Alcune note su marxismo ed etica
Da alcuni giorni si è aperto un dibattito, a partire dalle colonne di
Liberazione, de Il Manifesto, ma anche di Repubblica e Carta, con interventi di
Pietro Ingrao, Bertinotti, Revelli, Sullo, Tronti, Gagliardi, sulla questione
pacifismo e non-violenza. Se tutto ciò assomiglia, da un lato, ad un redde
rationem finale tra coloro che del marxismo hanno da tempo abbandonato i
fondamenti, ma non rinunciano a sfruttare il marchio “comunista” in una
corretta ottica di marketing (PRC, Il Manifesto), dall’altro la questione non
appare del tutto nuova, se si considera quanto espresso da coloro che hanno
cercato di egemonizzare politicamente e mediaticamente (e sono in buona parte
riusciti, fin qui) i movimenti ‘anti-globazzazione’ da Seattle in poi (parlo
dei Global Forum e non solo).
La questione del metodo di lotta e più in generale della prassi socio-politica
come discriminante tra organizzazioni e movimenti (dividendo tra ‘buoni’ e
‘cattivi’) non è di per sé una novità assoluta e riecheggia un dibattito che
era presente nel movimento operaio già all’inizio del secolo scorso (il ‘900)
tra metodi legali e illegali di lotta e organizzazione, dibattito che è più
volte riemerso nel corso del tempo (l’ultima volta negli anni ’70). È evidente
che vi sono analogie e differenze tra le due questioni: legalità/ illegalità e
violenza/ non violenza.
In entrambe le questioni appare evidente che chi critica le posizioni più
tradizionalmente marxiste oppone una una discriminante che è etica, di valore,
rispetto alla classica posizione marxista che guarda piuttosto ai fini e
giudica i mezzi come storicamente dati dal contesto sociale e politico in cui
ci si trova ad agire. I comunisti sostengono che anche le organizzazioni e i
partiti di massa più legalitari e non-violenti si sono trovati in determinati
contesti storici ad organizzarsi clandestinamente e ad operare con forme di
resistenza anche armata. D’altronde è sempre difficile stabilire il confine
esatto tra le due coppie antitetiche. Ad es. cosa accadrebbe se venisse
approvata da un parlamento ‘democratico’ una forte restrizione dei diritti di
sciopero, o se una guerra imperialista venisse contrabbandata (come avviene)
per ‘intervento umanitario’? E dove si situa il confine nella pratica: una maggioranza
di lavoratori che sciopera e impedisce ad un crumiro di boicottare l’interesse
di tutti (incluso il suo), esercita violenza? Se un celerino ti molla una
manganellata in testa mentre stai protestando pacificamente, devi porgere
l’altra guancia?
Ma proviamo a guardare la questione da un punto di vista più generale e
teorico. Il marxismo, nella sua accezione più classica, si presenta come una
teoria socio-politica che intende interpretare l’esistente in funzione del suo
cambiamento. A partire da questo assunto, il dibattito marxista si è
storicamente concentrato sui fini da perseguire, dando un giudizio solo
consequenziale della prassi, cioé considerando le azioni in funzione delle loro
conseguenze ultime (l’avanzamento sulla strada della rivoluzione). Vale a dire
che ci si è volutamente astratti da ogni giudizio di valore sui mezzi
utilizzati (il partito, l’organizzazione, le forme di lotta, la propaganda,
etc.), cioé sulla loro eticità, preferendo valutarli in modo strumentale,
secondo cioé la loro maggiore o minore efficacia nel conseguire i risultati
finali. D’altronde il marxismo non è certamente l’unica teoria socio-politica
ad essere stata caratterizzata in questo senso (del conseguenzialismo). Ma
d’altra parte, questo non impedisce ad altri di pronunciare giudizi etici sulla
prassi sociale e politica dei marxisti. È proprio quanto va accadendo. Se in
passato si è voluto insistere sulla prassi cospirativa, illegale e sovversiva
dei movimenti rivoluzionari, oggi si alza la posta e li si vorrebbe discriminare
in nome della non-violenza e del pacifismo.
