Essere comunisti
Le ragioni di
questo documento. Una premessa
Il VI Congresso del Partito della
Rifondazione Comunista cade in un momento difficile per il Paese e per l’intero
pianeta. L’Italia è al bivio tra la possibilità di porre fine alla stagione del
berlusconismo e il rischio – troppo spesso sottovalutato – di subire per
un’altra legislatura i guasti prodotti da un governo di centrodestra. Il mondo
si trova in una grave crisi a causa della politica del governo degli Stati
Uniti e tutto, dopo la rielezione di Bush alla Casa Bianca, lascia prevedere
che la strategia di guerra della superpotenza americana perdurerà, alimentando
il rischio di una generalizzazione del conflitto armato.
Nel nostro Paese le elezioni politiche si avvicinano. Saranno elezioni in
qualche modo decisive, tanti e tali sono i danni provocati dal centrodestra nel
sistema sociale, nell’apparato produttivo, nel quadro costituzionale e nel
tessuto morale del Paese. È dunque più che mai necessario che la sinistra e le
forze democratiche vincano e si impegnino per invertire la tendenza di
quest’ultimo decennio, che ha visto dilagare la guerra e i disastri del
neoliberismo.
A sei anni dalla scissione del ’98, il Partito della Rifondazione Comunista è
tornato al centro della scena politica italiana ed è oggi forza determinante
per il mutamento degli equilibri politici del Paese. Concordi sull’importanza
di questo obiettivo, siamo chiamati a discutere su come perseguirlo. Ciò pone
al centro del nostro Congresso la questione politica e, più precisamente, il
problema del governo.
È questo, oggettivamente, il tema all’ordine del giorno. Lo è per la rilevanza delle decisioni da
assumere, e lo è anche per la portata dei rischi che queste comportano. Occorre
dunque promuovere tra noi il confronto più sereno e franco possibile, dare a
tutto il Partito la possibilità di prendere parte a scelte che ne ridefiniranno
la collocazione e che potrebbero metterne in gioco la stessa ragion d’essere.
Le differenze, la pluralità di orientamenti sono risorse, non ostacoli:
procurano strumenti, non difficoltà. Per tale ragione riteniamo che sarebbe
stato più utile un congresso su documenti a tesi emendabili. Non è stato
possibile e perciò contribuiamo alla discussione congressualecon questa nostra mozione, cominciando in premessa a segnalare cinque
questioni fondamentali.
Al governo solo a precise
condizioni.
Ferma restando l’inderogabile necessità di unire le nostre forze a quelle degli
altri Partiti di opposizione per cacciare Berlusconi, ci interroghiamo sulle
condizioni di una nostra eventuale partecipazione al governo in caso di
vittoria delle attuali forze di opposizione. Siamo consapevoli dell’importanza
che potrebbe avere la presenza di Rifondazione Comunista in un governo di
coalizione con un programma avanzato. Pensiamo che il nostro Partito sarebbe in
grado di fornire un contributo indispensabile a qualificare in senso
progressivo la piattaforma programmatica del futuro governo. Ma vediamo anche
molti problemi.
L’attuale quadro politico non legittima grande ottimismo: pur con
contraddizioni, le forze che hanno imposto le politiche di «libero mercato»
restano egemoni in tutto il mondo capitalistico; l’ideologia neoliberista
esercita ancora una forte influenza sugli orientamenti delle forze democratiche
e sulla sinistra moderata del nostro Paese e, come si diceva, la conferma di
Bush alla presidenza degli Stati Uniti lascia prevedere che nel prossimo futuro
la strategia della «guerra preventiva» continuerà a ispirare l’agenda politica
della superpotenza e dei suoi alleati.
Non possiamo non vedere i rischi che tale stato di cose porta con sé. Unendo le
proprie forze, il centrosinistra e Rifondazione Comunista possono vincere le
prossime elezioni. Nonostante ciò, non è affatto detto che il futuro governo si
farà carico di quelli che consideriamo obiettivi prioritari: la difesa del
lavoro contro la precarietà; la difesa dei salari e delle pensioni, duramente
colpiti dall’inflazione e dalle politiche economiche di tutti i governi di
quest’ultimo decennio; l’abrogazione delle “leggi-vergogna” di Berlusconi; la
difesa della Costituzione nata dalla Resistenza antifascista; la messa al bando
della guerra, da chiunque dichiarata e la fine di ogni occupazione militare.
Se ciò non avvenisse, una eventuale partecipazione del Partito della
Rifondazione comunista al governo con dei ministri rischierebbe di avere gravi
conseguenze sul nostro Partito, sui nostri militanti, sui settori di società e
di movimenti che oggi guardano a noi.Per
questo – e anche per il fatto che un programma chiaro, che preveda risposte
efficaci ai bisogni della nostra gente, costituisce una premessa indispensabile
per motivare il “popolo della sinistra” nella battaglia elettorale contro le
destre – pensiamo che, prima di decidere se entrare o meno nel prossimo
governo, il Partito debba pretendere precise garanzie a difesa dei soggetti che
intende rappresentare, evitando di firmare cambiali in bianco. Prima i
programmi, poi gli schieramenti:
questo principio, che ha sempre guidato le scelte politiche di Rifondazione
Comunista, è oggi più che mai la nostra bussola.
I diritti del lavoro, questione cruciale.
