www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 01-02-04

Alcune note su marxismo ed etica


Da alcuni giorni si è aperto un dibattito, a partire dalle colonne di Liberazione, de Il Manifesto, ma anche di Repubblica e Carta, con interventi di Pietro Ingrao, Bertinotti, Revelli, Sullo, Tronti, Gagliardi, sulla questione pacifismo e non-violenza. Se tutto ciò assomiglia, da un lato, ad un redde rationem finale tra coloro che del marxismo hanno da tempo abbandonato i fondamenti, ma non rinunciano a sfruttare il marchio “comunista” in una corretta ottica di marketing (PRC, Il Manifesto), dall’altro la questione non appare del tutto nuova, se si considera quanto espresso da coloro che hanno cercato di egemonizzare politicamente e mediaticamente (e sono in buona parte riusciti, fin qui) i movimenti ‘anti-globazzazione’ da Seattle in poi (parlo dei Global Forum e non solo).

La questione del metodo di lotta e più in generale della prassi socio-politica come discriminante tra organizzazioni e movimenti (dividendo tra ‘buoni’ e ‘cattivi’) non è di per sé una novità assoluta e riecheggia un dibattito che era presente nel movimento operaio già all’inizio del secolo scorso (il ‘900) tra metodi legali e illegali di lotta e organizzazione, dibattito che è più volte riemerso nel corso del tempo (l’ultima volta negli anni ’70). È evidente che vi sono analogie e differenze tra le due questioni: legalità/ illegalità e violenza/ non violenza.

In entrambe le questioni appare evidente che chi critica le posizioni più tradizionalmente marxiste oppone una una discriminante che è etica, di valore, rispetto alla classica posizione marxista che guarda piuttosto ai fini e giudica i mezzi come storicamente dati dal contesto sociale e politico in cui ci si trova ad agire. I comunisti sostengono che anche le organizzazioni e i partiti di massa più legalitari e non-violenti si sono trovati in determinati contesti storici ad organizzarsi clandestinamente e ad operare con forme di resistenza anche armata. D’altronde è sempre difficile stabilire il confine esatto tra le due coppie antitetiche. Ad es. cosa accadrebbe se venisse approvata da un parlamento ‘democratico’ una forte restrizione dei diritti di sciopero, o se una guerra imperialista venisse contrabbandata (come avviene) per ‘intervento umanitario’? E dove si situa il confine nella pratica: una maggioranza di lavoratori che sciopera e impedisce ad un crumiro di boicottare l’interesse di tutti (incluso il suo), esercita violenza? Se un celerino ti molla una manganellata in testa mentre stai protestando pacificamente, devi porgere l’altra guancia?

Ma proviamo a guardare la questione da un punto di vista più generale e teorico. Il marxismo, nella sua accezione più classica, si presenta come una teoria socio-politica che intende interpretare l’esistente in funzione del suo cambiamento. A partire da questo assunto, il dibattito marxista si è storicamente concentrato sui fini da perseguire, dando un giudizio solo consequenziale della prassi, cioé considerando le azioni in funzione delle loro conseguenze ultime (l’avanzamento sulla strada della rivoluzione). Vale a dire che ci si è volutamente astratti da ogni giudizio di valore sui mezzi utilizzati (il partito, l’organizzazione, le forme di lotta, la propaganda, etc.), cioé sulla loro eticità, preferendo valutarli in modo strumentale, secondo cioé la loro maggiore o minore efficacia nel conseguire i risultati finali. D’altronde il marxismo non è certamente l’unica teoria socio-politica ad essere stata caratterizzata in questo senso (del conseguenzialismo). Ma d’altra parte, questo non impedisce ad altri di pronunciare giudizi etici sulla prassi sociale e politica dei marxisti. È proprio quanto va accadendo. Se in passato si è voluto insistere sulla prassi cospirativa, illegale e sovversiva dei movimenti rivoluzionari, oggi si alza la posta e li si vorrebbe discriminare in nome della non-violenza e del pacifismo.

Per i marxisti, ogni sistema di norme morali, etiche è inestricabilmente connesso alla struttura sociale e culturale di una determinata società. In questo senso, ogni società ha fatto ricorso ad una o più autorità morali (Stato, Chiesa) per mantenere il controllo delle classi subordinate. Il capitalismo sembra oggi non aver bisogno di questa autorità morale in quanto basa la sua forza essenzialmente sulla costrizione economica (basti ad esempio vedere come milioni di contadini in tutto il mondo siano stati e siano tuttora costretti a lasciare i propri campi per inurbarsi in cerca di un lavoro salariato: il capitalismo non ha bisogno di usare la forza per costringere le persone a vendere ‘spontaneamente’ la propria forza lavoro ad un padrone!). Marx dice che sopravvive nella società capitalista la sola morale piccolo-borghese, lo Stato è l’unica autorità esistente e che si fa garante dei rapporti di sfruttamento capitalistici.