Per i marxisti, ogni sistema di norme morali, etiche è inestricabilmente
connesso alla struttura sociale e culturale di una determinata società. In
questo senso, ogni società ha fatto ricorso ad una o più autorità morali
(Stato, Chiesa) per mantenere il controllo delle classi subordinate. Il
capitalismo sembra oggi non aver bisogno di questa autorità morale in quanto
basa la sua forza essenzialmente sulla costrizione economica (basti ad esempio
vedere come milioni di contadini in tutto il mondo siano stati e siano tuttora
costretti a lasciare i propri campi per inurbarsi in cerca di un lavoro
salariato: il capitalismo non ha bisogno di usare la forza per costringere le
persone a vendere ‘spontaneamente’ la propria forza lavoro ad un padrone!).
Marx dice che sopravvive nella società capitalista la sola morale
piccolo-borghese, lo Stato è l’unica autorità esistente e che si fa garante dei
rapporti di sfruttamento capitalistici.
Ma proprio perché i marxisti ritengono che ogni sistema di norme morali è
l’espressione di una determinata
società, e in questo caso della società che si vuole trasformare, essi non
ritengono possibile produrre un mutamento sociale radicale tramite
l’affermazione di nuove norme etiche e culturali (l’educazione dell’intera
umanità, come avrebbero detto gli illuministi). E proprio qui nasce il punto di
contrasto con i nostri amici No Global o New Global che sia. La loro posizione
è quella di rivoluzionare il mondo tramite concetti e norme (non-violenza,
pace, libertà, democrazia, commercio equo&solidale, etc.) che si vorrebbero
rendere universali secondo una logica anti-storica, illuministica per
l’appunto. Astraendo dal contesto storico-sociale e mettendo tutti insieme in
un solo calderone, dalle tribù dell’Amazzonia ai metalmeccanici di Arese,
passando per le caste indiane…
I comunisti si rifiutano di predicare una qualsiasi morale non perché siano
indifferenti ad essa, ma perché i conflitti tra la violenza e la non-violenza,
tra l’essere pacifici e l’essere aggressivi, tra l’egoismo e l’altruismo non
sono altro che conflitti di motivazioni che riguardano ciascuno di noi e che
nascono all’interno di questa società, nel mondo capitalistico. Solo l’uomo
libero e felice è buono. Ma nessuno può essere libero e felice se non lo sono
al tempo stesso anche tutti gli altri. Occorre dunque trasformare radicalmente
questa società per veder scomparire tali conflitti: predicare un comportamento
non-violento, pacifico, altruista, democratico per risolvere le ingiustizie
globali non serve a nulla, fintantoché non muta l’organizzazione sociale. Per
Marx, solo cambiando il mondo, gli individui cambieranno sè stessi.
Ma se i marxisti non hanno voluto finora affrontare la questione etica, non è
pensabile che chi si impegna nei movimenti per trasformare il mondo, non abbia
una forte tensione morale personale e una chiara scelta di valori (ad esempio,
l’insofferenza verso le ingiustizie e le diseguaglianze). Dunque è possibile
pensare che anche per i marxisti esistano dei principi vincolanti che possono
essere elaborati e accettati da tutti. E che questi principi non possano essere
confusi (come spesso si è fatto in passato, scambiandoli per l’etica del buon
militante) con l’egoismo di classe, da un lato, e il sacrificio di sé, sempre
in nome dei superiori interessi della classe (o del partito), dall’altro.
