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Liberazione - Tribuna sulle 15 tesi di Bertinotti:
Contributi di: Masella, Pegolo,
Steri
LEONARDO MASELLA
Salari, pensioni, pace: i punti irrinunciabili
liberazione, 21/10/2004 pag. 22
Molte delle 15 Tesi proposte dal segretario sono largamente condivisibili,
alcune sono insufficienti, altre sono da cambiare integralmente. Se il
documento congressuale fosse questo, potremmo svolgere un pacato dibattito congressuale
di merito, con tesi emendabili invece che con documenti contrapposti: sarebbe
la cosa migliore, perché il partito non ha bisogno di un congresso-referendum
ma di un confronto vero di merito, oltre che di capacità di sintesi unitaria e
di collegialità.
Lo scorso
congresso è stato superato dai fatti
Le Tesi non ritornano, giustamente, su un dibattito che abbiamo già
sviluppato allo scorso congresso. E' la realtà stessa che si è incaricata di
dimostrare per esempio, la persistenza dell'imperialismo, la centralità della
contraddizione fra capitale e lavoro, l'importanza del nuovo movimento mondiale
contro la globalizzazione neoliberista. La guerra dell'imperialismo Usa e la
contraddizione con il nascente polo imperialistico della UE proprio sulla guerra
all'Iraq, sono ormai fatti inconfutabili che hanno ridimensionato l'ipotesi
dell'impero mondiale indistinto e della cosiddetta guerra della
globalizzazione. Così come la centralità del movimento dei lavoratori è ormai
un fatto permanente, mentre è un altro fatto, purtroppo, la situazione critica
del movimento no-global italiano, da non confondere col movimento contro la
guerra né con i forum sociali mondiali, che invece vedono uno sviluppo
positivo.
Il punto
più debole delle 15 tesi: cosa fare per battere Berlusconi?
Il punto più debole delle 15 Tesi sta, a mio parere, nel fatto che il documento
non mette a fuoco il nodo centrale del dibattito politico dentro e fuori il
partito. Cosa fare per battere Berlusconi? Quale confronto e accordo con la sinistra
moderata? Quali punti programmatici irrinunciabili perché si possa far parte di
un governo comune? Questo è l'oggetto del dibattito politico a sinistra. Non
può che essere questo l'oggetto del congresso. Perché è il partito e i suoi
iscritti che devono decidere se entrare oppure no, e a quali condizioni, in un
governo di centro-sinistra, oppure se trovare altre soluzioni per sconfiggere
Berlusconi alle prossime elezioni.
Contrastare
le politiche neoliberiste. Da dove iniziare?
La tesi 12, l'unica su cui Bertinotti tratta i contenuti di un futuro programma
di governo, è assolutamente inadeguata. Sappiamo che non è pensabile proporre
tout court una rottura di continuità con le politiche neoliberiste dei
precedenti governi di centro-sinistra che hanno aperto la strada a Berlusconi,
come per esempio: la cancellazione della scala mobile; la controriforma delle
pensioni; l'apologia della flessibilità e l'avvio della precarizzazione del
lavoro; le privatizzazioni e le liberalizzazioni; la devastazione istituzionale
e costituzionale (maggioritario, presidenzialismo e federalismo); la
controriforma privatistica della scuola di Berlinguer; l'istituzione dei Cpt;
per non parlare della gravissima partecipazione dell'Italia alla guerra di
aggressione della Nato contro la Serbia. Non dico che bisognerebbe rompere
apertamente con questo impianto politico e culturale, perché sarebbe come dire
già oggi, senza neanche un confronto nel Paese, che non c'è nessuna possibilità
di fare alcun accordo di governo con la sinistra moderata, ma almeno qualche
condizione irrinunciabile la vogliamo porre?
Prima di
tutto, la questione salariale e la "scala mobile"
Io ne propongo almeno tre, su cui riscrivere integralmente la tesi
12. Prima condizione è la risoluzione della gravissima situazione salariale dei
lavoratori italiani, che è il problema sociale più rilevante che ha il nostro
Paese. Un governo con la partecipazione nostra, che non risolvesse questo
problema andrebbe incontro ad una fortissima delusione di ampie masse popolari.
