www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 18-02-04

Ancora un paio di considerazioni in merito al dibattito in corso nel PRC


di Bruno Steri

Anche se il dibattito apertosi sulle pagine di ‘Liberazione’ attorno al tema violenza/nonviolenza è formalmente chiuso, a me sembra che almeno due interventi - comparsi in luoghi diversi e provenienti da due diverse ‘sensibilità’ - meritino un supplemento di attenzione, se non altro perché entrambi, per motivi opposti, chiamano criticamente in causa l’area de ‘L’Ernesto’.

Il primo di questi - l’articolo di Paolo Ferrero che appunto chiude la discussione sul nostro quotidiano - lo fa senza riferimenti espliciti; e, tuttavia, l’intento polemico risulta del tutto palese. Per la verità, Ferrero muove da una serie di premesse in sè condivisibili (e peraltro da nessuno contestate). In primo luogo, egli conferma la centralità strategica del comunismo, inteso come “lotta per la costruzione di una società di ‘liberi ed eguali’ (…) una società dove il superamento dei rapporti sociali capitalistici permetta la liberazione dell’uomo e della donna”. Ma aggiunge, problematicamente, che la nostra lotta avviene dentro una “società intrisa di violenza e sfruttamento” e che questa violenza “è in sé tendenzialmente disumanizzante” oltre che “non neutra”.

Ciò conduce alla seconda osservazione preliminare secondo cui “i mezzi che si utilizzano non sono indifferenti rispetto ai fini che si vogliono determinare”: con la significativa specificazione che è comunque impossibile “una totale coincidenza tra mezzi e fini” (benchè si ritenga necessario tendervi). Infine si sottolinea che, mai come nell’attuale fase di sviluppo, il capitalismo “si fonda sulla logica della guerra ed elegge a proprio nemico il terrorismo”, puntando in tal modo a “distruggere il terreno della politica, inteso come terreno della lotta e dell’espressione delle masse”.

Fin qui è evidente che non vi potrebbero essere obiezioni sostanziali, poiché mai è stata in questione la ripulsa del carattere di sopraffazione connaturato al dominio di classe capitalistico e, accanto a ciò, l’opzione per un ‘mondo etico’ totalmente altro, improntato a rapporti sociali ed umani di solidarietà e giustizia. Piuttosto, oggetto della polemica è stato comprensibilmente l’uso ideologico della coppia ‘violenza/nonviolenza’, laddove esso, sulla base di un’indebita e astratta decontestualizzazione di tempo e di spazio, confonde fenomeni storici e contesti etico-politici del tutto differenti, prestando il fianco alla sommaria condanna che oggi le classi dominanti pronunciano nei confronti di qualsiasi pratica di autodifesa e resistenza (armata e non, in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo: a cominciare dalla resistenza al nazifascismo per finire con la ribellione di una popolazione sottoposta a embargo, bombardata e invasa quale è quella irachena).

Del resto, percependo evidentemente il rischio di tali nefaste semplificazioni, lo stesso Fausto Bertinotti ha ritenuto opportuno di tornare sull’argomento e precisare che il suo ragionamento sulla nonviolenza non può prescindere dal “qui ed ora” di circostanze e contesti dati: che insomma “l’allargamento e la qualificazione politica del movimento di massa”, che Ferrero indica come l’odierna strada maestra per un’efficace lotta alla violenza e al potere capitalistici, non sono ‘categorie dello spirito’ ma concetti operativi da concretizzare caso per caso.