Infatti, molto spesso è avvenuto che si definisse in passato come una sorta di
“etica socialista” quella per cui era buono tutto ciò che favoriva gli
interessi della classe (e perciò stesso del partito, in quanto parte più
avanzata della classe stessa) e come negativo il contrario, fino ad esaltare il
sacrificio per la causa o censurare chi non ottemperasse a sufficienza ai
propri doveri morali. Un’etica che richiedeva da un lato dei martiri
rivoluzionari da incensare e dall’altro dei traditori da processare. Con il
partito o l’organizzazione quale unica e indiscussa autorità morale e giudizi
di valore centrati unicamente sulla strumentalità dell’agire (vale a dire,
quanto la singola azione è utile o dannosa per il partito stesso e quindi per
la classe).
Ma sarebbe questa un’etica alienata in termini marxiani. Marx, infatti, non
riconosceva alcuna autorità morale al di fuori dell’uomo, a cui sottomettersi.
Tutte le decisioni morali sono individuali e non possono essere dedotte dalla
necessità storica o dall’interesse di classe. L’individuo, dunque, deve
assumersi la piena responsabilità delle proprie azioni. Il che, tuttavia, non
implica che non sia necessario pronunciare dei giudizi morali sulle azioni
individuali. Altrimenti, come sarebbe possibile distinguere tra l’eroe
partigiano che combatte e, se necessario, uccide per liberare il proprio paese
ed un assassino privo di scrupoli? È evidente che attorno a tale questione
ruota il nocciolo del problema etico. La risposta, a nostro avviso, è quella
per cui le decisioni dei singoli individui devono collocarsi all’interno di un
processo decisionale sociale e politico più ampio possibile e dove si affermi un
consenso morale diffuso rispetto a determinate azioni e comportamenti (la qual
cosa deve però lasciare aperta la possibilità del singolo di parteciparvi o
meno). In questo senso appare evidente la differenza tra l’assassino isolato, e
il partigiano che arriva ad uccidere nel contesto di un movimento di resistenza
e di guerra popolare contro un invasore. È chiaro che questo approccio al
problema implica una critica (o autocritica) del modo in cui si sono concepiti,
in passato, i rapporti tra partito e masse, tra militanti e partito, tra
movimenti e organizzazioni. È cosa ben diversa fare riferimento ad un “consenso
morale diffuso” anziché all’autorità morale del partito ed implicherebbe una
discussione approfondita su tematiche che ci allontanerebbero dalla questione
principale.
Per finire, una citazione dal dibattito in corso. Fausto Bertinotti, in un
convegno sulle Foibe, a Venezia, afferma: “Ma pensiamo a Cesare
Pavese, ai passaggi nei suoi libri che riguardano il momento della resistenza,
il suo orrore per la morte e per il sangue. C’era un ritrarsi, un senso di
inadeguatezza, un timore. Pure era un partigiano”. L’episodio a
cui si riferisce Bertinotti è tratto dal romanzo “La casa in collina” di
Pavese, dove lo scrittore parla dell’orrore per i morti ammazzati, in questo
caso di morti repubblichini. L’episodio vuole denunciare la crudeltà e
l’insensatezza della guerra, insieme alla pietà per i morti, di qualunque
bandiera. Ma il riferimento di Bertinotti è sbagliato, in un contesto in cui si
vuole apertamente abiurare l’esperienza dei partiti comunisti e dei movimenti
rivoluzionari del XXo secolo per abbracciare le tesi della non-violenza, del
pacifismo e del movimentismo. In effetti, coerentemente con quanto abbiamo fin
qui esposto, non vediamo alcuna contraddizione nel comportamento dei
partigiani, la cui azione trovava una vasta giustificazione sociale e politica,
con la morale individuale di chi lotta per cambiare il mondo e che non può che
essere motivato da un senso di profondo odio per l’ingiustizia, la
sopraffazione, la violenza contro i più deboli. E che quindi non può che
provare orrore nell’atto di uccidere, anche quando si tratta del peggior
nemico. L’eroismo di questi compagni stava nella forza di superare queste
terribili contraddizioni che ci portiamo dentro, piuttosto che nell’audacia
dello sfidare il pericolo.
da Collettivo Che Guevara