E il problema non è affrontabile nel modo in cui se la cava la tesi 12, cioè
attraverso una generica "redistribuzione del reddito a favore del salario,
degli stipendi e delle pensioni". La condizione irrinunciabile è
l'istituzione per via legislativa di un nuovo meccanismo automatico di
adeguamento dei salari all'inflazione reale, senza di cui non c'è soluzione al
problema.
Tra le controriforme da abrogare, si dimentica quella sulle pensioni
Secondo, fra le leggi da abrogare del governo Berlusconi, le 15 Tesi
dimenticano la controriforma delle pensioni. Questa abrogazione va aggiunta
all'abrogazione della legge 30, della Bossi-Fini, della Moratti e della legge
sulla fecondazione assistita, già presenti positivamente nelle Tesi di
Bertinotti. Il tutto deve costituire una delle condizioni senza di cui non è
possibile la nostra partecipazione al governo.
Nessuna
guerra, anche se sotto egida Onu
Terzo, sulla collocazione internazionale del Paese non è
sufficiente, come fa il documento del segretario, il generico riferimento alla
pace e l'impegno al ritiro delle truppe italiane. Il problema non è solo la
guerra all'Iraq (dove pure non potremmo condividere la guerra e l'occupazione
militare sotto l'egida dell'Onu). Un governo dura 5 anni e in 5 anni si possono
fare altre guerre (vedi le nuove minacce contro l'Iran) e alle guerre si
partecipa non solo inviando le truppe ma anche facendo partire dal proprio
territorio i devastanti bombardamenti aerei. In un programma alternativo al
governo Berlusconi va scritto nero su bianco, e senza alcuna minima ambiguità,
che l'Italia non parteciperà più a nessuna guerra, neanche sotto copertura
dell'Onu. Anche perché di fronte alle difficoltà del governo americano a
piegare la resistenza irakena, è evidente l'interesse e il tentativo di alcuni
paesi europei e di una parte degli stessi gruppi dirigenti statunitensi di
superare l'interventismo unilaterale americano per ritornare all'interventismo
multilaterale della Nato (come avvenne per il Kossovo), dove tutti possano spartirsi
più equamente il bottino di guerra. Per questo, anche in coerenza con la nuova
linea della non-violenza (ricollocata giustamente nelle Tesi "qui ed
ora"), sarebbe necessario aprire una battaglia permanente contro la Nato,
alleanza fondata sulla violenza all'ennesima potenza non solo nel ruolo di
gendarme superarmato dell'occidente ricco e liberista, ma anche nella presenza
sul nostro territorio di centinaia di basi militari, piene di tutti i tipi di
armi di distruzione di massa pronte all'uso e senza alcun controllo
democratico.
Un programma comune della sinistra alternativa
GIANLUIGI PEGOLO
(Liberazione del 26/10/2004)
Nelle 15 tesi, pur se vi sono aspetti condivisibili, si registrano tuttavia, da
un lato, deficit d'analisi e, dall'altro, elementi di contraddittorietà
rispetto alla pratica politica concreta. E tuttavia, l'elemento essenziale sta
in una proposta politica che, se corregge in parte errori compiuti in
precedenza, passa da un'enfatizzazione dei movimenti ad una prospettiva di
alleanza politica con il centro sinistra, senza fare i conti con alcune
difficoltà reali. Si rischia, così, non solo di alienarsi le simpatie degli
stessi movimenti, ma anche di pregiudicare l'autonomia del partito.
Battere
Berlusconi è una premessa oggettiva
Va premesso che esiste oggettivamente nel paese la necessità di
battere Berlusconi, che questa richiede, oltre ad una forte opposizione, anche
un'alleanza con il centro sinistra in vista delle elezioni politiche e che tale
alleanza costringe a confrontarsi sulle questioni programmatiche. A tale
proposito, credo sia irrealistico pensare di poter affrontare la situazione
assolutizzando il ruolo dei movimenti, né credo si possa risolvere il tutto
ricorrendo ad operazioni d'ingegneria istituzionale che rimandano al dopo il
confronto sui contenuti.
