www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 31-10-03

Crocefisso, religione, stato, scuola


Di Tiziano Tussi

La recentissima sentenza del tribunale dell’Aquila che impone di rimuovere il crocefisso dal muro di una parete di un’aula di una scuola materna ed elementare statale di Ofena, in provincia dell’Aquila, riapre uno scenario che si stava perdendo un poco all’orizzonte.
Al di là delle motivazioni avanzate per la richiesta e della persona che le ha fatte, il parere del tribunale dell’Aquila ha scatenato una serie di reazioni che appaiono, alla luce della complessità del  problema in generale, un poco paradossali.

La Conferenza episcopale italiana (CEI) ha invocato l’osservanza della  legge dello Stato italiano. Il rispetto di una legge di uno Stato da parte di una congregazione di uno Stato straniero, il Vaticano, sembra proprio una forzatura giuridica. La stessa è stata accompagnata da altre osservazioni che si sono scomodate a ricordare che il crocefisso è un simbolo che la nazione vuole ed alla volontà, da parte del ministro Moratti, di fare rispettare una legge che vuole l’esposizione al pubblico del Cristo morente datata 1924, un anno non proprio fausto. Quindi significativi scenari politici e culturali si sono diventati improvvisamente oggetti di discussione da parte dell’opinione pubblica.

A complicare però le cose è stata la fonte della richiesta stessa. Una religione, quella islamica, per bocca di un suo rappresentante entra nel gioco con un’altra religione, maggioritaria nel paese. Dovevamo proprio attendere tale conflitto di diritti civili e religiosi per accorgerci che un contrasto da tempo latente tra chiesa e Stato non era stato risolto in termini soddisfacenti, neppure a livello giuridico.

L’obbligo dell’esposizione del crocifisso infatti si stava stemperando gradualmente in modo informale. In molte scuole non era più sui muri, per diversi motivi. Una risoluzione nella pratica di una questione che aveva trovato sistemazione in alcuni momenti storico-giuridici precisi: il 1923, anno della riforma Gentile; il Concordato del 1929 poi recepito nella Costituzione repubblicana all’articolo 7, votato allora, con grande scandalo dal Partito comunista italiano ed avversato dal Partito socialista e dai laici della novella Assemblea costituzionale; il riordino dell’intera materia del 1984 voluto dall’allora governo Craxi.

Ma il contenzioso tra Stato e chiesa non ha mai soddisfatto sino in fondo dato anche la recente immissione in ruolo nella scuola pubblica degli insegnanti di religione, senza avere superato l’iter che gli altri insegnanti delle altre discipline hanno affrontato, e con il permanere di detto insegnamento come facoltativo, ha diviso compagini politiche di solito unite e sollevato un certo scalpore. La legge non è passata senza contrasti profondi ed ecco che ora una nuova querelle ritorna su problematiche similari.

Questa alterna di posizioni non trova pace. In altri paesi, per esempio in Francia si è dal tempo della rivoluzione borghese della fine del 1700 deciso per la laicità di Stato. Ma ancora più complicato, a livello sociale, è stato proprio  attendere che un musulmano protestasse. In questo modo si corre il rischio di innescare una guerra fra religioni su uno scenario già di per se non così chiarito. Infatti molti politici, proprio per dare addosso alla richiesta, proveniente da sponda islamica, stanno facendo a gara per difendere un’identità nazionale religiosa che è molto lontana dalla realtà.

Seminari mezzi vuoti, deficienze di vocazioni, fanno sì che vi siano in Italia preti e suore provenienti da altri paesi in sostituzione dei locali, che latitano. La difesa a tutto tondo di una cultura cattolica sicuramente egemone dimentica infatti che i cattolici praticanti in Italia siano veramente una netta minoranza. Sarebbe preferibile lasciare da parte utilitaristici richiami a improbabili offese nazionali e mettere una buona volta una parola definitiva, a livello giuridico, al contenzioso, superando così un aspetto istituzionale che risale alla riforma Gentile, che per molti versi viene considerata, per altre considerazioni, proprio il livello da superare per riformare la scuola pubblica.