www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 05-06-04

Intervista a Claudio Grassi – segreteria nazionale PRC



Abbiamo posto alcune domande critiche al compagno Claudio Grassi (Segreteria Nazionale PRC e dell’Area de L’Ernesto) per cercare di capire meglio cosa stia avvenendo in Rifondazione comunista, e fornire alcuni elementi in più di giudizio sulle varie frazioni dei comunisti in Italia.

PF:Movimento, nonviolenza, superamento del comunismo novecentesco, accordo di governo con l’Ulivo, Qual è la tua valutazione sui cambiamenti di linea del PRC? Non credi che questa giravolta sull’accordo di governo determini un’ulteriore deviazione del PRC invece che un impegno reale per la rifondazione comunista?

CG: Sicuramente il cambiamento di linea dell’estate scorsa è avvenuto - un po’ come gli altri - senza che se ne discutesse  preventivamente nel Partito: abbiamo appreso dai giornali che si assumeva finalmente quello che noi avevamo sostenuto da tempo, anche nel dibattito congressuale, e cioè che certo il movimento è importante, ma che un partito politico deve anche porsi il problema del rapporto con le altre forze politiche, e che comunque in questo paese c’è un problema cruciale, che si chiama Berlusconi.
Fummo criticati per queste nostre valutazioni, si aprì tutta una polemica sull’alleantismo e il frontismo. Ci si diceva che c’era il movimento che avrebbe risolto tutto, al punto tale che nel documento congressuale si parlava di situazione prerivoluzionaria.

Il problema adesso è ribaltato: siamo in una situazione in cui la necessità di porre al centro una battaglia politica contro Berlusconi si traduce nell’immediata ricerca di un’alleanza di governo, e anche questo secondo me è un errore.
Non credo che sia giusto porre la questione in questi termini: certamente Rifondazione Comunista deve porsi il problema di dare un contributo per cacciare Berlusconi: se Rifondazione Comunista si mostrasse indifferente alla sconfitta del governo e delle destre verrebbe duramente penalizzata dal voto. Ma una cosa è dire questo, un’altra cosa è dire che, siccome Rifondazione Comunista vuole cacciare Berlusconi, per fare questo deve fare un accordo di governo con le forze dell’Ulivo. Qui c’è un salto logico, non fondato e improduttivo: se tu dici fin dall’inizio che vuoi fare un’intesa di governo, hai un potere contrattuale nullo.

PF: Ma tu riproporresti un accordo di desistenza come nel ’96?

CG: Ripeto: oggi è sbagliato dare per scontato che si farà un accordo di governo. Per di più, se devo fare una previsione politica, ritengo questo esito difficilmente conseguibile.
In una situazione come questa, se non cambiano gli orientamenti programmatici delle altre forze del centrosinistra, non si può pensare ad un accordo organico. Avrete letto tutti il manifesto di Prodi che rivendica la guerra umanitaria in Kosovo; sapete che è stato incaricato Giuliano Amato per stendere il programma del futuro governo di centrosinistra; avete sentito D’Alema che dichiara che bisogna fare l’accordo con Rifondazione Comunista ma al tempo stesso sostiene la politica estera non è negoziabile con Rifondazione Comunista: come posso pensare di governare insieme a queste forze sulla base di premesse di questo tipo?

PF: Ma allora perché non concentrarsi sulla costruzione di un polo anticapitalista? Oppure pensi che comunque sia strategico l’accordo con il centrosinistra?

CG: Credo che si debba partire in un altro modo: dopo le elezioni bisogna aprire un dibattito in Rifondazione Comunista per lanciare un’offensiva sui contenuti. Quali sono i contenuti programmatici con cui pensiamo di costruire un’eventuale alleanza per battere la destra? E quali sono le condizioni minime indispensabili che riteniamo siano discriminanti per accettare o meno un’alleanza, per stabilire se quell’alleanza sia accettabile o meno? Su questo innanzitutto dobbiamo discutere, mentre oggi è una questione completamente rimossa.

Rischiamo di oscillare da una posizione all’altra, per cui passiamo improvvisamente dal puntare tutto sulla radicalità del movimento all’estremo opposto, alla decisione di entrare nel governo di Prodi con il quale nel ’98, in conseguenza del fatto che nessuna delle nostre richieste veniva assunta (aumento delle pensioni minime e riduzione d’orario), si è determinata una rottura. Ricordo, a chi se ne fosse dimenticato, che nel documento congressuale abbiamo scritto che la decisione di uscire dalla maggioranza che sosteneva Prodi è stato il primo vero atto della Rifondazione Comunista.

Su questo ragionamento non si chiude il cerchio. Allora prevedo che su questo punto si aprirà tra noi una discussione alla luce della quale si definirà chi nel partito è a sinistra, al centro o a destra: tra chi mette in primo piano le questioni di contenuto e chi invece ritiene che si possano fare alleanze in modo del tutto spregiudicato.

PF: Qual è la differenza sostanziale tra quello che propone Bertinotti e la vostra posizione come area dell’ernesto?

CG: Non è accettabile l’aut-aut: o non si fa niente o si fa l’alleanza di governo. Ma chi l’ha detto? Il Partito Comunista Indiano ha posto a Sonia Gandhi condizioni di inversione rispetto alle politiche portate avanti anche dal Congresso, rispetto a quel che è successo negli ultimi dieci-quindici anni. Il PC Indiano ha appoggiato la candidatura di Sonia Gandhi, ma non è stato disposto ad entrare nel governo; semmai sta valutando l’ipotesi di un appoggio esterno. Perché non può esserci una via diversa? Dobbiamo discuterne.