Ma proprio perché i marxisti ritengono che ogni sistema di norme morali è l’espressione  di una determinata società, e in questo caso della società che si vuole trasformare, essi non ritengono possibile produrre un mutamento sociale radicale tramite l’affermazione di nuove norme etiche e culturali (l’educazione dell’intera umanità, come avrebbero detto gli illuministi). E proprio qui nasce il punto di contrasto con i nostri amici No Global o New Global che sia. La loro posizione è quella di rivoluzionare il mondo tramite concetti e norme (non-violenza, pace, libertà, democrazia, commercio equo&solidale, etc.) che si vorrebbero rendere universali secondo una logica anti-storica, illuministica per l’appunto. Astraendo dal contesto storico-sociale e mettendo tutti insieme in un solo calderone, dalle tribù dell’Amazzonia ai metalmeccanici di Arese, passando per le caste indiane…

I comunisti si rifiutano di predicare una qualsiasi morale non perché siano indifferenti ad essa, ma perché i conflitti tra la violenza e la non-violenza, tra l’essere pacifici e l’essere aggressivi, tra l’egoismo e l’altruismo non sono altro che conflitti di motivazioni che riguardano ciascuno di noi e che nascono all’interno di questa società, nel mondo capitalistico. Solo l’uomo libero e felice è buono. Ma nessuno può essere libero e felice se non lo sono al tempo stesso anche tutti gli altri. Occorre dunque trasformare radicalmente questa società per veder scomparire tali conflitti: predicare un comportamento non-violento, pacifico, altruista, democratico per risolvere le ingiustizie globali non serve a nulla, fintantoché non muta l’organizzazione sociale. Per Marx, solo cambiando il mondo, gli individui cambieranno sè stessi.

Ma se i marxisti non hanno voluto finora affrontare la questione etica, non è pensabile che chi si impegna nei movimenti per trasformare il mondo, non abbia una forte tensione morale personale e una chiara scelta di valori (ad esempio, l’insofferenza verso le ingiustizie e le diseguaglianze). Dunque è possibile pensare che anche per i marxisti esistano dei principi vincolanti che possono essere elaborati e accettati da tutti. E che questi principi non possano essere confusi (come spesso si è fatto in passato, scambiandoli per l’etica del buon militante) con l’egoismo di classe, da un lato, e il sacrificio di sé, sempre in nome dei superiori interessi della classe (o del partito), dall’altro.

Infatti, molto spesso è avvenuto che si definisse in passato come una sorta di “etica socialista” quella per cui era buono tutto ciò che favoriva gli interessi della classe (e perciò stesso del partito, in quanto parte più avanzata della classe stessa) e come negativo il contrario, fino ad esaltare il sacrificio per la causa o censurare chi non ottemperasse a sufficienza ai propri doveri morali. Un’etica che richiedeva da un lato dei martiri rivoluzionari da incensare e dall’altro dei traditori da processare. Con il partito o l’organizzazione quale unica e indiscussa autorità morale e giudizi di valore centrati unicamente sulla strumentalità dell’agire (vale a dire, quanto la singola azione è utile o dannosa per il partito stesso e quindi per la classe).

Ma sarebbe questa un’etica alienata in termini marxiani. Marx, infatti, non riconosceva alcuna autorità morale al di fuori dell’uomo, a cui sottomettersi. Tutte le decisioni morali sono individuali e non possono essere dedotte dalla necessità storica o dall’interesse di classe. L’individuo, dunque, deve assumersi la piena responsabilità delle proprie azioni. Il che, tuttavia, non implica che non sia necessario pronunciare dei giudizi morali sulle azioni individuali. Altrimenti, come sarebbe possibile distinguere tra l’eroe partigiano che combatte e, se necessario, uccide per liberare il proprio paese ed un assassino privo di scrupoli? È evidente che attorno a tale questione ruota il nocciolo del problema etico. La risposta, a nostro avviso, è quella per cui le decisioni dei singoli individui devono collocarsi all’interno di un processo decisionale sociale e politico più ampio possibile e dove si affermi un consenso morale diffuso rispetto a determinate azioni e comportamenti (la qual cosa deve però lasciare aperta la possibilità del singolo di parteciparvi o meno). In questo senso appare evidente la differenza tra l’assassino isolato, e il partigiano che arriva ad uccidere nel contesto di un movimento di resistenza e di guerra popolare contro un invasore. È chiaro che questo approccio al problema implica una critica (o autocritica) del modo in cui si sono concepiti, in passato, i rapporti tra partito e masse, tra militanti e partito, tra movimenti e organizzazioni. È cosa ben diversa fare riferimento ad un “consenso morale diffuso” anziché all’autorità morale del partito ed implicherebbe una discussione approfondita su tematiche che ci allontanerebbero dalla questione principale.

Per finire, una citazione dal dibattito in corso. Fausto Bertinotti, in un convegno sulle Foibe, a Venezia, afferma: “
Ma pensiamo a Cesare Pavese, ai passaggi nei suoi libri che riguardano il momento della resistenza, il suo orrore per la morte e per il sangue. C’era un ritrarsi, un senso di inadeguatezza, un timore. Pure era un partigiano”. L’episodio a cui si riferisce Bertinotti è tratto dal romanzo “La casa in collina” di Pavese, dove lo scrittore parla dell’orrore per i morti ammazzati, in questo caso di morti repubblichini. L’episodio vuole denunciare la crudeltà e l’insensatezza della guerra, insieme alla pietà per i morti, di qualunque bandiera. Ma il riferimento di Bertinotti è sbagliato, in un contesto in cui si vuole apertamente abiurare l’esperienza dei partiti comunisti e dei movimenti rivoluzionari del XXo secolo per abbracciare le tesi della non-violenza, del pacifismo e del movimentismo. In effetti, coerentemente con quanto abbiamo fin qui esposto, non vediamo alcuna contraddizione nel comportamento dei partigiani, la cui azione trovava una vasta giustificazione sociale e politica, con la morale individuale di chi lotta per cambiare il mondo e che non può che essere motivato da un senso di profondo odio per l’ingiustizia, la sopraffazione, la violenza contro i più deboli. E che quindi non può che provare orrore nell’atto di uccidere, anche quando si tratta del peggior nemico. L’eroismo di questi compagni stava nella forza di superare queste terribili contraddizioni che ci portiamo dentro, piuttosto che nell’audacia dello sfidare il pericolo.

da Collettivo Che Guevara