Se questo è dunque il vero epicentro della discussione, perché l’articolo in questione indugia nell’esortazione a non “sacralizzare” la nostra storia, a non “imbalsamarla”? E dove sarebbero quei “sacerdoti, custodi di un vecchio culto”, che si rifiutano di “imparare dal passato”, di meditare sui precedenti errori per evitare di ripeterli, scambiando il marxismo con “un’ideologia religiosa”? Chi altri dovrebbero essere, se non quei veterocomunisti de ‘L’Ernesto’, i destinatari di questa predica? Invero, è un vecchio metodo quello di costruire obiettivi polemici fittizi, per avere la meglio nel confronto interno di partito. Nella fattispecie, Ferrero compie almeno due operazioni indebite: per un verso, fa dire ad alcuni (credo si riferisca in particolare all’intervento di Claudio Grassi) cose che non hanno mai detto; e, per altro verso, fa dire ad altri molto meno di quello che effettivamente hanno detto.

In primo luogo, come si può far credere che - quanto meno nel nostro partito - vi sia qualcuno che si  dichiari indisponibile a “riflettere criticamente” sul Novecento e sulla storia del movimento operaio? E’ casomai vero il contrario: si sente un gran bisogno di indagini serie e circostanziate, piuttosto che di anatemi e giudizi sommari.

In secondo luogo, davvero Ferrero ritiene che analisi e giudizi come quelli espressi da Marco Revelli (ormai promosso dal nostro partito ad eminente maître à penser, a dispensatore di innovazioni ideologiche sulla carta stampata e in convegni) siano un esempio di “riflessione critica”?
Non pensa piuttosto che essi sanciscano la recisione secca di qualsiasi filo che leghi i comunisti alla loro storia (direi non solo novecentesca, ma anche ottocentesca)?
Se è così, non c’è da stupirsi che poi qualche nostro giovane dichiari candidamente di non sapere dove va e ancor meno da dove viene: eppure, mentre si “cammina domandando”, qualche risposta la si dovrebbe pur dare; e almeno un’idea del percorso la si dovrebbe pur avere. Di cosa stiamo parlando, dunque? di una seria sperimentazione critica (che appunto tiene saldamente un piede nel passato, per capire come costruire il futuro) o dello sradicamento totale, di uno spaesamento dove tutto si confonde e si rimescola?
E le decine e decine di lettere di compagne e compagni che hanno inondato la redazione di ‘Liberazione’ (trasversalmente provenienti da tutte le cosiddette ‘sensibilità’), hanno semplicemente espresso un ottuso riflesso identitario oppure hanno intuito il concreto pericolo di una correzione sostanziale (e a destra) concernente l’orientamento ideale e strategico del Prc? Anziché dar credito a questioni di dubbia consistenza, Ferrero dovrebbe rispondere a queste concrete domande.

La torsione liquidazionista che prefigura senz’altro una tra le prospettive incombenti, alimentata da forze diverse e potenti nell’arena politica entro cui il Prc opera, sembra invece diventare per Claudio Bellotti un dato pressochè acquisito. In un impegnato contributo (apparso su www.marxismo.net) , egli stigmatizza il “processo di vera e propria revisione politica e ideologica” destinato a diluire e infine azzerare la ragione sociale comunista del nostro partito. “L’adesione incondizionata alla non violenza gandhiana”, “la rinnovata apertura alla religione”, la “critica della Resistenza”, il “rifiuto della lotta per il potere” e del “concetto di egemonia”  - tutto ciò è letto come compiuto abbandono della tradizione del “comunismo novecentesco”: tanto più che all’accelerazione impressa alla suddetta ‘innovazione’ ideologica si aggiunge l’imminente costituzione di un Partito della Sinistra europea, “un partito non comunista, né nel nome, né nella prospettiva, né nei programmi”, trainata da partiti che condividono la medesima crisi di identità e di voti.

Di pari passo col crescere del disorientamento ideologico, Bellotti registra “la crisi sempre più marcata del partito come organizzazione”, il diffondersi della sfiducia in un corpo militante che assiste passivo e attonito “alle evoluzioni del gruppo dirigente”, la crescente incapacità del partito “di intervenire come forza organizzata nei movimenti di lotta” (nei quali cerca di “conquistare popolarità a buon mercato” senza saper acquisire “militanti, autorevolezza e seguito in questi settori”). In tale devastato contesto, viene altresì celebrato il “fallimento dell’opposizione emendataria”, rivelatasi incapace di “condizionare una maggioranza decisa ad andare avanti come un carro armato sulla strada scelta”.

