Ancora un paio di considerazioni in merito al dibattito in corso nel PRC
di Bruno
Steri
Anche se il dibattito apertosi sulle pagine di ‘Liberazione’ attorno al tema
violenza/nonviolenza è formalmente chiuso, a me sembra che almeno due
interventi - comparsi in luoghi diversi e provenienti da due diverse
‘sensibilità’ - meritino un supplemento di attenzione, se non altro perché
entrambi, per motivi opposti, chiamano criticamente in causa l’area de
‘L’Ernesto’.
Il primo di questi - l’articolo di Paolo Ferrero che appunto chiude la
discussione sul nostro quotidiano - lo fa senza riferimenti espliciti; e,
tuttavia, l’intento polemico risulta del tutto palese. Per la verità, Ferrero
muove da una serie di premesse in sè condivisibili (e peraltro da nessuno contestate).
In primo luogo, egli conferma la centralità strategica del comunismo, inteso
come “lotta per la costruzione di una società di ‘liberi ed eguali’ (…) una
società dove il superamento dei rapporti sociali capitalistici permetta la
liberazione dell’uomo e della donna”. Ma aggiunge, problematicamente, che la
nostra lotta avviene dentro una “società intrisa di violenza e sfruttamento” e
che questa violenza “è in sé tendenzialmente disumanizzante” oltre che “non
neutra”.
Ciò conduce alla seconda osservazione preliminare secondo cui “i mezzi che si
utilizzano non sono indifferenti rispetto ai fini che si vogliono determinare”:
con la significativa specificazione che è comunque impossibile “una totale
coincidenza tra mezzi e fini” (benchè si ritenga necessario tendervi). Infine
si sottolinea che, mai come nell’attuale fase di sviluppo, il capitalismo “si
fonda sulla logica della guerra ed elegge a proprio nemico il terrorismo”,
puntando in tal modo a “distruggere il terreno della politica, inteso come
terreno della lotta e dell’espressione delle masse”.
Fin qui è evidente che non vi potrebbero essere obiezioni sostanziali, poiché
mai è stata in questione la ripulsa del carattere di sopraffazione connaturato
al dominio di classe capitalistico e, accanto a ciò, l’opzione per un ‘mondo
etico’ totalmente altro, improntato a rapporti sociali ed umani di solidarietà
e giustizia. Piuttosto, oggetto della polemica è stato comprensibilmente l’uso
ideologico della coppia ‘violenza/nonviolenza’, laddove esso, sulla base di
un’indebita e astratta decontestualizzazione di tempo e di spazio, confonde
fenomeni storici e contesti etico-politici del tutto differenti, prestando il
fianco alla sommaria condanna che oggi le classi dominanti pronunciano nei
confronti di qualsiasi pratica di autodifesa e resistenza (armata e non, in
qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo: a cominciare dalla resistenza al
nazifascismo per finire con la ribellione di una popolazione sottoposta a
embargo, bombardata e invasa quale è quella irachena).
Del resto, percependo evidentemente il rischio di tali nefaste semplificazioni,
lo stesso Fausto Bertinotti ha ritenuto opportuno di tornare sull’argomento e
precisare che il suo ragionamento sulla nonviolenza non può prescindere dal
“qui ed ora” di circostanze e contesti dati: che insomma “l’allargamento e la
qualificazione politica del movimento di massa”, che Ferrero indica come
l’odierna strada maestra per un’efficace lotta alla violenza e al potere
capitalistici, non sono ‘categorie dello spirito’ ma concetti operativi da
concretizzare caso per caso.
Se questo è dunque il vero epicentro della discussione, perché l’articolo in
questione indugia nell’esortazione a non “sacralizzare” la nostra storia, a non
“imbalsamarla”? E dove sarebbero quei “sacerdoti, custodi di un vecchio culto”,
che si rifiutano di “imparare dal passato”, di meditare sui precedenti errori
per evitare di ripeterli, scambiando il marxismo con “un’ideologia religiosa”?
