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Editoriale L’ERNESTO n. 4 - 2004

Il programma prima di tutto


di Alberto Burgio e Claudio Grassi (26/09/2004)


Ripetersi, di questi tempi, è purtroppo inevitabile. Siamo costretti a cominciare anche questo articolo con una nota di preoccupazione manifestata già più volte negli ultimi mesi. La situazione è grave e densa di pericoli. Non c’è terreno, non c’è questione che non induca a giudizi negativi e a previsioni allarmanti.


Appunti sull’attuale fase politica

Guardiamo intanto a quanto sta avvenendo, proprio in quest’ultimo scorcio di settembre, nel parlamento italiano. La destra ha ripreso in forze l’offensiva contro la Costituzione repubblicana e antifascista. Lavora alacremente per spaccare il paese (si pensi alla devolution) e per consegnarlo a un Capo onnipotente. Punta a cancellare ogni traccia della separazione dei poteri e dello Stato di diritto. E intanto sforna a pieno ritmo proposte e leggi che colpiscono il lavoro e impoveriscono chi vive di salario o di pensione; smantellano il welfare, la scuola e l’università pubblica; cancellano ogni residuo egualitario (l’idea di affidare ai giudici di pace l’applicazione della Bossi-Fini) e fanno strame di libertà civili (la fecondazione assistita). È una deriva inquietante, sulla quale pesa come un macigno la responsabilità delle devastanti politiche del centrosinistra negli anni Novanta.

La situazione appare grave anche per ciò che lascia presagire nel prossimo futuro. L’entusiasmo creato dagli ultimi risultati elettorali sta sfumando. All’indomani del 13 giugno si parlò di governo in stato confusionale. Nel centrosinistra e nella sinistra di alternativa dilagò l’ottimismo e si giunse a teorizzare l’irreversibilità della crisi di Berlusconi e del berlusconismo. Si diede per scontato – troppo precipitosamente – che le divisioni tra la Lega e l’Udc in tema di federalismo sarebbero esplose proprio nel momento in cui si sarebbe votato alla Camera. Quanto è poi avvenuto ha smentito queste analisi. E ora ci ritroviamo con una destra meno divisa e con uno schieramento di opposizione incapace di sviluppare un’iniziativa forte che sappia parlare al Paese e schiudere una credibile prospettiva di rinnovamento.

Tutto questo avviene, mentre si rivelano prive di fondamento le analisi che parlano di una presunta crisi irreversibile del liberismo e di una parallela crescita impetuosa dei movimenti. Purtroppo la verità è un’altra.
Pur in difficoltà, il liberismo – cioè il capitalismo che rifiuta ogni limite nell’uso dei poteri e della violenza, anche militare – mantiene l’iniziativa e i movimenti ne subiscono l’offensiva. Insomma, non è possibile – se non in termini di generico auspicio – sostenere che «è cambiato il vento ». La situazione era e resta contraddittoria.

Per un verso sono sotto gli occhi di tutti i disastri provocati dalle politiche liberiste imposte dalla «rivoluzione conservatrice» di Reagan e Thatcher e divenute dogma in tutto l’Occidente capitalistico dopo l’affondamento dell’Urss. La bomba sociale del pianeta – una forbice tra i pochi sempre più ricchi e gli innumerevoli sempre più poveri – è già da tempo pronta ad esplodere, mentre infuriano guerre, epidemie, catastrofi ambientali. Dall’altra parte, tuttavia, non si può certo dire che si intravedano concreti indizi di un’inversione di tendenza. Non emerge nel mondo né nei singoli paesi alcuna proposta credibile in grado di arrestare la deriva e di prospettare un modello di sviluppo e di convivenza alternativo a quello oggi dominante. Questo è il punto tragico che dobbiamo riconoscere, pena la sostituzione della politica con giaculatorie utopistiche e autoconsolatorie.