Su questa questione, per quanto ci riguarda, c’è un punto di differenza rispetto a Ferrando: io non credo che da un punto di vista politico, per il nostro partito, sarebbe giusto escludere a priori un accordo, cioè non cominciare neanche a discutere per trovare punti di intesa con le altre forze del centrosinistra. Almeno da un punto di vista tattico, è una linea che non paga, perché si viene subito inchiodati all’immagine di chi è indifferente a questa situazione.

Un conto è se dici subito di non volere l’accordo, altro conto è se dimostri buona volontà per costruirlo anche se poi, per l’intransigenza degli altri su alcuni nostri contenuti, risulta irrealizzabile.
È una questione di forma e di sostanza al tempo stesso. Torno a dirlo: su questa partita del governo si aprirà una bella discussione dentro Rifondazione Comunista, già nel dibattito congressuale. Perché, come si è visto in questi mesi, la maggioranza della maggioranza ha sempre voluto sottolineare questo aspetto: che è necessario fare un accordo che abbia una valenza di governo.

PF: Ma possono esistere ancora condizioni per un accordo con il riformismo neo-liberista, addirittura dopo l’esperienza dei governi dell’Ulivo? In fondo Prodi ha fatto una finanziaria pesantissima per l’Europa e col Pacchetto Treu ha aperto la porta alla Legge 30 (Legge Biagi); D’Alema ha fatto la guerra in Kosovo e Amato…

CG: C’è un elemento di novità rispetto al ’98,: su questo Bertinotti dice una cosa giusta. Nel ’98, quando è caduto il governo Prodi, a sostenere certe battaglie eravamo soli. C’erano posizioni diverse all’interno dell’Ulivo, ma nessuno apriva bocca. Oggi la situazione è un po’ diversa: c’è Rifondazione Comunista, ma c’è anche una componente interna all’Ulivo che però non è interna al Triciclo, la quale su una serie di questioni vota più spesso con Rifondazione Comunista che con il Triciclo. E inoltre nella società sono cresciuti movimenti – quello della pace, quello no global e soprattutto quello dei lavoratori - che non c’erano nel ’98.

Perché non apriamo un tavolo di discussione con queste forze politiche, sociali, di movimento con il proposito di elaborare un programma condiviso? Prc, Sinistra DS, Verdi, PdCI, FIOM, Sindacati di base e movimenti, discutiamo di quale sarebbe il nostro programma per battere le destre. E scriviamolo. Poi andiamo dall’altra parte dell’Ulivo, dal Triciclo, e apriamo un’offensiva dicendo che se non si trova un accordo, da soli non riusciranno a cacciare Berlusconi. Siamo noi di Rifondazione Comunista che dobbiamo aprire un’offensiva, altrimenti chi lo fa? Se non cominciamo noi che siamo la componente più di sinistra, chi lo deve fare?

Questo vale anche per gli accordi con il centrosinistra sul piano locale. Il ragionamento è molto semplice: gli accordi si fanno se ci sono le condizioni programmatiche per farli, se ci sono dei contenuti per cui vale la pena trovare delle intese. Noi non siamo contro le intese, i comunisti non sono mai stati contro le intese: le intese quando servono ai ceti che vogliamo rappresentare sono positive. Ma proprio per questo, se non ci sono determinate condizioni minime, non si fanno accordi. Io sono contrario a dire «o mai o sempre». Certo, bisogna anche avere il senso della misura: se sei un partito del 5% non puoi chiedere tutto. Rimane il fatto che la tua presenza si deve vedere chiaramente su alcuni punti qualificanti, come per esempio la tutela dei servizi pubblici, il blocco di una privatizzazione, l’eliminazione dell’ICI.

PF:
Questa battaglia non sarebbe più forte se tutte le opposizioni interne contrarie alla svolta “iper-governista” di Bertinotti si unissero?

CG: Noi non ci consideriamo una minoranza in Rifondazione Comunista, ma un’area che lavora per modificare la linea del partito, per determinare un cambiamento nella linea e diventare maggioranza, se non da soli assieme ad altri. La cosa di fondo che ci distingue dal compagno Ferrando è che noi lavoriamo per cambiare la linea di Rifondazione Comunista, non per fare la minoranza organizzata. Oltre a questo, il compagno Ferrando rappresenta in Italia un’organizzazione internazionale di matrice trockijsta: il loro progetto politico è determinato e viene deciso in quella sede.

Infine, sulla prospettiva. Capisco i compagni che vorrebbero una battaglia più incisiva, ma dobbiamo riuscire a tenere assieme due esigenze: da una parte visibilità e radicalità; dall’altra, dialogo e collaborazione, nel partito, con chi oggi ha posizioni diverse dalle nostre ma considera il partito e la sua unità valori essenziali: con chi, cioè, pur giudicando discutibili o sbagliate le ultime scelte, non fa discendere da tale valutazione una scelta di schieramento interno. Con questi compagni non dobbiamo mai stancarci di discutere poiché un lavoro di egemonia nel partito passa attraverso un rapporto sempre più stretto con loro.

19 maggio 2004

dalla Rivista “Pianeta Futuro”
Bimestrale di Pisa – giugno 2004