www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 22-05-04

fonte: http://www.rassegna.it/2004/attualita/articoli/istat/13.htm

Istat / Il rapporto annuale 2003

Italia in caduta verticale



L'Italia arranca. Caduta verticale della competitività in quasi tutti i settori, "nanismo" delle imprese e crisi del made in Italy, smagliature sempre più larghe nella rete del welfare e aumento delle disparità regionali. Nel suo tradizionale rapporto annuale (aggiornato al 2003) l'Istat ci dice cose che forse già sapevamo, ma ce le dice tutte insieme, stila un bilancio sullo stato di salute del Paese e vi antepone, mai come quest'anno inevitabile, un segno negativo. Il sistema economico italiano - avverte l'istituto statistico - è contraddistinto da una caduta verticale in termini di competitivita', che coinvolge tutti i settori ma sopratutto quello industriale. In questa situazione, l' economia perde colpi, ed a partire dal 2002 ha registrato un forte rallentamento rispetto al tasso medio di sviluppo del precedente quinquennio, 1997-2001. Concausa della crisi anche il 'nanismo' della struttura imprenditoriale italiana, caratterizzata da una preponderante presenza di microimprese con meno di dieci addetti, che da sole assorbono oltre il 48% dell' occupazione complessiva.

L' Istat fa presente che mentre il 2003 e' stato caratterizzato a livello mondiale da ''un significativo rafforzamento dello sviluppo'', l' Unione Europea, ma ancora di piu' l' Italia, ''hanno visto proseguire lo scorso anno una fase di crescita quasi nulla, che perdura dalla seconda meta' del 2001''. In presenza di una significativa accelerazione dell'interscambio mondiale di beni e servizi - rileva il rapporto - in Italia le esportazioni hanno registrato nel 2003 una contrazione del 4%, dopo essere gia' scese dell' 1,4% l' anno prima. Questi risultati - fa presente l' istituto nazionale di statistica - hanno provocato un' ulteriore erosione delle quote di mercato; tra il 1998 ed il 2001 l' incidenza dell' export italiano e' calata dal 14,5% al 13,5% per i flussi interni all'Eurozona e dal 12,3% al 10,6% per quelli indirizzati all'esterno di quest' area. A partire dai primi anni 2000 - osserva il rapporto - in tutti i principali settori di attivita' economica e con la sola eccezione delle costruzioni si e' avuto un marcato rallentamento della crescita misurata in termini di valore aggiunto a prezzi costanti, che ha riguardato sopratutto l'industria. Nel comparto manifatturiero piu' in particolare lo scorso anno si e' registrata una frenata dell' 1,4%, ma anche nei servizi la dinamica espansiva ha rallentato, con una crescita di appena lo 0,6% contro il +2,6% in media nel quinquennio 1997-2001.

Il Paese dunque ''attraversa una fase inquieta'', si legge nel rapporto, e ''per conseguire un livello di sviluppo piu' alto, ma soprattutto piu' stabile, deve accelerare alcune riforme strutturali e non accontentarsi dei vantaggi acquisiti, ma cambiare i comportamenti cosi' come le regole e le politiche comunitarie richiedono''. La situazione economica e sociale del paese ''e' sostanzialmente stabile, anche se e' peggiorata per gruppi specifici di popolazione''. E ''a fare aumentare le incertezze sul futuro e il clima di sfiducia e' l'ampliamento della flessibilita' del mercato del lavoro''. Per questo, ''oltre a realizzare le riforme che tutti auspicano, occorre impegnarsi per una piu' equa distribuzione del reddito e del lavoro, per lo sviluppo dei consumi e per un sistema di welfare piu' attento ai bisogni reali dei cittadini''.

L'Italia è inoltre la nazione dell' Unione Europea in cui sono piu' consistenti le differenze in termini di reddito regionale per abitante, superiori fra l' altro a quelle esistenti in Germania, Spagna, Belgio ed Irlanda. In Italia poco meno di un terzo della popolazione - il 30,4% - cioe' circa 17,5 milioni di persone, vive in regioni in cui il pil pro capite e' inferiore al 75% della media nazionale. Basti pensare, a quest' ultimo proposito, che il tasso di occupazione nel 2002 e' oscillato fra un minimo del 41,8% in Sicilia ad un massimo del 71,0% nella Provincia Autonoma di Bolzano. In questa situazione, il rapporto Istat segnala la ripresa del fenomeno dell' immigrazione interna, considerato che il numero complessivo dei trasferimenti di residenza fra regioni diverse e' passato da 279mila del 1994 ad un massimo di 359mila registrato nel 2000, cui peraltro ha fatto seguito una decelerazione nel corso del 2001, a quota 320mila trasferimenti. 