Beninteso, ci sono anche, in Italia e non solo, segnali importanti di risveglio e di un bisogno diffuso e consapevole di cambiamento. Pensiamo a questi ultimi due anni. Al vigore dei movimenti per la pace e il disarmo e contro la guerra imperialistica. Al riaccendersi del conflitto di classe (gli scioperi generali, le mobilitazioni a difesa dei contratti nazionali e dei diritti del lavoro). Agli stessi conflitti interstatuali che, mentre ridicolizzano la teoria dell’«Impero» globale, pongono formidabili ostacoli alla volontà di dominio e di sfruttamento delle maggiori potenze mondiali a danno del Sud del mondo. Rivestono grande importanza, in questo quadro, le resistenze di popoli e Stati latinoamericani (ricordiamo il consolidamento della leadership di Chavez dopo la vittoria referendaria) che si ribellano alle pretese neocoloniali degli Stati Uniti in difesa della propria autonomia. Un elemento altrettanto rilevante è la lotta dei popoli del Medio Oriente che si sollevano contro le dittature e che resistono in armi alle guerre, all’oppressione e alle occupazioni militari.

E tuttavia ciò non basta a invertire la tendenza né a fermare l’aggressività dell’imperialismo. Le guerre imperversano, le occupazioni continuano e con esse persiste uno stillicidio di morti che somiglia ogni giorno di più a un’ecatombe. E se è vero che i movimenti rimangono sulla scena (pensiamo da ultimo alle lotte di Melfi e Scanzano), è altrettanto vero che si moltiplicano gli accordi sindacali al ribasso (il caso Alitalia è solo un esempio), mentre non un solo minuto di sciopero ha accompagnato l’entrata in vigore di pessime leggi sul lavoro (a cominciare dalla legge 30 del 2003) e sulle pensioni. Né l’Italia costituisce un caso isolato. In Francia vengono siglati accordi che prolungano l’orario a parità di salario. In Germania persino la Ig-Metall, il più combattivo sindacato operaio di tutta Europa, ha dovuto accettare il diktat di contratti che peggiorano la condizione salariale e lavorativa dei metalmeccanici.

Il punto è che le lotte segnano il passo. Che le difficoltà del neoliberismo non precipitano ancora in un quadro organico di crisi. E che i movimenti pagano il prezzo della loro frammentarietà.
La mancata connessione tra le lotte operaie, quelle contro il liberismo e quelle contro la guerra indebolisce i soggetti e frustra le iniziative di mobilitazione. Su questo occorre dirsi tutta la verità. Si è perso tempo. Si è indugiato in una mistica del movimento che ha dato corpo a feticci e ha distolto energie da un impegno concreto a sostegno della crescita qualitativa e quantitativa delle lotte. L’abbiamo scritto sin dal luglio del 2001, all’indomani dei primi grandi scioperi della Fiom e ancor prima delle drammatiche giornate di Genova. Il nostro era un invito a riflettere costruttivamente nel merito di un problema di cui già allora era possibile cogliere i primi sintomi. Purtroppo non si è resistito alla tentazione della polemica strumentale. Non ci si è lasciata sfuggire l’opportunità di sfruttare la divergenza di analisi in chiave congressuale. E così, forse, si è gettata al vento un’occasione preziosa per rafforzare il movimento attraverso la sinergia di tutte le sue articolazioni.

Restiamo in Italia e torniamo all’oggi. Con tutta evidenza, ciò che accadrà nelle prossime settimane (sino al Congresso di Rifondazione Comunista) deciderà della collocazione strategica del nostro Partito nel quadro delle forze oggi all’opposizione. Per ciò stesso, la questione in campo è la struttura complessiva della sinistra italiana e quindi la possibilità stessa di tenere aperta la questione comunista nel nostro Paese. Ma andiamo con ordine.


La posizione del centrosinistra

Il modo con cui il centrosinistra e la sinistra di alternativa si sono mossi in un momento di difficoltà delle destre è stato sbagliato. Si è aperta una discussione (non ancora conclusa) su formule politiche astratte (i contenitori) e su procedure più o meno fantasiose (le primarie) che ha prodotto sin qui un solo, deleterio effetto: l’aver impedito un serio confronto sui contenuti programmatici. E certo non ha giovato a questo fine nemmeno la continua rissa sui  nomi, in  una  corsa alla ledership che sta logorando la credibilità delle forze di opposizione agli occhi dell’elettorato.

Nulla di quanto è avvenuto a questo riguardo può aver coinvolto positivamente il “popolo della sinistra”. Nessuna discussione su tricicli e listoni, su primarie e organigrammi di un eventuale nuovo governo delle attuali opposizioni può aver ridotto anche solo di un palmo la distanza che separa milioni di cittadini – loro potenziali sostenitori – dalla politica politicante. La gran parte degli italiani è costretta a fare i salti mortali (o, più semplicemente, i debiti) per arrivare alla fine del mese. A questa nostra gente – lavoratori e disoccupati, giovani, donne e pensionati – si sarebbe dovuto dare un segno preciso, sviluppando una forte iniziativa unitaria per giungere alla fine anticipata della legislatura attraverso la mobilitazione nel Paese e nelle istituzioni contro la Finanziaria e la devolution.

