da
"Liberazione" del 25.1.04
Nonviolenza inadeguata contro la ferocia
imperialistica
Uno spettro si aggira nel dibattito in corso: sono le rivoluzioni comuniste del
'900, di cui si mettono in discussione non solo errori e involuzioni, ma le
radici stesse e la legittimità storica (sulla stessa lunghezza d'onda del
"Libro nero del comunismo"). Il "peccato originale" viene
individuato essenzialmente in due fattori: a) la conquista del potere statale
(Folena, 23.1.04); b) il ricorso alla violenza. Per fuoriuscire
dall'ingombrante '900 e dar vita a un "nuovo inizio" si propone la
"non violenza" quale forma di lotta assoluta, universale e non
negoziabile. Ciò sulla base di due motivazioni. La prima, di tipo
"storico": a differenza che in passato, si dice, "l'impero"
è oggi talmente potente, da risultare invincibile sul piano militare; la
seconda, di carattere "metafisico": i metodi violenti di lotta
"contaminano" chi li pratica e non possono assolutamente dar vita ad
una nuova società (Menapace, 23.12.03, Russo, Revelli, 20.1.04). Entrambe le
motivazioni mi sembrano problematiche.
Se "l'impero" (ovvero l'imperialismo a base Usa) ha oggi, sul piano
militare una superiorità indiscussa, che intende usare per piegare i popoli del
mondo e i possibili concorrenti delle altre grandi aree capitalistiche (in
primis la Ue) non è però invincibile. Una simile visione (che introietta in
modo subalterno il sogno di onnipotenza dei neocons americani) nasce
dall'abbandono della teoria leninista, che, opponendosi al kautskiano "superimperialismo",
coglieva le contraddizioni tra imperialismi: La teoria dell'impero - unico,
pervasivo, mondializzato - porta in sé anche l'idea di onnipotenza imperiale.
Non si può separare l'analisi della guerra e della potenza militare dall'insieme
dei rapporti sociali. Potenza militare e guerra non sono un assoluto, sono
radicati in un sistema sociale, caratterizzato dalle sue specifiche
contraddizioni di classe. Il terreno militare non è mai stato per i comunisti,
né per le forze che nel XX secolo hanno praticato resistenze e lotte di
liberazione, il terreno principale. La resistenza al nazifascismo o quella
vietnamita all'aggressione Usa combinavano insieme lotta politica e lotta
militare; non assolutizzavano l'uno o l'altro aspetto, ed è stato principalmente
grazie al radicamento politico che hanno vinto contro nemici che apparivano
strapotenti sul piano dei mezzi militari.
Il secondo argomento trascende ogni riferimento storico, ogni marxiana
"specificazione storica" per collocarsi su un piano di generalizzazione
universale e atemporale. Vi è in questa posizione radicale l'idea che l'uso del
medesimo mezzo ti fa diventare come l'altro, ti contamina. E' un'idea forte e
di grande effetto. Ma è propriamente un'idea metafisica, che non riesce a
concepire il processo storico, la transizione da una forma sociale all'altra,
attraverso la contraddizione in cui gli opposti si compenetrano, per dar vita a
un "superamento" che non è affatto il puro e semplice annientamento
dell'opposto, sostituito da qualcosa di totalmente "Altro", ma, una
sintesi, che, come scriveva Marx, "porta ancora i segni della vecchia
società dal cui seno è uscita".
Viviamo e operiamo in condizioni storiche date, e come comunisti ci adoperiamo
per rovesciare lo stato di cose presente. Ma esso è un dato, è la "verità
effettuale" di Machiavelli, che Gramsci analizzava nei suoi Quaderni sotto
la rubrica "rapporti di forza". Non è sempre possibile scegliersi il
terreno dello scontro. Se così fosse, i comunisti, che non hanno certo iscritto
nel loro codice genetico la violenza e la guerra, avrebbero sempre scelto la
"via pacifica"...
Gli imperialismi oggi dominanti hanno dimostrato di essere disposti a tutto e a
passare su qualsiasi cadavere pur di conservare il potere economico e politico.
E questa non è storia passata. Il secondo dopoguerra è costellato di interventi
devastanti: dall'Indonesia alla Grecia, dal Cile di Allende all'Argentina,
senza dimenticare che in Italia ha operato un'organizzazione come Gladio,
pronta ad intervenire se i comunisti si fossero avvicinati troppo al governo.
Il fascismo non è un incidente della storia, un bubbone sorto su un corpo sano,
come pretendeva Croce, ma è un'alternativa che le classi capitaliste praticano
quando il loro potere viene messo in pericolo...
Non ci troviamo di fronte a un "avversario", che - come in una
partita a scacchi o in un duello tra cavalieri - osserva le regole del gioco,
nel rispetto reciproco, sentendosi parte di una comune civiltà, in cui
riconosce l'altro non come alieno, ma proprio simile. Siamo di fronte ad un
imperialismo ferocissimo e spietato, che considera - al pari del nazismo - il
resto degli umani sottouomini, carne da macello su cui sperimentare nuove armi
di distruzione di massa e che dichiara esplicitamente di non riconoscere altre
regole del diritto internazionale che non siano quelle che gli sono favorevoli.
Le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki lanciate contro civili inermi non
sono meno crudeli ed efferate, nella loro logica come negli effetti, del campo
di sterminio di Auschwitz. E' irrealistico pensare che di fronte a tale
barbarie, a tale rifiuto di "regole del gioco", la pratica non
violenta possa ottenere risultati significativi. Mentre è grande il rischio che
essa rafforzi l'egemonia dell'imperialismo, con l'invito - implicito o
esplicito - a rinunciare a qualsivoglia forma di resistenza armata alle
aggressioni imperialistiche attuali o future. E, detto per inciso, si
parlerebbe ancora di Iraq se non si fosse sviluppata lì una resistenza, anche
militare, all'occupazione? Quella resistenza lotta anche per i diritti degli
altri popoli minacciati dall'imperialismo, impone un freno alla marcia
trionfale del militarismo Usa.
Andrea Catone