Chi altri dovrebbero essere, se non quei veterocomunisti de ‘L’Ernesto’, i
destinatari di questa predica? Invero, è un vecchio metodo quello di costruire
obiettivi polemici fittizi, per avere la meglio nel confronto interno di
partito. Nella fattispecie, Ferrero compie almeno due operazioni indebite: per
un verso, fa dire ad alcuni (credo si riferisca in particolare all’intervento
di Claudio Grassi) cose che non hanno mai detto; e, per altro verso, fa dire ad
altri molto meno di quello che effettivamente hanno detto.
In primo luogo, come si può far credere che - quanto meno nel nostro partito -
vi sia qualcuno che si dichiari
indisponibile a “riflettere criticamente” sul Novecento e sulla storia del
movimento operaio? E’ casomai vero il contrario: si sente un gran bisogno di
indagini serie e circostanziate, piuttosto che di anatemi e giudizi sommari.
In secondo luogo, davvero Ferrero ritiene che analisi e giudizi come quelli
espressi da Marco Revelli (ormai promosso dal nostro partito ad eminente maître
à penser, a dispensatore di innovazioni ideologiche sulla carta stampata e in
convegni) siano un esempio di “riflessione critica”?
Non pensa piuttosto che essi sanciscano la recisione secca di qualsiasi filo
che leghi i comunisti alla loro storia (direi non solo novecentesca, ma anche
ottocentesca)?
Se è così, non c’è da stupirsi che poi qualche nostro giovane dichiari
candidamente di non sapere dove va e ancor meno da dove viene: eppure, mentre
si “cammina domandando”, qualche risposta la si dovrebbe pur dare; e almeno
un’idea del percorso la si dovrebbe pur avere. Di cosa stiamo parlando, dunque?
di una seria sperimentazione critica (che appunto tiene saldamente un piede nel
passato, per capire come costruire il futuro) o dello sradicamento totale, di
uno spaesamento dove tutto si confonde e si rimescola?
E le decine e decine di lettere di compagne e compagni che hanno inondato la
redazione di ‘Liberazione’ (trasversalmente provenienti da tutte le cosiddette
‘sensibilità’), hanno semplicemente espresso un ottuso riflesso identitario
oppure hanno intuito il concreto pericolo di una correzione sostanziale (e a
destra) concernente l’orientamento ideale e strategico del Prc? Anziché dar
credito a questioni di dubbia consistenza, Ferrero dovrebbe rispondere a queste
concrete domande.
La torsione liquidazionista che prefigura senz’altro una tra le prospettive
incombenti, alimentata da forze diverse e potenti nell’arena politica entro cui
il Prc opera, sembra invece diventare per Claudio Bellotti un dato pressochè
acquisito. In un impegnato contributo (apparso su www.marxismo.net) , egli
stigmatizza il “processo di vera e propria revisione politica e ideologica”
destinato a diluire e infine azzerare la ragione sociale comunista del nostro
partito. “L’adesione incondizionata alla non violenza gandhiana”, “la rinnovata
apertura alla religione”, la “critica della Resistenza”, il “rifiuto della
lotta per il potere” e del “concetto di egemonia” - tutto ciò è letto come compiuto abbandono della tradizione del
“comunismo novecentesco”: tanto più che all’accelerazione impressa alla
suddetta ‘innovazione’ ideologica si aggiunge l’imminente costituzione di un
Partito della Sinistra europea, “un partito non comunista, né nel nome, né
nella prospettiva, né nei programmi”, trainata da partiti che condividono la
medesima crisi di identità e di voti.
Di pari passo col crescere del disorientamento ideologico, Bellotti registra
“la crisi sempre più marcata del partito come organizzazione”, il diffondersi
della sfiducia in un corpo militante che assiste passivo e attonito “alle
evoluzioni del gruppo dirigente”, la crescente incapacità del partito “di
intervenire come forza organizzata nei movimenti di lotta” (nei quali cerca di
“conquistare popolarità a buon mercato” senza saper acquisire “militanti,
autorevolezza e seguito in questi settori”). In tale devastato contesto, viene
altresì celebrato il “fallimento dell’opposizione emendataria”, rivelatasi
incapace di “condizionare una maggioranza decisa ad andare avanti come un carro
armato sulla strada scelta”.
