Intervista a Claudio Grassi – segreteria nazionale PRC
Abbiamo posto alcune domande critiche al compagno Claudio Grassi (Segreteria
Nazionale PRC e dell’Area de L’Ernesto)
per cercare di capire meglio cosa stia avvenendo in Rifondazione comunista, e
fornire alcuni elementi in più di giudizio sulle varie frazioni dei comunisti
in Italia.
PF:Movimento,
nonviolenza, superamento del comunismo novecentesco, accordo di governo con
l’Ulivo, Qual è la tua valutazione sui cambiamenti di linea del PRC? Non credi che
questa giravolta sull’accordo di governo determini un’ulteriore deviazione del
PRC invece che un impegno reale per la rifondazione comunista?
CG: Sicuramente il
cambiamento di linea dell’estate scorsa è avvenuto - un po’ come gli altri -
senza che se ne discutesse
preventivamente nel Partito: abbiamo appreso dai giornali che si
assumeva finalmente quello che noi avevamo sostenuto da tempo, anche nel
dibattito congressuale, e cioè che certo il movimento è importante, ma che un
partito politico deve anche porsi il problema del rapporto con le altre forze
politiche, e che comunque in questo paese c’è un problema cruciale, che si
chiama Berlusconi.
Fummo criticati per queste nostre valutazioni, si aprì tutta una polemica sull’alleantismo e il frontismo. Ci si diceva che c’era il
movimento che avrebbe risolto tutto, al punto tale che nel documento
congressuale si parlava di situazione
prerivoluzionaria.
Il problema adesso è ribaltato: siamo in una situazione in cui la necessità di
porre al centro una battaglia politica contro Berlusconi si traduce
nell’immediata ricerca di un’alleanza di governo, e anche questo secondo me è
un errore.
Non credo che sia giusto porre la questione in questi termini: certamente
Rifondazione Comunista deve porsi il problema di dare un contributo per
cacciare Berlusconi: se Rifondazione Comunista si mostrasse indifferente alla
sconfitta del governo e delle destre verrebbe duramente penalizzata dal voto.
Ma una cosa è dire questo, un’altra cosa è dire che, siccome Rifondazione Comunista
vuole cacciare Berlusconi, per fare questo deve fare un accordo di governo con
le forze dell’Ulivo. Qui c’è un salto logico, non fondato e improduttivo: se tu
dici fin dall’inizio che vuoi fare un’intesa di governo, hai un potere
contrattuale nullo.
PF: Ma
tu riproporresti un accordo di desistenza come nel ’96?
CG:
Ripeto: oggi è sbagliato dare per scontato che si farà un accordo di governo.
Per di più, se devo fare una previsione politica, ritengo questo esito
difficilmente conseguibile.
In una situazione come questa, se non cambiano gli orientamenti programmatici
delle altre forze del centrosinistra, non si può pensare ad un accordo
organico. Avrete letto tutti il manifesto di Prodi che rivendica la guerra
umanitaria in Kosovo; sapete che è stato incaricato Giuliano Amato per stendere
il programma del futuro governo di centrosinistra; avete sentito D’Alema che
dichiara che bisogna fare l’accordo con Rifondazione Comunista ma al tempo
stesso sostiene la politica estera non è negoziabile con Rifondazione
Comunista: come posso pensare di governare insieme a queste forze sulla base di
premesse di questo tipo?
PF: Ma
allora perché non concentrarsi sulla costruzione di un polo anticapitalista?
Oppure pensi che comunque sia strategico l’accordo con il centrosinistra?
CG:
Credo che si debba partire in un altro modo: dopo le elezioni bisogna aprire un
dibattito in Rifondazione Comunista per lanciare un’offensiva sui contenuti.
Quali sono i contenuti programmatici con cui pensiamo di costruire un’eventuale
alleanza per battere la destra? E quali sono le condizioni minime
indispensabili che riteniamo siano discriminanti per accettare o meno
un’alleanza, per stabilire se quell’alleanza sia accettabile o meno? Su questo
innanzitutto dobbiamo discutere, mentre oggi è una questione completamente
rimossa.
Rischiamo di oscillare da una posizione all’altra, per cui passiamo
improvvisamente dal puntare tutto sulla radicalità del movimento all’estremo
opposto, alla decisione di entrare nel governo di Prodi con il quale nel ’98,
in conseguenza del fatto che nessuna delle nostre richieste veniva assunta
(aumento delle pensioni minime e riduzione d’orario), si è determinata una
rottura. Ricordo, a chi se ne fosse dimenticato, che nel documento congressuale
abbiamo scritto che la decisione di uscire dalla maggioranza che sosteneva
Prodi è stato il primo vero atto della Rifondazione Comunista.
Su questo ragionamento non si chiude il cerchio. Allora prevedo che su questo
punto si aprirà tra noi una discussione alla luce della quale si definirà chi
nel partito è a sinistra, al centro o a destra: tra chi mette in primo piano le
questioni di contenuto e chi invece ritiene che si possano fare alleanze in
modo del tutto spregiudicato.
PF: Qual
è la differenza sostanziale tra quello che propone Bertinotti e la vostra
posizione come area dell’ernesto?
CG: Non
è accettabile l’aut-aut: o non si fa niente o si fa l’alleanza di governo. Ma
chi l’ha detto? Il Partito Comunista Indiano ha posto a Sonia Gandhi condizioni
di inversione rispetto alle politiche portate avanti anche dal Congresso,
rispetto a quel che è successo negli ultimi dieci-quindici anni. Il PC Indiano
ha appoggiato la candidatura di Sonia Gandhi, ma non è stato disposto ad
entrare nel governo; semmai sta valutando l’ipotesi di un appoggio esterno.
