fonte:
http://www.rassegna.it/2004/attualita/articoli/istat/13.htm
Istat / Il rapporto annuale 2003
Italia in caduta verticale
L'Italia arranca. Caduta verticale della competitività in quasi tutti i
settori, "nanismo" delle imprese e crisi del made in Italy,
smagliature sempre più larghe nella rete del welfare e aumento delle disparità
regionali. Nel suo tradizionale rapporto annuale (aggiornato al 2003) l'Istat
ci dice cose che forse già sapevamo, ma ce le dice tutte insieme, stila un
bilancio sullo stato di salute del Paese e vi antepone, mai come quest'anno
inevitabile, un segno negativo. Il sistema economico italiano - avverte
l'istituto statistico - è contraddistinto da una caduta verticale in termini di
competitivita', che coinvolge tutti i settori ma sopratutto quello industriale.
In questa situazione, l' economia perde colpi, ed a partire dal 2002 ha
registrato un forte rallentamento rispetto al tasso medio di sviluppo del
precedente quinquennio, 1997-2001. Concausa della crisi anche il 'nanismo'
della struttura imprenditoriale italiana, caratterizzata da una preponderante
presenza di microimprese con meno di dieci addetti, che da sole assorbono oltre
il 48% dell' occupazione complessiva.
L' Istat fa presente che mentre il 2003 e' stato caratterizzato a livello
mondiale da ''un significativo rafforzamento dello sviluppo'', l' Unione
Europea, ma ancora di piu' l' Italia, ''hanno visto proseguire lo scorso anno
una fase di crescita quasi nulla, che perdura dalla seconda meta' del 2001''.
In presenza di una significativa accelerazione dell'interscambio mondiale di
beni e servizi - rileva il rapporto - in Italia le esportazioni hanno
registrato nel 2003 una contrazione del 4%, dopo essere gia' scese dell' 1,4%
l' anno prima. Questi risultati - fa presente l' istituto nazionale di
statistica - hanno provocato un' ulteriore erosione delle quote di mercato; tra
il 1998 ed il 2001 l' incidenza dell' export italiano e' calata dal 14,5% al
13,5% per i flussi interni all'Eurozona e dal 12,3% al 10,6% per quelli
indirizzati all'esterno di quest' area. A partire dai primi anni 2000 - osserva
il rapporto - in tutti i principali settori di attivita' economica e con la
sola eccezione delle costruzioni si e' avuto un marcato rallentamento della
crescita misurata in termini di valore aggiunto a prezzi costanti, che ha
riguardato sopratutto l'industria. Nel comparto manifatturiero piu' in
particolare lo scorso anno si e' registrata una frenata dell' 1,4%, ma anche
nei servizi la dinamica espansiva ha rallentato, con una crescita di appena lo
0,6% contro il +2,6% in media nel quinquennio 1997-2001.
Il Paese dunque ''attraversa una fase inquieta'', si legge nel rapporto, e
''per conseguire un livello di sviluppo piu' alto, ma soprattutto piu' stabile,
deve accelerare alcune riforme strutturali e non accontentarsi dei vantaggi
acquisiti, ma cambiare i comportamenti cosi' come le regole e le politiche
comunitarie richiedono''. La situazione economica e sociale del paese ''e'
sostanzialmente stabile, anche se e' peggiorata per gruppi specifici di
popolazione''. E ''a fare aumentare le incertezze sul futuro e il clima di
sfiducia e' l'ampliamento della flessibilita' del mercato del lavoro''. Per
questo, ''oltre a realizzare le riforme che tutti auspicano, occorre impegnarsi
per una piu' equa distribuzione del reddito e del lavoro, per lo sviluppo dei
consumi e per un sistema di welfare piu' attento ai bisogni reali dei
cittadini''.
L'Italia è inoltre la nazione dell' Unione Europea in cui sono piu' consistenti
le differenze in termini di reddito regionale per abitante, superiori fra l'
altro a quelle esistenti in Germania, Spagna, Belgio ed Irlanda. In Italia poco
meno di un terzo della popolazione - il 30,4% - cioe' circa 17,5 milioni di
persone, vive in regioni in cui il pil pro capite e' inferiore al 75% della
media nazionale. Basti pensare, a quest' ultimo proposito, che il tasso di
occupazione nel 2002 e' oscillato fra un minimo del 41,8% in Sicilia ad un
massimo del 71,0% nella Provincia Autonoma di Bolzano. In questa situazione, il
rapporto Istat segnala la ripresa del fenomeno dell' immigrazione interna,
considerato che il numero complessivo dei trasferimenti di residenza fra
regioni diverse e' passato da 279mila del 1994 ad un massimo di 359mila
registrato nel 2000, cui peraltro ha fatto seguito una decelerazione nel corso
del 2001, a quota 320mila trasferimenti.