Va detto subito che trovo significativi elementi di consonanza con lo sfondo
culturale posto a sostegno del giudizio negativo che Bellotti formula in merito
al precipitare del dibattito ideologico. E’ inoltre da condividere l’allarme
per la precaria tenuta organizzativa del partito, la forte preoccupazione per
le ricorrenti scosse di cui soffre la sua vita interna, le quali incidono
pesantemente sulla sua coesione e ne depotenziano la capacità di proiezione e
di radicamento esterno. Vanno però altrettanto chiaramente evidenziate alcune
essenziali divergenze di linea politica. Innanzitutto, c’è da dire che la
svolta postcongressuale in direzione del confronto con le forze del
centrosinistra per battere Berlusconi e il governo delle destre è stata
decisamente auspicata proprio dall’area de ‘l’Ernesto’.
Guai a noi se non avessimo attuato un riposizionamento politico tale da
condurre il partito fuori dalle secche movimentiste e massimaliste in cui
l’avevano incagliato le analisi congressuali. Beninteso, giusta è stata
l’intuizione di assecondare e sospingere dall’interno i possenti movimenti di
massa che, da Seattle in poi, sono tornati a smuovere e a condizionare la scena
politica. Ma del tutto sbagliata era la lettura della fase (definita “prerivoluzionaria” in un
documento precongressuale), assolutamente fuori misura la celebrazione delle
virtù salvifiche del movimento (rispetto alla complessità dello scenario
sociale e politico), inadeguata l’attenzione all’assetto politico-organizzativo
del partito (di fatto sempre più ‘leggero’, sostanzialmente disancorato dai
luoghi del lavoro e affidato alle sortite del suo segretario).
Oggi dobbiamo prendere atto delle serie difficoltà frapposte dalle componenti
moderate dell’Ulivo sulla strada di un auspicabile accordo programmatico, che
va considerato dunque nient’affatto acquisito ed anzi seriamente messo in
questione (innanzitutto in relazione alla sua proiezione di governo): e tuttavia è essenziale che esso sia inteso
dal paese reale come un esito che il Prc ha ricercato con convinzione e a
tutt’oggi continua tenacemente e
nonostante tutto a ricercare. Come è stato a più riprese ricordato, saremmo
tagliati fuori dalla politica di questo paese (e forse anche dalle sue
istituzioni nazionali) se non fosse percepita, accanto alla coerente e rigorosa
proposizione di una netta inversione di tendenza che sappia incontrare le
aspettative e i bisogni della nostra gente, l’indicazione di una prospettiva
praticabile nella ricerca di condizioni minime di unità a sinistra per la
concreta realizzazione di tale inversione. Così come il superficiale
movimentismo di una parte del gruppo dirigente del Prc, per altri versi anche
la statica, non dialettica rigidità ideologica di Bellotti (e in generale della
minoranza interna) non può astenersi dal fare i conti con l’annoso problema
dell’efficacia della nostra azione politica.
Questo ragionamento si riflette anche sul giudizio riservato alla vicenda del
Partito della sinistra europea. Per situare correttamente la posizione espressa
in merito dalle compagne e dai compagni de ‘L’Ernesto’, occorre muovere
preliminarmente dalla convinta adesione alla costruzione di una prospettiva
europea da offrire alla nostra azione politica. L’impronta moderata e di classe
impressa all’Europa dai ‘poteri forti’, nulla toglie alla necessità di non retrocedere
rispetto ad una dimensione che il capitale ha già guadagnato e che, al
contrario, le lotte dei lavoratori faticano a conquistare, continuando a
contrastarne le ricadute reazionarie nei loro specifici nazionali. Su questo,
sulla partecipazione al processo di costruzione dell’Europa - come sappiamo - è
ancora aperta la discussione tra gli stessi partiti comunisti. Ma gli elementi
caratterizzanti la recente iniziativa europea del Prc, che alcuni di noi hanno
sottoposto a critica e che Bellotti
segnala nel suo intervento - “la
gestione verticistica dell’intera operazione, l’assenza dei partiti comunisti
di una serie di paesi (…), il fatto che la Sinistra europea non si allarghi a
sufficienza verso i partiti dell’Europa orientale – non sono affatto “di
retroguardia” ma, al contrario, investono la sostanza della questione.