Tuttavia - ed ecco il punto in cui la linea assunta di recente dal partito
risulta poco convincente - essere consci che un'alleanza è necessaria non
significa darla per scontata, né tantomeno proiettarsi automaticamente in una
scelta di piena partecipazione al governo. Ciò significherebbe dare per
acquisita una base programmatica che a tutt'oggi non c'è. Occorre quindi
affrontare la questione delle condizioni di un accordo e a tale riguardo, mi
chiedo: come si può condurre una trattativa senza esplicitare le condizioni
minime accettabili?
Ma quali
sono le posizioni del centrosinistra sulla guerra?
Prendiamo la questione fondamentale: la guerra. Le posizioni della sinistra
moderata sono note: sì ad interventi militari ma a condizione che abbiano il
beneplacito dell'Onu. Su questo punto un accordo è molto difficile. E'
sufficiente strappare un riferimento all'art.11 della costituzione? No, perché
il conflitto con il centro sinistra si sposterebbe sul significato di tale
articolo. Si può ricorrere a delle "primarie" assumendo poi la
posizione risultata maggioritaria? No, perché su questioni attinenti l'identità
di una forza politica non è possibile far valere il principio del voto di
maggioranza. Non subire vincoli su questo punto, rifiutando comunque la guerra
è una delle condizioni minime per stipulare qualsiasi accordo. Ve ne sono
naturalmente altre, come l'eliminazione dell'iniqua legislazione sociale di
Berlusconi - compresa la legge sulle pensioni e quelle ad personam - un sistema
di scala mobile, ecc.
Ciò che potrebbe consentire di costruire invece un'alleanza organica è
l'esistenza di un programma complessivo che affronti in primo luogo alcuni nodi
decisivi della condizione sociale e del modello di società. Ciò potrebbe
consentire quel collegamento con i movimenti che non solo diverrebbero fattore
di stimolo, ma beneficerebbero di sponde politiche necessarie a consolidare
alcune posizioni e ad acquisirne altre. E qui l'articolazione di un programma
diventa molto più ampio, perché investe le questioni internazionali (il ruolo
dell'Europa in primis), le garanzie del lavoro, l'aumento del reddito, la
tutela del welfare pubblico, una politica di reindustrializzazione, il blocco
delle privatizzazioni, il rilancio del Mezzogiorno, ecc.
La forma
politica dell'alleanza. Inclusione o autonomia?
Non entro in profondità sui temi programmatici, non ne ho lo spazio. Vorrei
invece soffermarmi su un altro aspetto e cioè quello delle forme dell'alleanza.
La scelta di far parte della Grande alleanza democratica significa l'inclusione
organica in una nuova coalizione di centro sinistra. Si sostiene che ciò è
possibile perché l'Ulivo non esiste più, ma resta il fatto che la maggioranza
di quella coalizione è guidata da forze dalle posizioni moderate (ci ricordiamo
delle uscite di Rutelli su guerra, pensioni, leggi di Berlusconi da
cancellare?). Inoltre, assumendo le "primarie" come metodo per
dirimere le controversie si rinuncia a gran parte della propria autonomia. Ma
questa scelta costituiva davvero un percorso obbligato in vista di una
possibile intesa? Lascio stare i segnali reiterati di disponibilità che si sono
dati nel corso di questi mesi al centro sinistra. Né, confesso, mi ha convinto
quell'incontro bipartizan col governo per concordare sulla liberazione delle
due volontarie italiane.
E'
necessaria una convergenza delle forze della sinistra alternativa
L'ultima questione che resta dirimente è quella della sinistra di
alternativa. E' evidente che a fronte di resistenze forti nel centro sinistra
ad una scelta antiliberista Rifondazione ha bisogno di consolidare i rapporti
di forza: di qui la necessità di una convergenza con alcune forze politiche e
sociali. E qui, tuttavia, si registrano delle ambiguità. In primo luogo, si rinuncia
a lavorare per un programma comune con queste forze da spendere nelle
trattative con le forze moderate. Nel frattempo, si fa leva sul 13 % accumulato
dalla sinistra di alternativa nelle elezioni europee per sollecitarne l'unità,
ma si sceglie un rapporto preferenziale con alcune forze, scartandone altre.