Un terreno per noi decisivo è costituito dalla difesa e anzi dalla
riconquista dei diritti del lavoro, contro i quali si è abbattuto già nel corso
degli ultimi due decenni del Novecento (e con particolare violenza nel corso
degli anni Novanta) l’attacco del padronato e dei governi.
Per anni – benché
l’area del lavoro salariato continuasse ad espandersi in Italia e nel mondo –
ha imperversato, anche a sinistra, la tesi della «fine del lavoro». Questa
ideologia è servita a distogliere l’attenzione dal massacro sociale subìto
dalle classi lavoratrici. Nel frattempo la condizione dei lavoratori si è fatta
insostenibile. I salari e gli stipendi sono divorati da un’inflazione reale
assai più elevata di quella programmata. La precarietà e la flessibilità sono
divenute norma. Si vorrebbero superare i contratti collettivi nazionali. Le
imprese ricorrono quasi esclusivamente ai rapporti «atipici», a tempo determinato
e senza tutele. Le norme sulla sicurezza sono sistematicamente eluse (l’Italia
è ai primi posti nelle statistiche sugli incidenti mortali sul lavoro, con
oltre 1400 vittime l’anno). La riforma delle pensioni ha duramente colpito il
sistema previdenziale, trasformando per i più in un miraggio il raggiungimento
dell’età pensionistica e gettando milioni di pensionati in condizioni di
povertà.
Tutto questo accade in una Repubblica che il primo
articolo della Costituzione dichiara «fondata sul lavoro». Occorre prendere sul
serio questa dichiarazione, che riposa sulla consapevolezza del fatto che èil lavoro – e non certo un capitale
che si accresce sul suo sfruttamento – la vera fonte della ricchezza del Paese. Occorre reagire contro il dogma della «centralità
dell’impresa», che in Italia non ha nemmeno significato investimenti produttivi
e sviluppo industriale, ma privatizzazione di risorse pubbliche, regalie a una
borghesia parassitaria e accumulazione di profitti e di rendite. Occorre anche
smascherare la retorica della concorrenza e del mercato, che, lungi dal
significare smantellamento degli oligopoli, è servita solo a giustificare
concentrazioni di capitale e rafforzamento delle rendite di posizione.
A questi criteri è necessario sostituirne altri, di segno opposto: piena
occupazione e lavoro stabile; difesa del salario (mediante una nuova «scala
mobile»); difesa del contratto collettivo nazionale e democrazia sindacale;
rilancio della programmazione economica e dell’intervento pubblico, a cominciare
dai settori a bassa redditività immediata (infrastrutture, ricerca,
formazione); potenziamento dei servizi sociali. Non basta. È tempo anche di
prendere sul serio quanto la Costituzione prescrive in materia di funzione
sociale dell’iniziativa economica privata, prevedendo forme di controllo «dal
basso» sui piani d’impresa, sull’organizzazione del lavoro, sull’impatto
ambientale delle produzioni e sull’impiego dei finanziamenti pubblici ricevuti.
La difesa del lavoro e dei suoi diritti è il fondamento di una reale democrazia
e il centro delle preoccupazioni dei comunisti. Data per morta, la
contraddizione capitale-lavoro resta in realtà centrale. E il lavoro dipendente
rimane, nelle sue molteplici forme, il fulcro del blocco sociale in grado di
realizzare la trasformazione dello stato di cose presente.
In Iraq c’è
una Resistenza di popolo.
Il dramma della guerra in Iraq occupa da oltre un anno e mezzo il centro della
scena internazionale. L’attacco imperialista a uno Stato sovrano da parte degli
Stati Uniti, della Gran Bretagna e dei loro più stretti alleati (tra cui figura
purtroppo anche l’Italia) ha sin qui causato la morte di oltre 100mila civili
innocenti: un massacro che pesa come un macigno sugli uomini e sui governi che
hanno messo in atto questa infame impresa bellica, un gravissimo crimine contro
l’umanità, che rende più che mai necessario l’immediato ritiro dall’Iraq
di tutte le truppe di occupazione, a
cominciare da quelle italiane.
Ma le cose non vanno secondo le previsioni di Bush, di Blair e di Berlusconi.
La guerra, che si sarebbe dovuta concludere in poco più di un mese, dura
ancora, e ciò rende più difficileagli
Stati Uniti, almeno per il momento, nuove aggressioni, già pianificate, a danno
di altri Stati sovrani (a cominciare dai cosiddetti «Stati canaglia»: Iran,
Siria, Corea del nord e Cuba). La macchina bellica più agguerrita del mondo
stenta ad avere la meglio contro un Paese distrutto e contro una popolazione
stremata. Ciò si deve al fatto che all’occupazione militare il popolo iracheno
ha risposto con straordinario coraggio e orgoglio, mettendo in campo una
capillare Resistenza armata che i continui bombardamenti e gli attacchi di
terra delle truppe anglo-americane non sono ancora riusciti a piegare.