Il punto essenziale non è che “la Sinistra europea sarà un partito non
comunista”, poiché la ricerca di una più cogente unità d’azione a livello
europeo va ricercata certamente tra i partiti comunisti, ma non necessariamente
solo tra di essi. Quel che va cercato in Europa è l’attivazione di un processo
di convergenza che non miri ad aggregare immediatamente e a qualunque costo una
sola ed omogenea sensibilità, ma riesca
a raccogliere nei tempi che tale processo richiede e con un’opportuna
gradazione degli obiettivi programmatici il più vasto spettro delle forze (innanzitutto comuniste, ma non solo),
evitando in questo modo strappi e tensioni involutive tra i partiti coinvolti e
all'interno di questi stessi partiti. Pensiamo insomma ad una forte iniziativa
di coordinamento e accumulazione delle forze che sia di vasto respiro
(certamente attenta ma non unicamente o prevalentemente legata a considerazioni
di tipo elettorale o finanziario), entro cui sia comunque preservata l’autonomia di ciascun singolo
partito (almeno finchè il grado di integrazione non autorizzi passaggi più
stringenti).
Infine, un’ultima considerazione. Mi
pare sinceramente sbagliato (nel senso di contrario ai dati di fatto) ma
soprattutto fuori luogo parlare, come fa Bellotti, di difficoltà o addirittura
di “fallimenti dell’area emendataria”. Non dovrebbe sfuggire che la realtà -
tanto internazionale (do you remember Imperialismo?) che nazionale (centralità
del conflitto Capitale/Lavoro) – continua a fornire abbondanti riscontri alle
sue tesi. Quanto alla dialettica interna al partito, siamo in una fase molto
delicata, in cui le difficoltà e i fallimenti (così come i successi) finiscono
per riguardare senza eccezioni tutti coloro che, anche da posizioni diverse,
hanno preso a cuore il compito di far vivere nel nostro paese una forza
comunista di massa e all’altezza dei tempi.
Nonostante quello a cui potrebbero far pensare gli aspri contenziosi interni,
locali e nazionali, quest’area in generale non ha ragionato in un’ottica di
‘nicchia’, cioè a dire col ristretto intento di ritagliarsi spazi di comodo ed
esclusivamente funzionali alla propria sussistenza: si è così trovata nella
paradossale condizione di operare come ‘corrente’ (in un partito il cui
segretario teorizza appunto di “non fare sintesi”), essendo composta da
compagni che per cultura politica e concezione del partito sono refrattari alla
logica correntizia. Essa non si è dunque mai concepita sulla base di un’ispirazione
entrista, perché mai si è sentita corpo estraneo nel corpo del partito.
Al contrario, sin dalla prima ora la maggioranza delle compagne e dei compagni
che la compongono ha contribuito alla creazione di Rifondazione Comunista, in
un contesto storico e politico molto complicato ha provato ad allargarne il
consenso, difendendola da sbandamenti
massimalisti e settari, da un lato, e opportunisti dall’altro. Ed oggi, come
sempre ha fatto, sostiene a viso aperto e senza alcuna reticenza un confronto
interno che tende in questa fase ad arroventarsi: ma che ha anche messo in
mostra un corpo militante, al di là delle aree, vigile e reattivo.
Non credo affatto che la questione comunista sia derubricata dall’agenda di
questo paese e tanto meno da quella del nostro partito. A proposito di
quest’ultimo, dovrà poi essere un libero e democratico confronto a stabilire
assetto strategico, linea politica e composizione dei gruppi dirigenti.