Va detto subito che trovo significativi elementi di consonanza con lo sfondo culturale posto a sostegno del giudizio negativo che Bellotti formula in merito al precipitare del dibattito ideologico. E’ inoltre da condividere l’allarme per la precaria tenuta organizzativa del partito, la forte preoccupazione per le ricorrenti scosse di cui soffre la sua vita interna, le quali incidono pesantemente sulla sua coesione e ne depotenziano la capacità di proiezione e di radicamento esterno. Vanno però altrettanto chiaramente evidenziate alcune essenziali divergenze di linea politica. Innanzitutto, c’è da dire che la svolta postcongressuale in direzione del confronto con le forze del centrosinistra per battere Berlusconi e il governo delle destre è stata decisamente auspicata proprio dall’area de ‘l’Ernesto’.

Guai a noi se non avessimo attuato un riposizionamento politico tale da condurre il partito fuori dalle secche movimentiste e massimaliste in cui l’avevano incagliato le analisi congressuali. Beninteso, giusta è stata l’intuizione di assecondare e sospingere dall’interno i possenti movimenti di massa che, da Seattle in poi, sono tornati a smuovere e a condizionare la scena politica. Ma del tutto sbagliata era la lettura della fase  (definita “prerivoluzionaria” in un documento precongressuale), assolutamente fuori misura la celebrazione delle virtù salvifiche del movimento (rispetto alla complessità dello scenario sociale e politico), inadeguata l’attenzione all’assetto politico-organizzativo del partito (di fatto sempre più ‘leggero’, sostanzialmente disancorato dai luoghi del lavoro e affidato alle sortite del suo segretario).

Oggi dobbiamo prendere atto delle serie difficoltà frapposte dalle componenti moderate dell’Ulivo sulla strada di un auspicabile accordo programmatico, che va considerato dunque nient’affatto acquisito ed anzi seriamente messo in questione (innanzitutto in relazione alla sua proiezione di governo): e  tuttavia è essenziale che esso sia inteso dal paese reale come un esito che il Prc ha ricercato con convinzione e a tutt’oggi continua tenacemente  e nonostante tutto a ricercare. Come è stato a più riprese ricordato, saremmo tagliati fuori dalla politica di questo paese (e forse anche dalle sue istituzioni nazionali) se non fosse percepita, accanto alla coerente e rigorosa proposizione di una netta inversione di tendenza che sappia incontrare le aspettative e i bisogni della nostra gente, l’indicazione di una prospettiva praticabile nella ricerca di condizioni minime di unità a sinistra per la concreta realizzazione di tale inversione. Così come il superficiale movimentismo di una parte del gruppo dirigente del Prc, per altri versi anche la statica, non dialettica rigidità ideologica di Bellotti (e in generale della minoranza interna) non può astenersi dal fare i conti con l’annoso problema dell’efficacia della nostra azione politica.

Questo ragionamento si riflette anche sul giudizio riservato alla vicenda del Partito della sinistra europea. Per situare correttamente la posizione espressa in merito dalle compagne e dai compagni de ‘L’Ernesto’, occorre muovere preliminarmente dalla convinta adesione alla costruzione di una prospettiva europea da offrire alla nostra azione politica. L’impronta moderata e di classe impressa all’Europa dai ‘poteri forti’, nulla toglie alla necessità di non retrocedere rispetto ad una dimensione che il capitale ha già guadagnato e che, al contrario, le lotte dei lavoratori faticano a conquistare, continuando a contrastarne le ricadute reazionarie nei loro specifici nazionali. Su questo, sulla partecipazione al processo di costruzione dell’Europa - come sappiamo - è ancora aperta la discussione tra gli stessi partiti comunisti. Ma gli elementi caratterizzanti la recente iniziativa europea del Prc, che alcuni di noi hanno sottoposto a critica e  che Bellotti segnala nel suo intervento -  “la gestione verticistica dell’intera operazione, l’assenza dei partiti comunisti di una serie di paesi (…), il fatto che la Sinistra europea non si allarghi a sufficienza verso i partiti dell’Europa orientale – non sono affatto “di retroguardia” ma, al contrario, investono la sostanza della questione.