Questa
Resistenza di popolo deve essere riconosciuta e sostenuta quale espressione della legittima
aspirazione della popolazione irachena all’indipendenza e all’autonoma
determinazione del proprio futuro. Per questo dissentiamo da chi, con la
complicità dei media, evoca una presunta «spirale guerra-terrorismo». Non solo
questa formula cancella dalla scena la Resistenza irachena, ma per di più
suggerisce una inammissibile equivalenza delle responsabilità. Ferma restando
la più netta condanna del terrorismo, noi riteniamo invece che la responsabilità
di questa guerra criminale incomba esclusivamente su Bush e sui suoi alleati,
che hanno scatenato l’attacco all’Iraq per tutt’altre ragioni (il controllo
delle risorse energetiche; la competizione geopolitica con la Cina, la Russia e
l’Unione europea; gli enormi profitti legati alla spesa militare e al
business della «ricostruzione», ecc.).
Ha ragione il premio Nobel Pérez Esquivel quando afferma che è Bush oggi il più
pericoloso terrorista. Da questo giudizio deve, a nostro giudizio, prendere
avvio qualsiasi discorso sulla guerra in Iraq.
La
nostra storia è un patrimonio, non un problema.
Essere comunisti oggi è
difficile anche perché più che mai violento è l’attacco alle nostre idee, alle
nostre aspirazioni, alla nostra storia. Il revisionismo storico, che punta a
criminalizzare l’idea stessa della lotta di classe, stravolge l’intera
esperienza del movimento rivoluzionario operaio e comunista presentandola come
una sequenza di violenze e di fallimenti. Di recente questa tesi liquidatoria si
è fatta strada anche a sinistra. Autorevoli intellettuali hanno rappresentato
l’eredità del secolo scorso come un cumulo di macerie. Contro le rivoluzioni
proletarie e la stessa Resistenza antifascista sono stati intentati processi
sommari con condanne senza appello. Da ultimo si è giunti a dichiarare
politicamente morti tutti i più grandi dirigenti comunisti del Novecento.
Non ci riconosciamo in questi bilanci, che riteniamo storicamente e
politicamente errati. Il movimento comunista ha dato forza alla rivendicazione
dei diritti fondamentali delle masse lavoratrici e si è sempre schierato contro
la guerra, per la pace e per la giustizia sociale. L’insegnamento dei suoi più
grandi dirigenti del Novecento – da Lenin a Gramsci – è ancora un contributo
prezioso per l’analisi critica della società capitalistica. Le grandi
rivoluzioni che si sono susseguite dopo il 1917 hanno liberato sterminate masse
di popolo e inaugurato una nuova epoca storica, nella quale si colloca la
nostra esperienza di comunisti. La Resistenza antifascista – nella quale furono
in prima fila i partigiani comunisti – ha permesso al nostro paese di
riconquistare dignità e democrazia dopo l’infame vicenda del fascismo, delle
sue leggi razziste e della guerra al fianco di Hitler.
Di questa storia siamo orgogliosi. Non ne
dimentichiamo limiti e pagine buie, ma non condividiamo atteggiamenti
liquidatori. Pensiamo che occorra, certo, procedere nella ricerca e nella
riflessione. Ma rivisitare la storia non significa rimuoverla.
Non condividiamo la assunzione della teoria della nonviolenza come nuovo tratto
identitario di Rifondazione Comunista. Le forme di lotta dipendono dal contesto
in cui si praticano: oggi in Italia è possibile praticare la lotta pacifica
anche perché ieri i partigiani, con le armi in pugno, hanno sconfitto il
fascismo; per contro, in Iraq – dopo una guerra e una occupazione illegittime –
il popolo iracheno è costretto a dare vita ad una resistenza anche armata per
sconfiggere gli invasori.
Anche il concetto secondo il quale i comunisti non lottano per conquistare il
potere ci pare non solo estraneo alla nostra storia, ma incomprensibile. Essere
in un governo con dei ministri non significa forse “contaminarsi” col potere?
Non c’è mai, nella realtà, un vuoto di potere. Perdere di vista questo terreno,
per rimanere puri e incontaminati, significherebbe rinunciare alla lotta
politica e renderebbe nei fatti impraticabile l’obiettivo della trasformazione
della società in senso socialista.
Il Partito: uno strumento
essenziale.
Gli straordinari impegni che ci attendono impongono
di dedicare particolare cura al Partito, al suo rafforzamento organizzativo, al
suo insediamento sociale e territoriale.
Occorre un Partito comunista capace di organizzare lotte, promuovere
conflitti, sviluppare movimenti, radicato nella società e nel mondo del lavoro
e culturalmente autonomo dalle ideologie dominanti: un Partito, in ultima
analisi, che consenta di tenere aperta la prospettiva del superamento del
capitalismo.
Ciò pone in primo piano la necessità di una politica per l’organizzazione, tesa
in particolare alla formazione di quadri e militanti, al rafforzamento e al
rilancio delle strutture di base. I circoli, sia quelli territoriali che di
luogo di lavoro, vivono oggi uno scarso coinvolgimento nella elaborazione della
linea politica del Partito. Ciò determina un senso di disorientamento che in
alcuni casi produce situazione di passività, di disaffezione e di calo della
militanza.
Per queste ragioni, si richiede una correzione di linea rispetto alle
“innovazioni” introdotte nel V Congresso, che, accentuando questo processo,
sono andate nella direzione di costruire un Partito “leggero” e “mediatico”. Ne
sono conferma il calo degli iscritti e, ancora di recente, la scarsa
partecipazione alla nostra ultima manifestazione nazionale: tutti elementi in
controtendenza rispetto allo sviluppo di importanti movimenti verificatosi nel
corso di questi anni.