Invece si è parlato d’altro. Per di più, in alcuni momenti, nemmeno Rifondazione Comunista si è sottratta a tale discutibile modalità. Il progetto delle primarie su persone e programmi, l’ipotesi della «coalizione democratica» e l’accettazione del vincolo di maggioranza sulla guerra sono stati passaggi sbagliati, anche perché su tali proposte il Partito non aveva mai discusso né deliberato. Questo modo di procedere – che introduce mutamenti di linea attraverso interviste – non contribuisce certo a costruire una direzione democratica del Partito. E appare radicalmente contraddittorio rispetto alla conclamata intenzione di promuovere il massimo di democrazia interna e di partecipazione.

Nel merito, ciò che è emerso – sia per le cose effettivamente dette (a cominciare dall’affermazione che un eventuale governo di centrosinistra annovererà di certo ministri del nostro Partito), sia per il senso comune che in base ad esse si è venuto configurando – è che Rifondazione Comunista farà parte del prossimo governo senza che si sia ancora definito alcun accordo. Riteniamo si debba correggere questo orientamento.

Esso si fonda su una serie di presupposti molto discutibili: la convinzione che il centrosinistra abbia perso la propria coesione interna (che anzi ormai «non esista più»); la pretesa che sotto l’incalzare dei movimenti il suo baricentro politico abbia registrato un marcato spostamento in avanti; la tesi secondo cui la sinistra di alternativa sarebbe largamente maggioritaria nel “popolo della sinistra”; infine l’idea che i movimenti attivi nel Paese siano di per sé in grado di determinare ulteriori spostamenti in avanti dell’asse politico della coalizione. Discende da qui la teoria – riassunta nella formula «governo leggero, movimento pesante» – secondo cui Rifondazione Comunista può tranquillamente dare per scontato un accordo di governo ancor prima di avere iniziato il confronto programmatico.

Ripetiamo: questa teoria riposa su basi assai fragili, e del resto è molto significativo che essa sia stata sensibilmente modificata nel documento votato il 21 settembre  scorso dalla Direzione nazionale (documento che proprio in considerazione di ciò è stato sottoscritto anche dai compagni della nostra area). Vediamo rapidamente perché si tratta di un ragionamento azzardato.

Sulle difficoltà dei movimenti (che dunque in questa fase può darsi non riescano a determinare marcati effetti politici) ci siamo soffermati in precedenza e non occorre ripetersi. Ma anche l’analisi del centrosinistra non convince. Non basta certo un eventuale mutamento del nome (il non chiamarsi più «Ulivo» ma – poniamo – «coalizione democratica») per cambiare la sostanza politica. E la sostanza politica consiste nel fatto che la componente maggioritaria del centrosinistra non ha operato alcuna cesura rispetto alle politiche praticate negli anni Novanta. Su nessuno dei terreni qualificanti: non sulle questioni istituzionali (sistema maggioritario), non sulle politiche economiche (privatizzazioni), non sulle politiche sociali (pensioni) e del lavoro (flessibilità e precarizzazione). E nemmeno – aspetto, questo, di assoluta gravità – sulla politica estera (guerre «umanitarie»).

Gli unici testi disponibili a firma di autorevoli esponenti del centrosinistra (i documenti elaborati da Prodi e da Amato) confermano il nostro giudizio, e questo vale per le più recenti esternazioni dello stesso Prodi («gli italiani vivono più a lungo», dunque si deve avere il «coraggio di essere impopolari» in materia di pensioni), di Veltroni («ci sono anche oggi dei momenti in cui le circostanze rendono necessario l’uso della forza, come è stato per porre fine ai massacri in Bosnia e nel Kosovo»), di Rutelli («le riforme di Berlusconi vanno migliorate, non c’è bisogno di abrogare nulla») e ancora di Fassino, di D’Alema e di Violante (il non isolato artefice dell’astensione dei Ds sulla legge istitutiva del Senato federale).