Il punto essenziale non è che “la Sinistra europea sarà un partito non comunista”, poiché la ricerca di una più cogente unità d’azione a livello europeo va ricercata certamente tra i partiti comunisti, ma non necessariamente solo tra di essi. Quel che va cercato in Europa è l’attivazione di un processo di convergenza che non miri ad aggregare immediatamente e a qualunque costo una sola ed omogenea sensibilità,  ma riesca a raccogliere nei tempi che tale processo richiede e con un’opportuna gradazione degli obiettivi programmatici il più vasto spettro delle forze  (innanzitutto comuniste, ma non solo), evitando in questo modo strappi e tensioni involutive tra i partiti coinvolti e all'interno di questi stessi partiti. Pensiamo insomma ad una forte iniziativa di coordinamento e accumulazione delle forze che sia di vasto respiro (certamente attenta ma non unicamente o prevalentemente legata a considerazioni di tipo elettorale o finanziario), entro cui sia comunque  preservata l’autonomia di ciascun singolo partito (almeno finchè il grado di integrazione non autorizzi passaggi più stringenti).

Infine, un’ultima considerazione.  Mi pare sinceramente sbagliato (nel senso di contrario ai dati di fatto) ma soprattutto fuori luogo parlare, come fa Bellotti, di difficoltà o addirittura di “fallimenti dell’area emendataria”. Non dovrebbe sfuggire che la realtà - tanto internazionale (do you remember Imperialismo?) che nazionale (centralità del conflitto Capitale/Lavoro) – continua a fornire abbondanti riscontri alle sue tesi. Quanto alla dialettica interna al partito, siamo in una fase molto delicata, in cui le difficoltà e i fallimenti (così come i successi) finiscono per riguardare senza eccezioni tutti coloro che, anche da posizioni diverse, hanno preso a cuore il compito di far vivere nel nostro paese una forza comunista di massa e all’altezza dei tempi.

Nonostante quello a cui potrebbero far pensare gli aspri contenziosi interni, locali e nazionali, quest’area in generale non ha ragionato in un’ottica di ‘nicchia’, cioè a dire col ristretto intento di ritagliarsi spazi di comodo ed esclusivamente funzionali alla propria sussistenza: si è così trovata nella paradossale condizione di operare come ‘corrente’ (in un partito il cui segretario teorizza appunto di “non fare sintesi”), essendo composta da compagni che per cultura politica e concezione del partito sono refrattari alla logica correntizia. Essa non si è dunque mai concepita sulla base di un’ispirazione entrista, perché mai si è sentita corpo estraneo nel corpo del partito.

Al contrario, sin dalla prima ora la maggioranza delle compagne e dei compagni che la compongono ha contribuito alla creazione di Rifondazione Comunista, in un contesto storico e politico molto complicato ha provato ad allargarne il consenso, difendendola  da sbandamenti massimalisti e settari, da un lato, e opportunisti dall’altro. Ed oggi, come sempre ha fatto, sostiene a viso aperto e senza alcuna reticenza un confronto interno che tende in questa fase ad arroventarsi: ma che ha anche messo in mostra un corpo militante, al di là delle aree, vigile e reattivo.

Non credo affatto che la questione comunista sia derubricata dall’agenda di questo paese e tanto meno da quella del nostro partito. A proposito di quest’ultimo, dovrà poi essere un libero e democratico confronto a stabilire assetto strategico, linea politica e composizione dei gruppi dirigenti.