Occupazione: è finita la crescita
Il 2003 segna anche la fine di un lungo ciclo positivo che negli ultimi otto
anni, a partire dal 1995, ha fatto registrare un'occupazione in continua
crescita. E' subentrata una stagnazione occupazionale di cui ''non e' agevole
prevedere la durata'' e per combattere la quale ''e' ragionevole ipotizzare uno
sforzo straordinario''. Il 2003, nell'analisi dell'Istat, sembra come spaccato
in due. Da un lato i dati fino al luglio 2003: ottavo anno di crescita
nell'occupazione con un aumento di 231 mila occupati pari al +1% in media
annua, realizzato nonostante la modesta crescita economica, in controtendenza
rispetto ai partner Ue e messo a segno grazie al boom del lavoro atipico, dice
ancora l'Istat che calcola come sui 2 milioni di occupati in piu' registrati
dal 95 al 2003, 700 mila siano part-time e 550 mila siano contratti a
termine.
E poi la battuta d'arresto della crescita a partire dal luglio 2003 con un
'recupero' nel 2004 (45 mila occupati in piu') spiegato oltre che dalla
regolarizzazione per sanatoria degli immigrati, dai 'co.co.co', anche e
sopratutto dall'aumento della presenza di occupati nelle classi di eta' sopra i
45 anni. Un aiuto decisivo se, come ricorda l'Istat, ''il saldo positivo di
circa 718 mila occupati in piu' tra gennaio 2001 e gennaio 2004 e' spiegato al
60% dalla maggiore permanenza degli occupati con oltre 50 anni, contributo che
sale al 70% se si considerano gli occupati con piu'di 45 anni''. Ed e' proprio
il boom del lavoro atipico, assieme alla terziarizzazione dell'economia a
determinare contemporaneamente all'aumento dell'occupazione nel 2003 un calo
ulteriore dello 0,2% della produttivita'. I lavoratori atipici infatti,
sopratutto i co.co.co, al 22 ottobre del 2001, risultano 827 mila, impiegati
per l'80% nelle imprese, e 119 mila gli 'interinali' di cui circa la meta' sono
utilizzati dalle istituzioni pubbliche del Mezzogiorno. Tutti dati, questi, sottolinea
l'Istat che dal 2002 subiscono un ulteriore incremento del 10,3%
Bastano 100 euro in meno per diventare poveri
Ricorrendo ad un esercizio statistico sulla base dei dati sulla poverta'
riferiti al 2002, l'Istat ha quantificato che ad una famiglia povera su tre
basterebbero 100 euro in piu' al mese per uscire dallo stato di poverta'. E che
oltre 900 mila famiglie non povere, sono quasi povere in quanto superano la
linea di poverta' al massimo di 100 euro. Nel rapporto annuale 2003, l'Istat
ricorda che le famiglie povere, in termini relativi, erano 2 milioni 456 mila
(pari all'11%) nel 2002, percentuale in linea con la media europea. Rispetto ai
fabbisogni economici per uscire dallo stato di poverta', l'Istat sostiene che
circa 766 mila famiglie (ossia il 31,2% del totale delle famiglie povere) hanno
un deficit inferiore a circa 100 euro mensili. Valle d'Aosta (47,2%), Umbria
(43,6%) e Lombardia (42,8%) sono le regioni con maggiore incidenza. Inoltre,
circa 620 mila famiglie (pari al 25,6% sempre di quelle povere) presentano un
deficit compreso tra 100 e 200 euro mensili (Emilia Romagna, Lazio e Basilicata
in testa) e ben 1 milione 61 mila famiglie (45%) supera i 200 euro (Molise,
Campania e Lazio le principali regioni coinvolte). L'Istituto di statistica ha
poi calcolato la distanza delle famiglie non povere dalla soglia di poverta'.
Complessivamente, circa 467 mila famiglie (il 2,4% delle famiglie non povere)
mostra una differenza comprensiva tra 50 e 100 euro e un ulteriore 2,3% (ossia
452 mila famiglie non povere) di non oltre 50 euro. Basilicata, Campania,
Sicilia e Molise sono le regioni dove e' piu' elevata la percentuale di
famiglie non povere, circa il 5%, con valori di spesa molto prossimi alla linea
di poverta' (superiore, cioe', di non oltre 50 euro). Tale percentuale scende a
meno dell'1% nel caso della Lombardia e si mantiene sempre inferiore al 2% per
tutte le regioni del Centro-Nord. La soglia di poverta' relativa e' calcolata
sulla spesa media di 823,45 euro al mese per una famiglia di due
componenti.
(18 maggio 2004)