www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 15-11-03

Il caso Iraq

Tonnellate di retorica: ma perché dobbiamo ragionare come irrazionalità comanda?
Di Tiziano Tussi

E’ accaduto ciò che poteva accadere. Un certo numero di soldati, che stanno in un paese che non è il loro, sono stati attaccati e uccisi da un atto di violenza estrema. La differenza, per noi italiani, è che adesso sono i soldati e carabinieri italici che vengono uccisi. Ma non ce lo potevamo aspettare? Non era una delle possibilità che si potevano sostanziare, dato che stiamo in un paese che non è il nostro, che non confina con i nostri lidi, con le armi?

A sentire moltissimi esponenti politici sembrerebbe che gli uccisori dei militari italiani abbiano anche osato un reato di lesa maestà, un reato contro la morale e che non abbiano capito che i nostri sono “soldati di pace”. A differenza evidentemente degli statunitensi, che muoiono ogni giorno o degli inglesi. Ricordo che già ci eravamo andati vicini in Afghanistan. Strage evitata per casualità.

Ma ora che qui è accaduta ecco che è necessario stracciarci le vesti per un accadimento funesto che non doveva, anzi, che non poteva accadere. E si fanno discorsi sull’innalzamento delle soglie di sicurezza. Anche questo è curioso, da ubriachi della logica. I militari armati non sono forse andati in Iraq, uno dei compiti, per portare, oltre tutto, sicurezza alle popolazioni? Ma allora chi dovrebbe badare alla sicurezza dei militari? Altri militari? Assurdo! Un uomo con le armi che deve essere reso sicuro, ma da chi?

Altra retorica a fiumi. I carabinieri andavano fra la gente, quindi sono bravi e buoni? Ma mi pare che girassero armati di tutto punto ed usavano armi leggere e pesanti, per i pattugliamenti. E poi, cosa pattugliavano? Perché? Viene in mente la guerra di Crimea, nella quale, oramai è tutto pianamente replicato in ogni classe, dagli insegnanti, Cavour aveva bisogno di un certo numero di morti per porre all’attenzione internazionale il “problema dell’unità d’Italia”. Ma pare che quell’Unità si sia già avuta da qualche tempo. Quali sono perciò i motivi per cui i nostri militari stanno in Iraq, Afghanistan, Balcani, Cambogia, Medio Oriente ed in altri luoghi sperduti. L’unica motivazione storica, e di infausta memoria, potrebbe essere quella coloniale. E siccome il nostro impero è stato poca cosa dovrebbero esser solo in Albania, dove ci sono, in Somalia, in Eritrea ed Etiopia, ed in Libia, dove consono. Nel Dodecanneso e nel mezzo chilometro quadrato che avevamo, dal 1902 al 1943, a Tientsin, in Cina, dove logicamente non sono.

Altre motivazioni? Arduo trovarle. La pace, la democrazia, la libertà? Veramente non si dovrebbe permettere a chicchessia di dire simile sciocchezze. Un ritorno di fiamma di un sentimento neocoloniale, purché piaccia, sarebbe storicamente comprensibile. Al di là di questo, ci dovrebbero guidare solo reali interessi. Così come gli USA dicono del loro interesse nazionale che arriva ormai a toccare tutto il mondo. Del resto si capisce benissimo, dato che il loro consumo di energia, per la loro vita sociale le loro industrie sta sempre più aumentando. Grandi ricchezze. Bill Gates ha un bilancio che equivale a quello dei quaranta paesi più poveri del mondo.

Gli americani hanno circa quattrocento morti da contare per questa missione in Iraq, gli inglesi oltre cinquanta e noi, per ora siamo sotto i venti? Nessuno dice di volersene andare da quel paese, anche se Bush e soci cominciano a capire che non gli fa bene stare li. E evidente il sostanziarsi del fantasma del Vietnam. Cosa dobbiamo mirare ad avere noi italiani, forse le centinaia di morti statunitensi, per sentirci allo stesso livello degli USA?

I morti sono morti. I morti italiani, per noi italiani vivi, fanno più impressione, ma non è possibile pensare che uomini in armi non siano oggetto di reazione terroristica o guerrigliera da parte delle popolazioni del luogo ”invaso”. Venire via – dicono in molti – vorrebbe dire dare ragione agli iracheni. Ma sarà poi vero, e poi a quali iracheni? A chi ha compiuto l’atto terroristico? Ma chi sono poi questi terroristi? Forse neppure iracheni? Ed in tutti i casi a noi serve, ne viene qualcosa in cambio stare in uno scenario dal quale non avremo nessun ritorno – neppure la fratellanza fra i popoli – ed al massimo ci toccherà solo contare ogni giorno, o settimana, il numero di nuove morti.

Le banalità che dal capo dello stato sino all’uomo della strada si sentono cosa porteranno? Le famiglie degli uccisi saranno molto poco contente di questo esito, oppure qualcuna di loro avrà introiettata l’idea di una morte “malvagia”  mentre si stava portando la pace ecc.?
Chi cerca di ragionare su questi temi viene zittito con accuse di antipatriottismo, cinismo, malvagità, sciacallaggio. Chi invece ha permesso che i nostri militari fossero uccisi, si sente salvo, redento, ancora più in grazia. Gliela faremo vedere a quei miscredenti di francesi e tedeschi, per fare solo qualche esempio, che non corrono questo pericolo. Tutti assassini in pectore, tutti comunisti?

Provare a ragionare risulta a volte un poco più difficile, solo un poco però, anche perché ci sono spezzoni sbriciolati di gruppi maniacalmente dogmatici che inneggiano, o che comunque scusano, l’attentato agli italiani cercando di paragonare i terroristi mediorientali, o di altra provenienza, chissà? ai partigiani della guerra di resistenza italiana. Anche questi attentatori sono esaltati, da costoro, come resistenti, come partigiani. L’imbecillità umana con ha limiti e tocca smarcarsi sia dalla tonnellata di retorica patriottica sia dai milligrammi di dogmatismo cieco e sordo.

Basterebbe così poco fare almeno quello che Francia e Germania fanno. Un po’ di senso dell’indipendenza nazionale nei rapporti internazionali. Si eviterebbero figure barbine, paradossi politici e soprattutto morti inutili. Al di là delle parole insulse dei coriferi di Berlusconi , morte inutile e nulla più.