Certo non siamo più nel ’96 e nemmeno nel ’98. Certo la situazione complessiva registra posizioni più avanzate nella sinistra Ds, nella Fiom e nella stessa Cgil, nei movimenti. Ma questi elementi positivi non bastano a ribaltare una situazione di persistente e grave arretratezza.


La questione del governo

E tuttavia ciò non toglie, sia chiaro, che è necessario impegnarsi a fondo per l’accordo di governo. Diciamo da lungo tempo – da molto prima del settembre 2003, quando finalmente l’intera maggioranza del Partito ha assunto la nuova linea, imperniata sul dialogo con le altre forze di opposizione – che la cacciata di Berlusconi e del suo governo costituisce una priorità per i comunisti e per tutte le forze democratiche del Paese. E concordiamo con quanti sostengono che liberare l’Italia da Berlusconi è solo un primo, indispensabile passo. Che poi bisognerà governare e cercare di porre rimedio ai guasti provocati dalla destra (ma anche dai governi che l’hanno preceduta), restituendo ai lavoratori e alle classi popolari quanto è stato sottratto loro in termini di ricchezza, di sicurezza e di diritti sociali. Cancellando l’infamia dei centri di reclusione preventiva per i migranti e operando per un effettivo riconoscimento del diritto di asilo. Rimettendo in sesto l’apparato produttivo del Paese, abbandonato a se stesso e devastato da politiche di speculazione e di rapina. Eliminando dalla Costituzione quanto vi è stato indebitamente inserito da improvvide “riforme” e impegnandosi per dare effettiva realizzazione alla prima parte della Carta.

Rilanciando la scuola pubblica e difendendo università e ricerca dalle minacce congiunte della privatizzazione e dello smantellamento. Insomma, dopo Berlusconi si tratterà di risanare il Paese e di sospingerlo lungo una strada di progresso, coniugando sviluppo e giustizia sociale.
Il punto è che, se l’accordo di governo è necessario, occorre tuttavia sapere che esso è altresì difficile e che quindi non si può dare per scontato che lo si raggiunga. Per contro, è del tutto evidente che aver dato l’impressione che sia già cosa fatta ha posto sin qui il Partito in una condizione di debolezza, poiché ne ha sensibilmente ridotto il potere contrattuale. Non scriviamo tutto questo per pura polemica, né soltanto per chiarire la nostra posizione (enunciata già più volte in diverse sedi). Lo scriviamo per una ragione molto più importante e concreta. Siamo ancora in tempo a correggere questo errore e a chiarire a tutti i nostri interlocutori che non è detto che Rifondazione Comunista farà parte del futuro governo di centrosinistra. Che questo dipende. Dipende dai contenuti e dai programmi, che per noi vengono sempre prima degli schieramenti e delle persone. Lo stesso vale per questa ipotetica «coalizione democratica»: perché dire in partenza che ne faremo parte? Anche in questo caso, tutto dipende dal programma: dunque solo alla fine della trattativa sarà possibile prendere una decisione.

Si obietta che se ci fossimo mossi diversamente, saremmo stati estromessi dal dialogo tra le opposizioni e isolati. È un’obiezione non sorretta da prove, che non tiene conto di un dato incontestabile. Tutti i sondaggi indicano che i due schieramenti (centrodestra e centrosinistra) si equivalgono sul piano dei consensi raccolti. Se questo è vero, ne segue che il 6-7% di voti di Rifondazione Comunista è necessario per vincere. E che quindi la centralità del nostro Partito è un fatto oggettivo, non il frutto di una scelta reversibile di questo o quel candidato premier. Ma c’è di più. Porre precise condizioni programmatiche sarebbe stato – ed è – necessario anche per un’altra ragione, altrettanto cruciale.


La costruzione della Sinistra di alternativa

Diciamo da tempo che Rifondazione deve impegnarsi affinché la sinistra di alternativa trovi unità di intenti e di intervento politico. Oggi questo compito è più importante che mai, poiché quel 13-15% di consensi ottenuti nelle elezioni di giugno fa della sinistra di alternativa una componente del quadro politico non soltanto indispensabile per vincere, ma anche potenzialmente capace di influenzare in modo significativo la piattaforma programmatica dell’intera coalizione di centrosinistra. Che cosa manca ancora perché ciò avvenga, perché questa massa d’urto determini evoluzioni positive del quadro politico?