Occorre una netta inversione di tendenza, che consenta di recuperare i gravi
ritardi nella discussione sullo stato dell’organizzazione, e di riconoscere nel
Partito e nella sua forza organizzata uno strumento essenziale per la
trasformazione della società.
***
Tesi 1 - Per il superamento del capitalismo
L’obiettivo del superamento del capitalismo verso il socialismo e il comunismo
non è semplicemente un’aspirazione: esso nasce dalle stesse contraddizioni
antiche e nuove che il capitalismo non è in grado di risolvere.
Il capitalismo è entrato nel terzo millennio portando con sé
contraddizioni sempre più profonde. Nonostante la dinamicità e l'opulenza che
manifesta in ambiti anche rilevanti, esso si rivela incapace di offrire una
vita dignitosa alla maggioranza degli abitanti del pianeta. Centinaia di
milioni di esseri umani vengono privati dei più elementari diritti. Adulti e
bambini muoiono di fame e di sete. Epidemie e guerre affliggono gran parte
della popolazione mondiale, mentre si riaprono piaghe – la guerra, il razzismo,
la schiavitù, l’analfabetismo, il lavoro minorile – che ci si era talvolta illusi
di aver sanato o ridotto. Negli stessi paesi capitalistici più sviluppati
tornano guerre e tentazioni autoritarie e, come sempre, sono le fasce più
deboli della popolazione (i proletari, i giovani e i più anziani, i migranti) a
pagare il prezzo più alto della regressione. Il diffondersi di vecchie e nuove
forme di sfruttamento, di povertà e di emarginazione nel cuore stesso
dell’Occidente capitalistico è indice di come il sistema non riesca a
congiungere le immense potenzialità del progresso scientifico con il progresso
sociale e la umanizzazione delle relazioni fra gli esseri umani.
Non è colpa di un «destino cinico e baro», ma dei meccanismi stessi del sistema
capitalistico, fondato sulla indiscriminata ricerca del profitto, sul
saccheggio delle risorse naturali e sullo sfruttamento della forza-lavoro di
sterminate masse umane a vantaggio di un pugno di banche e di multinazionali di
Paesi capitalistici del «libero Occidente». A questo insieme di cause si deve
anche il fatto che, a quindici anni dal 1989, lo stato di guerra sia il tratto
dominante del quadro internazionale.
Si tratta di una tendenza che non accenna ad attenuarsi e della quale la
rielezione di Bush lascia piuttosto prevedere una recrudescenza. Mentre i
motivi addotti a giustificazione del massacro iracheno – connivenza col
terrorismo, detenzione di armi di distruzione di massa – si sono rivelati
falsi, diventa ogni giorno più evidente la vera finalità della guerra:
controllare la regione del mondo più ricca di risorse energetiche e colonizzare
militarmente una zona decisiva per tenere sotto minaccia missilistica i più
pericolosi concorrenti della superpotenza statunitense, in particolare la Cina.
L’Afghanistan e l’Iraq (insieme alle ex-repubbliche sovietiche dell’Asia
centrale) sono regioni nelle quali gli Stati Uniti stanno insediando importanti
basi militari.
Lo scenario
è quello di una competizione per l’egemonia mondiale nel XXI secolo. Gli Stati
Uniti, di fronte alle proprie difficoltà economiche, a un debito estero che è
il maggiore del mondo, all’emergere di nuove aree economiche, geopolitiche e
valutarie che ne minacciano il primato mondiale, scelgono la guerra
«permanente» e «preventiva» per tentare di vincere la competizione globale sul
terreno militare, dove sono ancora i più forti. E dove si propongono di
raggiungere una superiorità schiacciante sul resto del mondo, per cercare di
invertire una tendenza crescente al declino del loro primato economico.
Tesi 2 – La teoria
dell’Impero smentita dai fatti
La
mondializzazione capitalistica smentisce la tesi dell’azzeramento del ruolo
degli Stati, ponendo in risalto piuttosto due tendenze: da un lato, l’esistenza
diStatisempre più forti, collocati ai vertici del mondo; d’altro lato,
la realtà di Stati deboli o in via di disgregazione. Le guerre e le aggressioni
imperialiste condotte nell’ultimo decennio hanno evidenziato questo processo:
significativi esempi sono la divisione della ex-Jugoslavia e i tentativi in
atto di smembramento della Federazione russa.
Gli Stati forti disgregano e attraggono entro le proprie «aree di influenza».
Ciò fa parte della perdurante tendenza alla costituzione di poli capitalistici e imperialistici in competizione tra
loro, entro cui i singoli Stati si coordinano – pur con contraddizioni
interne – nell’intento di conseguire una dimensione ottimale per reggere la
concorrenza internazionale. L’odierna gerarchia capitalistica si ridisegna
intorno a tali entità continentali e alle principali compagini statuali e
inter-statuali che le costituiscono (gli Stati Uniti; l’Unione europea con
l’asse franco-tedesco; il Giappone).
Lo Stato resta dunque un elemento chiave e ciò conferma la piena
attualità della nozione di «imperialismo». Pur entusiasticamente accolta da
vasti settori della «sinistra critica», la teoria dell’«Impero» (secondo cui ai
governi nazionali sarebbe ormai subentrata una sorta di direttorio mondiale
composto da Usa, Cina, Russia, Giappone) si è dimostrata totalmente infondata.
