Visita ai "luoghi della memoria" e pericolose affermazioni irredentiste
Lettera pervenuta a resistenze.org
Cari compagni, alla fine della visita di Casini nella nostra Regione (11 e 12
marzo), visita denominata "ai luoghi della memoria", cioè il
sacrario di Redipuglia (militari uccisi durante la prima guerra mondiale), il
campo di Gonars (dove furono internati dai fascisti tra il 1942 e il 1943
centinaia di civili sloveni e croati, molti dei quali morirono di stenti), la
"foiba" di Basovizza (monumento che si basa su una mistificazione
storica, dato che, nonostante la radio pubblica abbia parlato di
luogo dove i comunisti uccisero migliaia di italiani, nel sito particolare pare
sia stato ucciso dai partigiani un solo collaborazionista - un torturatore al servizio
del nazifascismo) e la Risiera di San Sabba (campo nazifascista di smistamento
verso altri lager per gli Ebrei rastrellati nelle zone circostanti e campo di
sterminio per i partigiani arrestati e le loro famiglie), s'è svolta anche una
riunione straordinaria del Consiglio Regionale.
Nel corso di essa ha preso la parola anche lo storico Raul Pupo (che
alcuni anni or sono fu segretario locale della DC), considerato
generalmente come storico serio, preparato ed al di sopra delle parti.
Nel suo intervento abbiamo però sentito due affermazioni che ci sono sembrate
gravissime e che riteniamo sia il caso di rendere pubbliche.
Le trascriviamo così come risultano dalla copia dell'intervento scritto che ci
è stato dato nell'occasione del 12 marzo.
"la
massima intensità della violenza venne raggiunta con la dominazione nazista che
qui fu di fatto separazione dal resto d'Italia: una separazione dalla
madrepatria che per Trieste sarebbe durata più di dieci anni, perché
all'occupazione tedesca sarebbero seguite quella jugoslava (42 giorni rimasero
gli Jugoslavi a Trieste, n.d.r.)
e quella angloamericana; per la maggior parte della Venezia Giulia invece, non
ha più avuto termine".
"ma
l'emergenza e quindi la repressione non cessarono mai nei territori sotto
controllo jugoslavo, perché il nuovo regime aveva bisogno di una mobilitazione
continua ed il suo totalitarismo si rivelò assai più compiuto di quello
fascista e quindi capace di penetrare in tutte le pieghe della società ponendo
i suoi membri, individui e comunità - come quelle italiane dell'Istria - di
fronte all'alternativa radicale: o rinunciare alla propria identità o
abbandonare la propria terra".
La
"minimizzazione" del regime fascista fatta allo scopo di
criminalizzare la passata gestione jugoslava, e considerare ancora
"occupata" la maggior parte della Venezia Giulia (Istria e Dalmazia,
si suppone), aprono tutta una serie di scenari neoirredentisti e di
destabilizzazione delle regioni nelle quali viviamo e dove ci prepariamo
ad abbattere il primo dei due confini che dividono i popoli di queste terre. E
che affermazioni di questo tipo siano state fatte da uno storico dell'area
"democratica" e "progressista" e non da un inguaribile
nostalgico dell'estrema destra, è ancora più grave e preoccupante.
Cordiali
saluti
Claudia
Cernigoi Trieste