È evidente che, perché ciò possa avvenire, occorre che tutta questa area politica (costituita da partiti e gruppi politici, da movimenti, sindacati e associazioni) si ritrovi compatta intorno ad alcuni temi programmatici di fondo. Che vanno dunque individuati, discussi e inseriti in un programma comune della sinistra di alternativa, destinato a pesare sul confronto con le componenti moderate del centrosinistra e sull’eventuale intesa programmatica del futuro governo.

In questo delicato lavoro di tessitura avrebbe dovuto impegnarsi Rifondazione Comunista nel corso dell’anno che abbiamo alle nostre spalle. E questo lavoro dovrebbe cominciare a svolgere oggi. Intendiamoci: tutto ciò non è in contraddizione con uno sforzo teso a conquistare un «impianto generale» quanto più avanzato possibile. Quel che si tratta di capire è che sarebbe un guaio se ci si accontentasse di promesse inevitabilmente generiche. Per questo dobbiamo fare di tutto per ottenere impegni chiari e precisi da parte dell’intera coalizione e per l’intera legislatura.

In concreto, quali impegni? Quali punti irrinunciabili? Li abbiamo già indicati più volte, ma ripeterli non può che giovare. In primo luogo il rifiuto della guerra, da chiunque dichiarata, Onu compresa. Dev’essere chiaro a tutti che noi non accetteremo mai di entrare in un governo che non si impegni, dinanzi al parlamento e alla cittadinanza, a rispettare questo vincolo. Non un soldato italiano dev’essere impiegato – sotto qualsiasi bandiera – in interventi militari che non siano di difesa da una invasione straniera del territorio nazionale; non un solo euro prodotto dal nostro lavoro dev’essere destinato a finanziare imprese belliche di qualsiasi genere, con qualsiasi pretesto e sotto qualsiasi comando.

Posta questa non derogabile premessa, Rifondazione Comunista deve chiedere – insieme alle altre forze di alternativa – ulteriori garanzie, per noi importantissime: l’abrogazione delle leggi più reazionarie varate dalla destra (legge 30, Bossi-Fini, riforma delle pensioni e leggi Moratti); l’introduzione di un meccanismo automatico di recupero salariale; una politica fiscale che ponga fine allo scandalo di una enorme evasione fiscale e contributiva e che rispetti il principio costituzionale della progressività; una legge sulla democrazia in fabbrica e sui sei punti posti dalla Fiom; un programma vincolante di interventi strutturali per il rilancio del Mezzogiorno.

Strappare impegni precisi e avanzati su questi terreni è possibile, dunque è necessario. È necessario anche perché non siamo più nella situazione del ’98, e questo accresce enormemente le nostre responsabilità e i rischi ai quali andiamo incontro. Riflettiamo attentamente sullo scenario che con ogni probabilità attende le forze che si troveranno alla guida del Paese se – come speriamo – si riuscirà a por fine all’avventura politica di Berlusconi. Da un lato, il governo si troverà in grande difficoltà: dovrà colmare un buco economico di proporzioni spaventose, dovrà fare i conti con il Patto di stabilità (che tutti i leader moderati del centrosinistra difendono a spada tratta), dovrà far fronte a una situazione internazionale che non lascia prevedere un rapido esaurirsi della sequenza di guerre. Dall’altro lato, sarebbe impensabile ripetere l’esperienza del ’98. Ciò significa che – qualora nell’azione del futuro governo dovessero prevalere orientamenti moderati, in continuità con le politiche della destra e dello stesso centrosinistra nella seconda metà degli anni Novanta – Rifondazione Comunista si troverebbe in una grande difficoltà: una difficoltà – è bene prenderne coscienza sin d’ora – che non coinvolgerebbe soltanto il nostro Partito ma tutto il Paese, a cominciare dai lavoratori e dai ceti popolari.

Se si assumesse l’enorme responsabilità di avallare scelte politiche inaccettabili, Rifondazione sarebbe la prima a venire travolta dal risentimento e dalla delusione (come accadde negli anni Ottanta al Partito comunista francese). Ma insieme al nostro Partito, rischierebbe di venire archiviata – almeno per tutto un ciclo storico di imprevedibile durata – la possibilità stessa di por mano in Italia alla costruzione di un partito comunista con basi di massa. Queste sono le nostre preoccupazioni – altro che «nicchie congressuali», come è stato detto in modo ingeneroso, eludendo i temi posti! Queste preoccupazioni ci spingono a cercare l’accordo di governo, respingendo fermamente il settarismo di quanti lo rifiutano a priori. Ma ci impongono al tempo stesso di pretendere garanzie e impegni precisi, al di là di qualsiasi assicurazione su presunti «impianti generali».