Gli stessi organismi internazionali (Fondo monetario, Banca mondiale, Wto,
ecc.) sono diretta espressione degli Stati guida e ciascun polo capitalistico
cerca di proteggere le proprie imprese transnazionali predisponendo (con gli
strumenti della diplomazia e, se necessario, con la guerra) le condizioni più
favorevoli al loro sviluppo.
Le tensioni
tra Stati Uniti ed Europa si sono accentuate e tutto lascia prevedere che, in
seno all’Unione europea, il contrasto tra filo-americani e sostenitori di una
maggiore autonomia europea nelle relazioni transatlantiche sia destinato ad
approfondirsi.
Usciti vincitori dalla Guerra fredda, gli Stati Uniti hanno puntato
tutto sulla conservazione del proprio status di unica superpotenza mondiale e
per questo intendono impedire l’emergere di qualsiasi potenziale competitore.
Inevitabilmente ciò li sospinge verso una crescente rivalità nei confronti
delle potenze regionali emergenti e, soprattutto, del gigante cinese, i cui
vertiginosi ritmi di crescita economica non possono non impensierire la
dirigenza statunitense. Non è un caso che – anche per la sua direzione politica
– oggi la Cina sia considerata dalla Casa Bianca l’antagonista più pericoloso
dei prossimi decenni.
Tesi 3 - Il movimento contro la guerra e il
neoliberismo e la resistenza antimperialista dei popoli.
Dalla contestazione dei vertici economici e politici delle
maggiori potenze capitalistiche si è venuto sviluppando un grande movimento di
massa che ha saputo diffondere la consapevolezza della distruttività
dell’attuale modello di sviluppo. A Seattle, a Porto Alegre, a Bombay e a
Cancun, i Forum sociali mondiali hanno costituito straordinari appuntamenti nei
quali si è via via consolidato un “comune sentire” critico contro la violenza
del capitalismo, la fame, le guerre, la devastazione ambientale.
Questa spontanea e tenace mobilitazione è di per sé una risorsa preziosa per la
lotta di massa contro il capitalismo neoliberista e contro la guerra.
L’aggressione anglo-americana all’Iraq ha indotto decine di milioni di donne e
di uomini a scendere in strada in diversi Paesi per manifestare la propria
volontà di pace. Benché non sia di per sé riuscita a impedire la guerra, la
massiccia mobilitazione del popolo della pace (che in Italia ha tratto vigore
anche dal ritorno della conflittualità operaia di cui a sua volta ha favorito la
crescita) ha contribuito in modo determinante alla crescente delegittimazione,
etica ancor prima che politica, dell’azione militare.
Il movimento mondiale contro il neoliberismo e la guerra non è l’unico elemento
positivo sul quale investire contro la politica bellicista di Bush. In Iraq la
superpotenza americana è messa in difficoltà da un’imprevista ed efficace
azione di Resistenza. Senza la Resistenza degli iracheni (che dopo trent’anni
dalla fine della guerra in Vietnam conferma come la superiorità tecnologica
statunitense non sia sufficiente per piegare un popolo) oggi assisteremmo a
nuove guerre e ancor maggiori sarebbero le difficoltà per quanti si oppongono
all’aggressività dell’imperialismo anglo-americano.
Tutto ciò significa anche che è sbagliato rinchiudere queste vicende
nella formula della «spirale guerra-terrorismo». Non è in questione il fatto
che il fenomeno terroristico (nei cui confronti i comunisti hanno sempre
espresso una condanna chiara e senza appello) possa avere un suo autonomo
progetto politico. A parte il fatto che alcuni episodi (a cominciare dall’11
settembre) restano per molti versi oscuri, altri sono i punti in questione e da
ribadire con forza.
Va detto
che la responsabilità più gravedella
violenza nel Medio Oriente incombe oggi sul terrorismo bellico di Bush e Sharon. E va sottolineato con la
massima chiarezza che la resistenza
armata contro l’invasore non è terrorismo. Ciò è valso ieri per i popoli
che hanno dovuto impugnare le armi contro il colonialismo, il fascismo, il
nazismo e le aggressioni imperialistiche di ogni tipo, ed è vero oggi per i
resistenti iracheni, per l’Intifada palestinese, per la guerriglia colombiana e
per ogni altra lotta di popolo e antimperialista. Chi riduce queste realtà
entro l’uniforme contesto del terrore di fatto nega la legittimità di qualunque
forma di resistenza armata all’oppressione violenta di popoli e classi. Al
contrario, è necessario esprimere piena solidarietà alla Resistenza dei popoli
aggrediti, a cominciare, oggi, dal popolo iracheno.
Tesi 4 - Al fianco
dei popoli che lottano contro l’imperialismo
Accanto
al sostegno alla Resistenza irachena, l’agenda dell’iniziativa
internazionalista ci consegna altri impegni prioritari.
Va intensificato l’appoggio alla Resistenza del popolo palestinese contro il terrorismo di Stato di Sharon e i
progetti neocoloniali di matrice sionista. Occorre incalzare la comunità
internazionale (in particolare l’Europa) perché si impegni per la restituzione
ai palestinesi dei loro territori occupati da Israele nel 1967 (inclusa
Gerusalemme est), per la creazione di un loro Stato sovrano e indipendente, e
per la scarcerazione di tutti i prigionieri politici detenuti nelle carceri
israeliane. Va richiesto l’immediato l’abbattimento del «muro della vergogna»
voluto dal governo di Israele.
