La violenza
della sinistra: e’ aperto il dibattito
di Bf
Torino 11 Gennaio 2004
La tendenza politica emergente impone una rilettura della storia che equipara
nel bene e nel male Fascismo e Resistenza (così come Nazismo e Comunismo) Tale
revisione è il tentativo di restringere la politica all’interno dell’attuale
dominio del mercato, eliminando ogni possibile pensiero forte o ideologia.
Dopo le abiure della destra, anche la sinistra corre ai ripari. Promuovendo un
convegno sulle foibe, il Segretario di Rifondazione ha voluto offrire la sua
lettura della storia per la ricollocazione del partito nel quadro della
politica europea; aprendo un dibattito nell’area della sinistra.
L’assunto dell’intervento di Bertinotti è che “i nostri avversari sono
la guerra e il terrorismo” e nostro compito è combattere la violenza.
Bertinotti domanda retoricamente, ripercorrendo la storia tra l’orrore
dell’olocausto di Auschwitz e la strage atomica di Hiroschima, “se in quel
contesto noi, nel senso del movimento operaio, siamo stati angeli?”, avendo
sulla coscienza la Resistenza. Ammette l’esistenza di partigiani buoni che,
come Pavese ad esempio, si ritraevano di orrore di fronte al sangue,
contrapponendoli ad altri, dalla diversa sensibilità, che “sterminavano
fisicamente e come”.
Pone quindi attenzione a quanto resta del dibattito sulla II Guerra Mondiale: i
fatti delle foibe. Che Bertinotti definisce azioni fondamentaliste se non di
genocidio, di aberrante rivalsa del “colono sul colonizzatore”. Respinge l’idea
di una vittoria sui nemici ottenuta con la violenza, come un ingiustificabile
retaggio del movimento operaio del Novecento.
Quindi, per il presente, confutando chi considera che il terrorismo sia una
risposta alla guerra asimmetrica e preventiva, auspica un “popolo della pace”
che contrasti guerra e terrorismo, visti come due soggetti politici
indipendenti.
Per “far rabbrividire”, Bertinotti agita l’armamentario di stalinismo,
massacri, gulag e i numeri terribili dello sterminio: sono il portato di
un’idea di violenza che richiede una revisione coraggiosa. Prendendo spunto
dalla realtà palestinese, ammonisce a stare attenti che gli oppressi non
ripaghino gli oppressori con la stessa violenza “per non rischiare di
assomigliare loro troppo”. Conclude l’intervento individuando la nostra forza
nella nostra stessa debolezza e facendo appello alla pratica della non
violenza.
Ingrao
si pone la questione - che resta sospesa nell’intervento bertinottiano - di
come si possa incidere sui poteri reali sempre più terribili del nostro tempo.
Riferendosi alla storia della liberazione consegnata alle armi, ricorda come in
effetti l’idea della rivoluzione e della lotta per la libertà, fossero
considerate un valore. Negare che la soglia armata sia ineludibile per
conquistare la libertà gli pare semplicistico anche ora, di fronte ad una
guerra preventiva e arbitraria. Pone domande: come ci si difende? “Quali sono,
se ci sono, le alternative alla resistenza per affrontare l’ingresso concreto
delle armi nella nostra vita, per respingere la violenza americana?”
Sono temi oggi poco approfonditi, “mentre sembrava ineluttabile durante la
Resistenza quel percorso di liberazione dallo sfruttamento, dalla soggezione,
che una parte del mondo non poteva compiere che con la lotta armata”. Grazie
alla quale sono stati conquistati strumenti politici con i quali operare. Come
la Costituzione. Il cui articolo 11 infatti ripudia ogni guerra che non sia di
difesa. Ma purtroppo “non è più valido nei rispetti della nuova guerra
americana”. Il problema è rendere efficace la politica. Ad esempio - anche in
riferimento alle pratiche dei movimenti - come si incide poi sui poteri? Quali
sono le entità capaci di respingere la guerra?
