensiero non gli è nemmeno passato per la
mente, oppure è stato messo da parte in fretta. Cinque anni fa lo scrittore
triestino Boris Pahor sollevò un piccolo scandalo, quando con un suo articolo
su Rab, uscito sul Corriere della Sera, ha accusato l’allora segretario di
stato del ministero degli Esteri Franco Juri di respingere la collaborazione di
professori italiani su questo tema.
Ma questi “scandaletti” sono troppo poco per destare la nostra diplomazia, che
nella sua servilità verso i vicini occidentali evita termini così naturali e
documentati come “campo di concentramento”, figuriamoci poi adoperarsi per i
diritti delle vittime e per risarcimenti adeguati! Quindi niente di strano se
Berlusconi si permette di farsi beffe di tutto ciò “tra una bottiglia di
champagne e l’altra”. E che in seguito si scusi solo con gli ebrei, perché
Israele è sempre Israele, ma con gli Sloveni, Croati e Montenegrini non c’è di
che scusarsi, poiché questi ultimi non hanno avuto niente da ridire.
Gli italiani nascondono sistematicamente ciò di cui dovrebbero vergognarsi,
fanno sparire accuratamente i fatti storici più scomodi dagli scaffali degli
archivi e soprattutto li cancellano dal ricordo. La nostra vergogna è però
davanti agli occhi di tutti, ed è la nostra diplomazia, incapace di un solo
gesto di protesta di fronte alle chiacchiere ingiuriose di Berlusconi.