È indispensabile sostenere Cuba che, insieme alla propria sovranità,
difende – tra mille difficoltà e nonostante i rigori imposti da un infame
embargo – le conquiste della propria rivoluzione. Sostenere la rivoluzione cubana
significa anche valorizzare, rispetto al contesto dato, un modello sociale e
politico in grado di rappresentare per molti Paesi un’alternativa alle
devastazioni del capitalismo. Il livello raggiunto da Cuba in materia di
sanità, istruzione, aspettativa di vita, tutela dei bambini non ha confronti in
tutta l’America Latina e Centrale. A ciò si aggiunga (senza per questo negare
le difficoltà) che Cuba potrebbe ulteriormente migliorare il livello di vita
del proprio popolo e investire di più nella solidarietà internazionalista, se
non dovesse difendersi dalla continua aggressione militare, terroristica ed
economica degli Stati Uniti.
Altrettanto importanti, per un’America Latina autonoma dagli Usa, sono
l’esperienza avviata dal governo venezuelano e la vittoria del Frente Amplio in
Uruguay. Lo stesso governo Lula – nonostante talune criticabili scelte di
politica economica – conferma il risveglio del continente latino-americano nel
suo complesso. Si inscrivono in questo quadro le iniziative per l’estensione
del patto di cooperazione e integrazione economica tra i Paesi dell’America
Latina (il Mercosur), che cercano di percorrere strade diverse da quella
dell’Alca, il patto di libero scambio fortemente perseguito dagli Usa.
Siamo parimenti solidali con le lotte dei popoli e dei Paesi progressisti
afroasiatici, a partire da quelle emblematiche dei lavoratori e dei popoli del
Sudafrica, della Nigeria, dell’India non allineata, del Vietnam socialista.
Tesi 5 - Contro la guerra, fuori dalla Nato
Occorre sviluppare una intransigente iniziativa volta a impedire
ulteriori violazioni dell’articolo 11 della Costituzione. L’Italia non dovrà
mai più partecipare ad interventi militari (nemmeno sotto copertura Onu, né
indirettamente tramite la concessione di basi militari, spazi aerei, strutture
logistiche) se non in difesa del proprio territorio da una invasione straniera.
Tale iniziativa (resa ancor più urgente dalla rielezione di Bush) deve
interagire con tutte le forze che si oppongono ai progetti di riarmo connessi
al progetto di esercito europeo, sostenuto da alcuni Paesi dell’Unione.
Inoltre occorre ribadire la necessità di giungere allo smantellamento di tutte
le basi militari Nato e Usa presenti in Italia. Tale obiettivo – posto
all’ordine del giorno dalla dissoluzione del Patto di Varsavia – è divenuto
inderogabile in seguito alla trasformazione del Patto atlantico in una alleanza
con scopi ancor più dichiaratamente offensivi. Infatti (come si è già
verificato anche in Italia, in occasione della guerra contro la Jugoslavia) la
nuova Nato può oggi intervenire in ogni parte del mondo, senza neppure una
decisione formale dei parlamenti dei Paesi coinvolti.
La battaglia pacifista richiede che i comunisti siano attivamente presenti nel
movimento mondiale per la pace. Occorre essere consapevoli che dalla vitalità
di questo movimento dipendono in larga misura i risultati dell’impegno profuso
in ogni continente dai governi, dai popoli, dalle forze politiche e sociali,
sindacali e religiose che si battono contro la guerra. È essenziale che questo
movimento rafforzi i propri legami con le organizzazioni del movimento operaio.
Nulla è più urgente oggi della ricomposizione
dei diversi settori di movimento e della costruzione di piattaforme
unitarie di lotta contro la guerra e contro il neoliberismo, a partire dalla
lotta per il disarmo, per lo smantellamento di tutte le basi militari straniere
e per un Trattato internazionale di non proliferazione che metta al bando e
distrugga tutte le armi di sterminio, cominciando dagli arsenali dei Paesi che
ne possiedono di più.
Tesi 6 - Per un’altra Europa
Negli
ultimi tre decenni i Paesi dell’Unione europea hanno dovuto far fronte alla
generale crisi del processo di accumulazione. La “cura” prescritta dalle
autorità economiche dell’Unione si è rivelata peggiore del male. Il «Patto di
stabilità e di crescita» ha imposto il dogma dell’equilibrio di bilancio,
impedendo politiche espansive e rendendo inevitabili drastici tagli alla spesa
pubblica. In un quadro che non mette in discussione la continua crescita dei
profitti e degli alti redditi (e impedisce quindi un uso redistributivo della
leva fiscale),le uniche leve
compatibili con tale impostazione risultano essere la privatizzazione dei
servizi e delle grandi imprese pubbliche, e la riduzione delle tasse (a
beneficio dei ricchi). Gli effetti di queste scelte sono sotto gli occhi di
tutti: drastico ridimensionamento dello Stato sociale, privatizzazione di
settori di pubblico interesse, stagnazione e distruzione di sempre più vasti segmenti
di attività produttiva, crescita della disoccupazione e aumento delle
disuguaglianze. Dilagano la liberalizzazione del mercato del lavoro e con essa
la precarietà. I contratti nazionali e tutte le conquiste operaie (a cominciare
dall’orario di lavoro) sono sotto attacco. Ove ciò non bastasse, la recente
decisione di allargare l’Unione a dieci Paesi ex-socialisti ha ulteriormente
acuito le dinamiche di concorrenza interna alle classi lavoratrici europee.