Fuori dalle parti, su Repubblica, Goffredo De Marchis descrivela
“BadGodesberg
allungata” di Bertinotti per abbattere il comunismo pezzo dopo pezzo senza
dichiararlo e continuando ad usarne i simboli come specchietto per le allodole
( al proposito Sofri si domanda se sia poi giusto!)
Fa un’interessante escursione dietro le quinte che evidenzia due impellenze :
primo, massima presa di distanza da ogni possibile accusa di infiltrazioni
delle sedicenti BR, concretizzata nella professione di totale, angelica, non
violenza. Secondo, la preparazione di un protocollo di intesa per le elezioni europee
con i partiti della sinistra alternativa francese, spagnola e tedesca.
Mario Tronti risponde dal Manifesto ad Ingrao,
rivendicando le grandi tradizioni del movimento operaio, portatrici di una
cospicua eredità ancora da investire. Considera irresponsabile la diffusa
pratica del pentimento e rifiuta di fare autocritica dal momento che l’età
delle guerre mondiali l’ha voluta il capitalismo. La violenza politica del
movimento operaio risponde a quella degli sconvolgimenti industriali, delle
avventure coloniali, della mondializzazione che condanna tre quarti del pianeta
alla miseria, della pratica della guerra.
Per quanto riguarda la ricerca dei modi di contrasto, senza imbarazzo
Tronti considera che la risposta del terrorismo è subalterna alla logica della
guerra; ed è per questo che non ha mai attecchito nelle lotte del movimento
operaio.
L’attuale forma preventiva fa della guerra americana un arbitrio assoluto,
accettato liberamente e “legalizzato” da una maggioranza indotta ad essere
bellicosa. La politica della potenza unica spazia senza più antagonisti (i
pacifisti possono manifestare ma non possono fermare la mano dell’aggressore).
Solo una guerra di popolo può compiere il miracolo di Davide che batte Golia
(come in Vietnam) ma al costo di un’immane tragedia. Tronti risponde quindi
alla questione di come si possa cercare di incidere sui poteri, proponendo che
- attraverso il sistema politico, il funzionamento delle istituzioni, il
conflitto sociale - l’Europa contrapponga una legittimità della pace alla
legalità della guerra americana.
Rina Gagliardi, su Liberazione,
avvolge nei simboli della tradizione la nuova linea, inducendo ad una
prospettiva politica “comunista” rassicurante, costruita su “momenti minori”,
fatti di bisogni, di vita quotidiana, vista come cruciale contrapposizione a
grandi e complesse esperienze statuali.
Il dibattito, coinvolge i compagni, che scrivono ai giornali e discutono nei
circoli: Sullo porta la bella
testimonianza degli Zapatisti, che hanno iniziato la lotta con le armi in pugno
e che ora si sono conquistati un contesto civile e pacifico nei loro municipi
autonomi. Alasia giudica
“azzardato” generalizzare sul tema dando un orientamento valido per tutti i
luoghi e tutti i tempi.
Risponde a Bertinotti anche Raniero La Valle
avvertendo che non ci si può opporre a guerra e terrorismo senza avere una
politica e delle ragioni per farlo. La guerra è stata bandita dalle leggi e
dalla ragione ma non possiamo dissociarci dal fatto che ci sia, che gli Stati
Uniti, con la loro schiacciante superiorità, ne detengano il monopolio e la
usino per la loro politica.
Un surrogato di difesa è “il terrorismo”. Ma è impossibile “ricomprendere tutte
le possibili resistenze in un’unica categoria del terrorismo, si tratti di
ceceni, palestinesi, latino americani o iracheni. Vuol dire non riconoscere più
alcuna causa” e questo impedisce ogni possibile via d’uscita. L’Europa deve
cercare una politica che tolga le radici alla guerra asimmetrica degli Stati
Uniti.
Quanto alla sinistra contaminata dalla violenza, anche La Valle propone una
rilettura della storia, ricordando quando, nell’imminenza della sconfitta, “dal
cuore del potere sovietico fu avanzato un grande progetto politico per un mondo
libero dalle armi nucleari e non violento”.
Grande occasione perduta del pacifismo.