Occupazione: è finita la crescita
Il 2003 segna anche la fine di un lungo ciclo positivo che negli ultimi otto anni, a partire dal 1995, ha fatto registrare  un'occupazione in continua crescita. E' subentrata una stagnazione occupazionale di cui ''non e' agevole prevedere la durata'' e per combattere la quale ''e' ragionevole ipotizzare uno sforzo straordinario''. Il 2003, nell'analisi dell'Istat, sembra come spaccato in due. Da un lato i dati fino al luglio 2003: ottavo anno di crescita nell'occupazione con un aumento di 231 mila occupati pari al +1% in media annua, realizzato nonostante la modesta crescita economica, in controtendenza rispetto ai partner Ue e messo a segno grazie al boom del lavoro atipico, dice ancora l'Istat che calcola come sui 2 milioni di occupati in piu' registrati dal 95 al 2003, 700 mila siano part-time e 550 mila siano contratti a termine. 

E poi la battuta d'arresto della crescita a partire dal luglio 2003 con un 'recupero' nel 2004 (45 mila occupati in piu') spiegato oltre che dalla regolarizzazione per sanatoria degli immigrati, dai 'co.co.co', anche e sopratutto dall'aumento della presenza di occupati nelle classi di eta' sopra i 45 anni. Un aiuto decisivo se, come ricorda l'Istat, ''il saldo positivo di circa 718 mila occupati in piu' tra gennaio 2001 e gennaio 2004 e' spiegato al 60% dalla maggiore permanenza degli occupati con oltre 50 anni, contributo che sale al 70% se si considerano gli occupati con piu'di 45 anni''. Ed e' proprio il boom del lavoro atipico, assieme alla terziarizzazione dell'economia a determinare contemporaneamente all'aumento dell'occupazione nel 2003 un calo ulteriore dello 0,2% della produttivita'. I lavoratori atipici infatti, sopratutto i co.co.co, al 22 ottobre del 2001, risultano 827 mila, impiegati per l'80% nelle imprese, e 119 mila gli 'interinali' di cui circa la meta' sono utilizzati dalle istituzioni pubbliche del Mezzogiorno. Tutti dati, questi, sottolinea l'Istat che dal 2002 subiscono un ulteriore incremento del 10,3% 

Bastano 100 euro in meno per diventare poveri
Ricorrendo ad un esercizio statistico sulla base dei dati sulla poverta' riferiti al 2002, l'Istat ha quantificato che ad una famiglia povera su tre basterebbero 100 euro in piu' al mese per uscire dallo stato di poverta'. E che oltre 900 mila famiglie non povere, sono quasi povere in quanto superano la linea di poverta' al massimo di 100 euro. Nel rapporto annuale 2003, l'Istat ricorda che le famiglie povere, in termini relativi, erano 2 milioni 456 mila (pari all'11%) nel 2002, percentuale in linea con la media europea. Rispetto ai fabbisogni economici per uscire dallo stato di poverta', l'Istat sostiene che circa 766 mila famiglie (ossia il 31,2% del totale delle famiglie povere) hanno un deficit inferiore a circa 100 euro mensili. Valle d'Aosta (47,2%), Umbria (43,6%) e Lombardia (42,8%) sono le regioni con maggiore incidenza. Inoltre, circa 620 mila famiglie (pari al 25,6% sempre di quelle povere) presentano un deficit compreso tra 100 e 200 euro mensili (Emilia Romagna, Lazio e Basilicata in testa) e ben 1 milione 61 mila famiglie (45%) supera i 200 euro (Molise, Campania e Lazio le principali regioni coinvolte). L'Istituto di statistica ha poi calcolato la distanza delle famiglie non povere dalla soglia di poverta'. Complessivamente, circa 467 mila famiglie (il 2,4% delle famiglie non povere) mostra una differenza comprensiva tra 50 e 100 euro e un ulteriore 2,3% (ossia 452 mila famiglie non povere) di non oltre 50 euro. Basilicata, Campania, Sicilia e Molise sono le regioni dove e' piu' elevata la percentuale di famiglie non povere, circa il 5%, con valori di spesa molto prossimi alla linea di poverta' (superiore, cioe', di non oltre 50 euro). Tale percentuale scende a meno dell'1% nel caso della Lombardia e si mantiene sempre inferiore al 2% per tutte le regioni del Centro-Nord. La soglia di poverta' relativa e' calcolata sulla spesa media di 823,45 euro al mese per una famiglia di due componenti. 
 
(18 maggio 2004)