Contro questo stato di cose è necessaria un’azione congiunta di tutte le
forze sociali e politiche democratiche e di sinistra volta ad affermare una
politica economica opposta a quella sin qui praticata in sede comunitaria. È
giunto il momento di attuare scelte economiche con finalità di ordine sociale
quali la piena occupazione, l’effettiva eliminazione delle aree di povertà, la
ricostruzione di efficienti sistemi pubblici di welfare, la garanzia della casa per tutti, una politica
pubblica di rilancio delle aree depresse e un concreto impegno nella lotta
contro l’analfabetismo e per l’innalzamento generalizzato dell’obbligo
scolastico.
A questa
Europa di pace e di giustizia sociale servirebbe un’autentica Costituzione,
completamente diversa dal Trattato costituzionale recentemente approvato. Le
ragioni per le quali quest’ultimo va respinto sono molte e gravi: l’assenza di
un percorso democratico alla base della sua elaborazione, il rifiuto di
qualsiasi politica di regolazione del mercato, l’attribuzione di funzioni
meramente residuali all’intervento pubblico, l’incoraggiamento di meccanismi di
concorrenza interna sul costo del lavoro e la mancanza di una parola chiara
contro la guerra. La battaglia per un’Europa politica unita e autonoma,
democratica e pacifica dovrà necessariamente passare per una Costituzione
nettamente contraria alla guerra, che ruoti intorno alla difesa dei diritti del
lavoro e promuova politiche economiche espansive.
Chi vuole un’Europa davvero autonoma dagli Usa e dal loro modello di società
deve avere un progetto alternativo, che comprenda tutti i Paesi del continente
andando oltre l’attuale Unione europea e le basi neoliberiste, transatlantiche
e neo-imperialiste su cui essa è venuta formandosi.
È vero che oggi l’imperialismo franco-tedesco è meno pericoloso per la pace
mondiale di quello Usa e può fungere, a volte, da ostacolo per le spinte più
aggressive. Ma sarebbe sbagliato trarne una linea di incoraggiamento al riarmo
dell’Unione europea: i movimenti operai e i popoli europei, e ogni progetto di
Europa sociale e democratica, verrebbero colpiti al cuore da una politica di
militarizzazione del continente su basi neo-imperialistiche. Essa stimolerebbe
la corsa al riarmo a livello internazionale e il costo di una crescita
esponenziale delle spese militari, in un’Europa neo-liberale dove già oggi
vengono colpite le condizioni di vita e di lavoro dei ceti popolari,
distruggerebbe quel poco che rimane dello Stato sociale europeo.
Più in generale va contrastata l’illusione che una Unione europea sotto
l’egemonia del grande capitale possa rappresentare una alternativa di progresso
all’imperialismo Usa. E che i processi di integrazione in atto in Europa, nei
loro assi portanti, siano una sorta di contenitore neutrale che possa essere, a
seconda dei casi, riempito di contenuti di destra o di sinistra, e non invece –
come in realtà sono – un progetto strategico coerente di integrazione
capitalistica e neo-imperialistica.
Tesi 7 - Comunisti in Europa e nel mondo
Siamo per sostenere tutte quelle iniziative che, su scala europea e
mondiale, favoriscono – nel pieno rispetto dell’autonomia di ogni partito – una
incisiva e strutturata unità d’azione delle forze comuniste e di sinistra
anticapitalistica e antimperialista.
La convergenza sempre più forte di tutti coloro i quali oggi lottano contro la
guerra e l’imperialismo rappresenta un obiettivo in vista del quale debbono
impegnarsi le forze comuniste e rivoluzionarie. Da questo punto di vista i
Forum sociali mondiali e continentali sono luoghi importanti che possono
favorire questo processo.
La consapevolezza che il terreno nazionale resta importante per dare basi di
massa ad ogni iniziativa, non ci induce a rinunciare a lavorare sul piano
internazionale. Anzi. Le nostre critiche a come si è operato per dar vita al
Partito della Sinistra europea sono indirizzate alla proposta politica e
organizzativa che esso configura e non sono certamente ispirate ad un progetto
di chiusura autarchica. La piattaforma su cui si è costituito il Partito della
Sinistra europea manca di una connotazione di classe e anticapitalista; essa
propone un profilo identitario e progettuale genericamente di sinistra. Le
nostre riserve erano e sono dettate dalla preoccupazione per la insufficiente
capacità aggregativa del nuovo soggetto, al quale infatti non hanno aderito
numerosi Partiti comunisti e di sinistra anticapitalistica.
Resta l’esigenza di superare questi limiti che hanno contraddistinto la
costruzione del Partito della Sinistra europea. Proprio la consapevolezza
dell’importanza del terreno europeo e la necessità di coinvolgere tutte le
forze che si collocano a sinistra della socialdemocrazia, ci inducono a
ribadire la necessità di costruire un Forum o un Coordinamento permanente e
strutturato (sul tipo di quello realizzato a San Paolo del Brasile), in grado di
comprendere l’intera sinistra comunista, anticapitalista e antimperialista
dell’Europa, dall’Atlantico agli Urali.