Perché non può esserci una via diversa? Dobbiamo discuterne.
Su questa questione, per
quanto ci riguarda, c’è un punto di differenza rispetto a Ferrando: io non
credo che da un punto di vista politico, per il nostro partito, sarebbe giusto
escludere a priori un accordo, cioè non cominciare neanche a discutere per
trovare punti di intesa con le altre forze del centrosinistra. Almeno da un
punto di vista tattico, è una linea che non paga, perché si viene subito
inchiodati all’immagine di chi è indifferente a questa situazione.
Un conto è se dici subito di non volere l’accordo, altro conto è se dimostri
buona volontà per costruirlo anche se poi, per l’intransigenza degli altri su
alcuni nostri contenuti, risulta irrealizzabile.
È una questione di forma e di sostanza al tempo stesso. Torno a dirlo: su
questa partita del governo si aprirà una bella discussione dentro Rifondazione
Comunista, già nel dibattito congressuale. Perché, come si è visto in questi
mesi, la maggioranza della maggioranza ha sempre voluto sottolineare questo
aspetto: che è necessario fare un accordo che abbia una valenza di governo.
PF: Ma
possono esistere ancora condizioni per un accordo con il riformismo
neo-liberista, addirittura dopo l’esperienza dei governi dell’Ulivo? In fondo
Prodi ha fatto una finanziaria pesantissima per l’Europa e col Pacchetto Treu
ha aperto la porta alla Legge 30 (Legge Biagi); D’Alema ha fatto la guerra in
Kosovo e Amato…
CG: C’è
un elemento di novità rispetto al ’98,: su questo Bertinotti dice una cosa
giusta. Nel ’98, quando è caduto il governo Prodi, a sostenere certe battaglie
eravamo soli. C’erano posizioni diverse all’interno dell’Ulivo, ma nessuno
apriva bocca. Oggi la situazione è un po’ diversa: c’è Rifondazione Comunista,
ma c’è anche una componente interna all’Ulivo che però non è interna al
Triciclo, la quale su una serie di questioni vota più spesso con Rifondazione
Comunista che con il Triciclo. E inoltre nella società sono cresciuti movimenti
– quello della pace, quello no global
e soprattutto quello dei lavoratori - che non c’erano nel ’98.
Perché non apriamo un tavolo di discussione con queste forze politiche,
sociali, di movimento con il proposito di elaborare un programma condiviso?
Prc, Sinistra DS, Verdi, PdCI, FIOM, Sindacati di base e movimenti, discutiamo
di quale sarebbe il nostro programma per battere le destre. E scriviamolo. Poi
andiamo dall’altra parte dell’Ulivo, dal Triciclo, e apriamo un’offensiva
dicendo che se non si trova un accordo, da soli non riusciranno a cacciare
Berlusconi. Siamo noi di Rifondazione Comunista che dobbiamo aprire
un’offensiva, altrimenti chi lo fa? Se non cominciamo noi che siamo la
componente più di sinistra, chi lo deve fare?
Questo vale anche per gli accordi con il centrosinistra sul piano locale. Il
ragionamento è molto semplice: gli accordi si fanno se ci sono le condizioni
programmatiche per farli, se ci sono dei contenuti per cui vale la pena trovare
delle intese. Noi non siamo contro le intese, i comunisti non sono mai stati
contro le intese: le intese quando servono ai ceti che vogliamo rappresentare
sono positive. Ma proprio per questo, se non ci sono determinate condizioni
minime, non si fanno accordi. Io sono contrario a dire «o mai o sempre». Certo,
bisogna anche avere il senso della misura: se sei un partito del 5% non puoi
chiedere tutto. Rimane il fatto che la tua presenza si deve vedere chiaramente
su alcuni punti qualificanti, come per esempio la tutela dei servizi pubblici,
il blocco di una privatizzazione, l’eliminazione dell’ICI.
PF: Questa battaglia non sarebbe più forte se tutte le opposizioni
interne contrarie alla svolta “iper-governista” di Bertinotti si unissero?
CG: Noi
non ci consideriamo una minoranza in Rifondazione Comunista, ma un’area che lavora
per modificare la linea del partito, per determinare un cambiamento nella linea
e diventare maggioranza, se non da soli assieme ad altri. La cosa di fondo che
ci distingue dal compagno Ferrando è che noi lavoriamo per cambiare la linea di
Rifondazione Comunista, non per fare la minoranza organizzata. Oltre a questo,
il compagno Ferrando rappresenta in Italia un’organizzazione internazionale di
matrice trockijsta: il loro progetto politico è determinato e viene deciso in
quella sede.
Infine, sulla prospettiva. Capisco i compagni che vorrebbero una battaglia più
incisiva, ma dobbiamo riuscire a tenere assieme due esigenze: da una parte
visibilità e radicalità; dall’altra, dialogo e collaborazione, nel partito, con
chi oggi ha posizioni diverse dalle nostre ma considera il partito e la sua
unità valori essenziali: con chi, cioè, pur giudicando discutibili o sbagliate
le ultime scelte, non fa discendere da tale valutazione una scelta di
schieramento interno. Con questi compagni non dobbiamo mai stancarci di
discutere poiché un lavoro di egemonia nel partito passa attraverso un rapporto
sempre più stretto con loro.
19 maggio 2004
dalla Rivista “Pianeta Futuro”
Bimestrale di Pisa – giugno 2004