Crocefisso, religione, stato, scuola
Di Tiziano Tussi
La recentissima sentenza del tribunale dell’Aquila che impone di rimuovere il
crocefisso dal muro di una parete di un’aula di una scuola materna ed
elementare statale di Ofena, in provincia dell’Aquila, riapre uno scenario che
si stava perdendo un poco all’orizzonte.
Al di là delle motivazioni avanzate per la richiesta e della persona che le ha
fatte, il parere del tribunale dell’Aquila ha scatenato una serie di reazioni
che appaiono, alla luce della complessità del
problema in generale, un poco paradossali.
La Conferenza episcopale italiana (CEI) ha invocato l’osservanza della legge dello Stato italiano. Il rispetto di
una legge di uno Stato da parte di una congregazione di uno Stato straniero, il
Vaticano, sembra proprio una forzatura giuridica. La stessa è stata
accompagnata da altre osservazioni che si sono scomodate a ricordare che il
crocefisso è un simbolo che la nazione vuole ed alla volontà, da parte del
ministro Moratti, di fare rispettare una legge che vuole l’esposizione al
pubblico del Cristo morente datata 1924, un anno non proprio fausto. Quindi
significativi scenari politici e culturali si sono diventati improvvisamente
oggetti di discussione da parte dell’opinione pubblica.
A complicare però le cose è stata la fonte della richiesta stessa. Una
religione, quella islamica, per bocca di un suo rappresentante entra nel gioco
con un’altra religione, maggioritaria nel paese. Dovevamo proprio attendere
tale conflitto di diritti civili e religiosi per accorgerci che un contrasto da
tempo latente tra chiesa e Stato non era stato risolto in termini
soddisfacenti, neppure a livello giuridico.
L’obbligo dell’esposizione del crocifisso infatti si stava stemperando
gradualmente in modo informale. In molte scuole non era più sui muri, per
diversi motivi. Una risoluzione nella pratica di una questione che aveva
trovato sistemazione in alcuni momenti storico-giuridici precisi: il 1923, anno
della riforma Gentile; il Concordato del 1929 poi recepito nella Costituzione
repubblicana all’articolo 7, votato allora, con grande scandalo dal Partito
comunista italiano ed avversato dal Partito socialista e dai laici della
novella Assemblea costituzionale; il riordino dell’intera materia del 1984
voluto dall’allora governo Craxi.
Ma il contenzioso tra Stato e chiesa non ha mai soddisfatto sino in fondo dato
anche la recente immissione in ruolo nella scuola pubblica degli insegnanti di
religione, senza avere superato l’iter che gli altri insegnanti delle altre
discipline hanno affrontato, e con il permanere di detto insegnamento come
facoltativo, ha diviso compagini politiche di solito unite e sollevato un certo
scalpore. La legge non è passata senza contrasti profondi ed ecco che ora una
nuova querelle ritorna su problematiche similari.
Questa alterna di posizioni non trova pace. In altri paesi, per esempio in
Francia si è dal tempo della rivoluzione borghese della fine del 1700 deciso
per la laicità di Stato. Ma ancora più complicato, a livello sociale, è stato
proprio attendere che un musulmano
protestasse. In questo modo si corre il rischio di innescare una guerra fra
religioni su uno scenario già di per se non così chiarito. Infatti molti
politici, proprio per dare addosso alla richiesta, proveniente da sponda islamica,
stanno facendo a gara per difendere un’identità nazionale religiosa che è molto
lontana dalla realtà.
Seminari mezzi vuoti, deficienze di vocazioni, fanno sì che vi siano in Italia
preti e suore provenienti da altri paesi in sostituzione dei locali, che
latitano. La difesa a tutto tondo di una cultura cattolica sicuramente egemone
dimentica infatti che i cattolici praticanti in Italia siano veramente una
netta minoranza. Sarebbe preferibile lasciare da parte utilitaristici richiami
a improbabili offese nazionali e mettere una buona volta una parola definitiva,
a livello giuridico, al contenzioso, superando così un aspetto istituzionale
che risale alla riforma Gentile, che per molti versi viene considerata, per
altre considerazioni, proprio il livello da superare per riformare la scuola
pubblica.