Da un Congresso all’altro

Veniamo, in conclusione, al dibattito precongressuale. Nella discussione che si è sviluppata nel corso degli ultimi due mesi sulle pagine di Liberazione qualche compagno ha trovato congeniale cimentarsi in calunnie e denigrazioni invece di concentrarsi sul merito delle diverse posizioni. Ci è stato detto che non ne avremmo indovinata una, né in relazione al movimento né negli emendamenti che abbiamo prodotto in occasione del V Congresso del Partito. Troviamo bizzarro un simile rovesciamento della verità.

Sul movimento abbiamo appena visto come le nostre considerazioni riposassero su dati di fatto obiettivi. Quanto alle Tesi congressuali, ricordiamo molto bene il contenuto di quelle alle quali abbiamo opposto i nostri emendamenti. Si propugnava tra l’altro la brillante teoria delle «due destre» (cioè l’idea di una sostanziale equivalenza tra la destra berlusconiana e la sinistra moderata); su questa base si argomentava l’«esaurimento dei margini di riformismo»; quindi – con indiscutibile coerenza – si individuava nelle Tute bianche (poi nei Disobbedienti) di Luca Casarini la componente più significativa del movimento; si considerava la Cgil irriformabile, e la si dava per persa ai fini di una battaglia di classe; infine si accusava di frontismo o di «alleantismo» chiunque nel Partito proponesse la ricerca dell’unità tra le forze di opposizione.

A questa posizione abbiamo replicato – come i compagni ben ricordano – sostenendo la centralità del conflitto capitale-lavoro; affermando la necessità di lavorare al dialogo con i sindacati e alla ricomposizione dell’intera area dello sfruttamento; ribadendo l’esigenza di mantenere viva la ricerca di forme di collaborazione tra le forze della sinistra e democratiche allo scopo di imprimere la massima accelerazione alla crisi del quadro politico esistente. Giudichino oggi i compagni quale delle due posizioni fosse la più lungimirante. E da quale delle due posizioni il Partito si trovi oggi più distante.

Né si trattava solo di questioni sociali e di politica interna. Le Tesi presentate dalla maggioranza della maggioranza contenevano anche considerazioni sulla storia del movimento operaio e comunista, e impegnate analisi della situazione internazionale.
Sul primo punto, si procedeva con decisione alla impietosa disamina critica  di una storia considerata ormai esaurita (non per caso Bertinotti avrebbe poi dichiarato «politicamente morti» tutti i padri del comunismo novecentesco). Come si sarebbe capito successivamente (nel momento in cui si è ritenuto di scoprire nella nonviolenza il nuovo fulcro della teoria rivoluzionaria) non si salvava da questa riflessione critica nemmeno la Resistenza (onde l’accusa, rivolta di recente alla storiografia antifascista, di averla «angelizzata»). La stessa idea di comunismo era posta fortemente in discussione: e difatti, procedendo nel solco tracciato dalle Tesi, si sarebbe poi affermata l’esigenza di  «reinventarlo»,  come se lo sforzo di rifondare e innovare una prospettiva potesse conciliarsi con il rigetto della sua esperienza storica (ciò di cui si è apertamente discusso alla Festa dei Giovani comunisti nel dibattito «Oltre Rifondazione», nel corso del quale è stato proposto da alcuni compagni il superamento del simbolo con la falce e il martello).

Quanto alle analisi internazionali, al loro fondamento era la convinzione che gli Stati nazionali siano stati estromessi dalla scena mondiale e che, per diretta conseguenza, si sia ormai consumato il tramonto dell’imperialismo. In luogo del panorama mondiale sortito dall’epoca delle guerre mondiali, si teorizzava l’avvento di un nuovo ordine imperniato sull’alleanza strategica (una sorta di «direttorio») tra Usa, Cina, Russia e Ue. 