S'invoca una modalità di costruzione della sinistra di alternativa che parta
dal basso, ma si assumono posizioni che allontanano da noi larghe fette di quei
movimenti che ne dovrebbero essere componente essenziale.
In poche
parole, la sensazione è che si voglia costruire la sinistra di alternativa
giovandosi della collocazione interna alla nuova coalizione e selezionando ad
arte gli interlocutori. Il che, ovviamente, implica l'assunzione del bipolarismo
come assetto istituzionale entro il quale ridefinire il ruolo del partito. Ma
se questa è la scelta qual è lo spazio per la costruzione dell'alternativa? E,
infine, che ne sarà della prospettiva di una "rifondazione comunista"
sempre più messa in ombra, forse soppiantata da una non meglio precisata
"reinvenzione comunista"?
BRUNO
STERI
Liberazione,
sabato 23 ottobre 2004
Governo e alternativa: un nesso non scontato
Mi pare utile cogliere l'opportunità offertaci da "Liberazione" di
discutere le 15 tesi del segretario, constatando che esse costituiscono di
fatto l'esordio del nostro dibattito congressuale, e credo che sia opportuno
lasciar prevalere l'urgenza del merito da esse proposto su considerazioni
procedurali o di metodo.
Sconfiggere
le destre: un compito per i comunisti
Vengo dunque a quello che ritengo essere lo snodo centrale
dell'argomentazione (e del congresso stesso): la questione del governo, così
come è affrontata nella tesi 11. In quest'ultima si ribadisce che ci troviamo
davanti ad un'ineludibile passaggio di fase e all'«esigenza improrogabile di
sconfiggere il governo Berlusconi e costruire ad esso un'alternativa».
Condivido l'enfasi che connota questo giudizio. Ho sempre pensato che questa è
oggi la sfida principale con cui, nel nostro paese, i comunisti devono fare i
conti e che, in tale prospettiva, un fallimento sarebbe pagato a caro prezzo:
non semplicemente dal Prc, ma da tutto l'arco delle forze di progresso, dai
movimenti di massa e dalle classi subalterne. Chi tergiversasse e non cogliesse
la preminenza di tale compito commetterebbe un grave errore politico.
Quali
pregiudiziali per un programma d'alternativa
Accanto a questo, è altrettanto giusto sottolineare che l'obiettivo
del governo non è un valore in sé, bensì una scelta contingente che può essere
praticata quando è funzionale al più generale (strategico) obiettivo della
trasformazione sociale: quando cioè il possibile programma di governo favorisce
(e non inibisce) il processo in direzione di un'alternativa di società (tesi
13). Fin qui l'accordo è completo.
La discussione si fa più problematica a partire dalla constatazione che la
suddetta potenzialità non è scontata; e, anzi, ad oggi non è data. Non basta
allora evocare la possibilità che «l'esperienza di governo» sia «in funzione
della crescita qualitativa dei movimenti» e di «una più vasta, complessa e
lunga azione politica nella società». Occorre - sin d'ora e con chiarezza -
precisare a quali condizioni tale possibilità è suscettibile di realizzarsi
davvero. In altri termini, l'unica garanzia che oggi abbiamo a disposizione,
nell'ipotesi di un nostro impegno di governo, è l'ancoraggio ad un determinato
programma di alternativa, in assenza del quale l'utilità politica di un nostro
diretto coinvolgimento nell'esecutivo rischierebbe di tradursi nel suo opposto:
in un drammatico processo involutivo, che - temo - non risparmierebbe neanche
il nostro partito.