Anche a questo riguardo opponemmo una lettura diversa, che da un lato (sul terreno storico) coniugava la rigorosa critica degli errori commessi dal movimento comunista al riconoscimento dei suoi successi e dei suoi meriti; dall’altro (sul piano internazionale) affermava la persistenza dell’imperialismo e la centralità dei conflitti interimperialistici. Vogliamo effettuare anche su queste ultime questioni una sobria verifica empirica delle ragioni e dei torti? Vogliamo, in particolare, chiederci se questi ultimi due anni confermano la tesi della fine dell’imperialismo e dell’esaurimento degli Stati? Purtroppo non mancano tragici banchi di prova a cui riferirsi, e non crediamo proprio che ne discenda la confutazione dei nostri argomenti.

Visto che il discorso ci ha portato, com’era inevitabile, ad occuparci della guerra, ne approfittiamo in primo luogo per rivolgere un pensiero a tutti gli ostaggi che, mentre scriviamo, sono ancora in mano ai rapitori in Iraq: in particolare ai quattro operatori di pace, tra cui le due giovani compagne italiane di Un ponte per..., Simona Pari e Simona Torretta. Confidiamo nella loro liberazione e per questo chiediamo al governo italiano, a nome di quanti hanno a cuore la loro vita, di compiere passi concreti a tal fine, a cominciare dall’immediato cessate il fuoco e dal ritiro delle nostre truppe, seguendo l’esempio del premier spagnolo Zapatero. Proprio perché siamo convinti che la conclusione dei combattimenti e dell’occupazione dell’Iraq sia la premessa decisiva per l’interruzione della catena di violenze che insanguina quel Paese, riteniamo indispensabile, per parte nostra, insistere senza tregua per il ritiro di tutti gli eserciti occupanti e sviluppare la massima mobilitazione a sostegno di questa richiesta.

Sembra infine utile mettere in chiaro qualche elemento in ordine al complessivo teatro della guerra. Si continua a parlare di una presunta «spirale guerra/terrorismo». Per due ragioni non condividiamo questa analisi: perché rischia di lasciare in ombra l’asimmetria delle responsabilità, che a nostro giudizio incombono in misura incomparabilmente maggiore su chi (gli Stati Uniti e tutti i loro alleati) ha scatenato una guerra illegale di inaudita ferocia per imporre il proprio dominio sull’intero Medio Oriente; e perché cancella totalmente dalla scena un terzo protagonista – la Resistenza irachena – che ha, a nostro giudizio, il duplice merito di difendere le speranze di un popolo invaso, oppresso, massacrato, e di scoraggiare ulteriori (e già pianificate) avventure belliche statunitensi a danno di altri Stati sovrani.

Certo, si può discutere su queste valutazioni. Quello che secondo noi non si può fare è negare il dato di fatto – riconosciuto persino dal ministro della Difesa statunitense – che in Iraq c’è una vasta resistenza di popolo, in grado di controllare circa due terzi del Paese e di fronteggiare con successo il più agguerrito esercito del mondo.
Detto questo, noi non riteniamo opportuno soffermarci su vecchie polemiche. A differenza di altri compagni, cerchiamo di guardare avanti, a quello che il Partito è chiamato a fare, ai suoi compiti e alle sue possibilità. Di questo dovrà trattare il prossimo Congresso, ormai alle porte. Riguardo al quale ci sentiamo di formulare qui solo un auspicio, a cui tuttavia annettiamo la massima importanza.

Sentiamo tutti il bisogno di un partito che discuta liberamente, che si nutra del confronto tra idee e posizioni e non derivi invece – come troppo spesso è avvenuto – motivi di lacerazione dalle differenze. Occorre quindi che tutti i temi all’ordine del giorno vengano discussi con piena libertà e affrontati senza steccati né posizioni precostituite. Occorre un lavoro serrato di riflessione e di sintesi. Occorre ricercare il massimo di unità tra noi, non perseguire effimere vittorie aritmetiche (un 51% dei consensi, con il quale sarebbe impensabile dirigere una comunità complessa come Rifondazione Comunista).

Per questo sarebbe controproducente – oltre che negativo per il Partito e per l’efficacia della sua azione  – un Congresso di scontro, giocato sulla contrapposizione tra mozioni. Per questo riteniamo più utile ragionare su documenti aperti, a tesi, che offrano a ciascuno (dirigenti nazionali, ma anche circoli o istanze di base) la possibilità di contribuire alla elaborazione della linea del Partito. Quindi di riconoscere nel Partito se stesso, le proprie ragioni, la propria identità. 
(26 settembre 2004)