Nessuna
incertezza sulla fine dell'occupazione in Iraq
Troppo serie e idealmente cariche sono le questioni su cui anche il
futuro governo sarà chiamato a cimentarsi. A cominciare dalla situazione
internazionale, così gravemente segnata dallo stato di guerra. Qui come altrove
pesano le irrisolte contraddizioni interne all'Ulivo e ai Democratici di
Sinistra. Con ogni evidenza si è fatta strada ai vertici della "sinistra
moderata" - sulla spinta della sua componente più dichiaratamente liberale
- l'idea di una ripresa a tutto tondo delle relazioni transatlantiche: essa
sarebbe ulteriormente sancita dall'eventuale ascesa alla presidenza
statunitense del candidato democratico e si concretizzerebbe con la
riattualizzazione del multilateralismo diplomatico e militare. Beninteso, ciò
non significherebbe il porre immediatamente fine all'occupazione irachena, né
salvaguarderebbe da ulteriori avventure belliche: piuttosto assicurerebbe la
ricerca di una conduzione concertata e di una ripartizione delle responsabilità
(nonchè degli eventuali ricavi). Stiamo parlando di una prospettiva che
concerne nel futuro prossimo i rapporti tra Usa ed Europa: si tratta dunque di
una partita che non è giocata solo nel nostro paese, ma che riguarda l'Unione
Europea come tale, il suo profilo politico generale, il suo destino in quanto
entità politica autonoma.
Entro il suddetto punto di vista, il ritiro delle truppe dall'Iraq - cui ormai
quasi tutti in qualche modo sentono il bisogno di alludere - viene inteso come
il frutto di un'azione per l'appunto "concertata" tra tutti gli
attori coinvolti (a diversissimo titolo) nella vicenda e come il risultato di
un ritorno dell'Iraq alla normalità della sua vita civile e istituzionale. Noi
sappiamo che questa è una cortina fumogena che copre la realtà: e cioè che, ad
oggi, in quel paese continua lo stillicidio del massacro di popolazione civile
ad opera delle truppe occupanti, che - come ha scritto Raniero La Valle su
"Liberazione" - Falluja continua ad esser messa a ferro e fuoco e i
guerriglieri che la difendono sono secondo la BBC al 99% abitanti di questa
città, che l'autorità del governo provvisorio è diffusamente rigettata in
quanto "collaborazionista", che le imminenti elezioni che dovrebbero
inaugurare il rilancio della normalità istituzionale sono destinate ad essere
delle elezioni farsa. In estrema sintesi, questo è lo stato delle cose. Questi
sono i risultati di un intervento criminale, concepito nel quadro di un più
generale disegno (imperialista) di espansione economica e militare, sulla cui
scìa vengono già lanciati segnali premonitori alla prossima vittima designata
(Iran o Siria che sia).
Davanti a un tale disastro, la nostra richiesta è del tutto limpida: fine
immediata dell'occupazione dell'Iraq e impegno a rifiutare qualunque
coinvolgimento in operazioni o interventi militari anche sotto l'egida delle
Nazioni Unite, unilaterali o multilaterali, in Iraq o altrove. E' bene essere
tra di noi del tutto chiari. Io penso che il nostro congresso debba sancire che
sul tema della guerra il confronto programmatico non possa lasciare incertezza
alcuna: dovremo in altri termini esigere un impegno stringente, non potremo
accontentarci di un accordo vago, all'insegna del "vedremo quel che si può
fare".
Salari, democrazia nei luoghi di lavoro, abrogazione delle leggi-vergogna
Questo punto deve essere contenuto nel programma del governo di alternativa,
accanto all'impegno per un dispositivo di rivalutazione automatica delle
retribuzioni, a quello per il varo di una legge sulla rappresentanza e la
democrazia nei luoghi di lavoro, all'abrogazione delle leggi-vergogna
promulgate dal governo delle destre. Ritengo vada detto senza infingimenti che,
nel caso di un esito insoddisfacente del confronto, non possano essere precluse
a priori delle vie subordinate, le quali garantiscano comunque al "popolo
della sinistra" il raggiungimento di un assetto elettorale che consenta di
battere Berlusconi, pur in assenza di ministri comunisti nel futuro governo.
Non è evidentemente questo l'auspicio; e tuttavia, stante l'attuale estrema
fluidità della situazione politica, non vedo quale altra corretta metodologia
potrebbe essere adottata. Posto che ancora valga il principio: prima i
contenuti, poi gli schieramenti.