Tesi 8 – Il nostro impegno unitario per battere le destre e Berlusconi
Benché
indebolito dai disastrosi effetti della sua politica economica e duramente
provato dai recenti risultati elettorali, il governo Berlusconi continua la sua
politica antipopolare, grazie anche alle debolezze dell’opposizione. Un
sostegno al governo in carica proviene anche dal quadro internazionale, al
quale la rielezione del presidente Bush imprime una marcata tendenza
conservatrice. Il Paese continua a subire le pesanti conseguenze di quella
miscela di populismo, autoritarismo e affarismo che costituisce l’essenza del
berlusconismo. Sia sul terreno delle politiche sociali ed economiche (legge 30,
riforma delle pensioni, Bossi-Fini, privatizzazioni) che su quello delle
politiche istituzionali (devolution,
presidenzialismo, leggi Moratti) la destra ha sistematicamente sfruttato i
gravi errori compiuti dai governi di centrosinistra negli anni Novanta,
radicalizzandone il segno antipopolare.
Oggi, mentre la scelta di allineare l’Italia alla politica estera
Usa e di coinvolgerla nella guerra in Iraq non viene rimessa in discussione,
sul fronte interno vanno avanti l’offensiva contro i diritti del lavoro e
l’attacco contro la Costituzione, lo Stato di diritto e l’unità del Paese.
Vengono promulgate riforme costituzionali di chiara marca piduista tese a
concentrare tutto il potere decisionale nelle mani del «capo del governo».
Vengono varate normative che colpiscono pesantemente libertà civili e diritti
della persona (si pensi alla legge sulla fecondazione assistita). E mentre la
morsa di Berlusconi sul sistema informativo non accenna ad allentarsi, si
annunciano nuove misure volte a cancellare qualsiasi vincolo a garanzia del
pluralismo in campagna elettorale (par
condicio).
La battaglia per cacciare le destre dalla guida del Paese non è ancora vinta. È
e resta l’obiettivo prioritario, da realizzare unitariamente.Sarebbe pertanto un grave errore ragionare
come se si trattasse di un dato acquisito. Ci sono segnali positivi: l’unità di
tutte le opposizioni, la persistenza dei movimenti e l’affermazione anche
elettorale della sinistra di alternativa. Ma ciò non basta a rovesciare la
situazione e a modificare complessivamente i rapporti di forza sociali e
politici, come dimostrano – tra l’altro – il mancato avvio del confronto
programmatico e una inadeguata mobilitazione contro le iniziative reazionarie
del governo.
Tesi 9 - Il dissesto economico e sociale del Paese
Dall’inizio
del 2001 l’economia italiana è bloccata. Dagli anni Ottanta è in atto un
progressivo ridimensionamento della grande industria. Gli imprenditori
preferiscono scegliere la strada della flessibilità o della delocalizzazione.
In una parola, si è imboccata con decisione la “via bassa” dello sviluppo,
basata sul contenimento dei costi: bassi salari e flessibilità. Per questo
corriamo verso il baratro: non si dà fiato ai settori industriali strategici e
non si dà risposta né ai bisogni né ai diritti delle lavoratrici e dei
lavoratori.
I riflessi sociali di queste scelte sono gravi, in particolare nel
Mezzogiorno. Il potere d’acquisto di salari e pensioni si riduce (-2,6% nel
triennio 2000-02, a fronte di un aumento del 4,5% del potere d’acquisto dei
redditi di imprenditori e professionisti); la povertà cresce espandendosi
dentro il mondo del lavoro; la questione abitativa – tra caro-affitti e sfratti
– diviene sempre più grave per effetto del fallimento dei «patti in deroga».
L’occupazione perde in qualità: il lavoro (soprattutto quello delle donne, su
cui si scaricano i più pesanti contraccolpi del declino produttivo del Paese e
dello smantellamento del welfare)
è precarizzato, dequalificato e sottopagato. Al servizio pubblico in via di
smantellamento si sostituiscono, nella erogazione di servizi essenziali,
cooperative sociali che, smentendo la retorica del cosiddetto «privato
sociale», operano costringendo i propri addetti a condizioni di supersfruttamento
e di azzeramento di diritti e tutele. Per contro crescono le grandi ricchezze. In tale contesto, l’aumento reale di salari,
stipendi e pensioni sarà il tema su cui dovrà concentrarsi il massimo di
attenzione delle forze politiche e sociali che sostituiranno la destra alla
guida del Paese.
I giovani sono i più colpiti, privi di tutele e diritti sul lavoro ed
espropriati di un’istruzione pubblica e di massa che diventa, al contrario,
merce al servizio delle imprese.Più
in generale, la condizione dei soggetti più deboli non costituisce
un’eccezione, ma la spia della tendenza regressiva in atto. I cittadini
stranieri di recente immigrazione nel nostro Paese –che sono ormai una componente importante del mondo del lavoro
– sono oggetto di sistematiche e incostituzionali discriminazioni, esposti
all’arbitrio delle autorità di polizia, privati del diritto di asilo, segregati
in campi di reclusione la cui istituzione figura tra le più gravi
responsabilità degli ultimi governi di centrosinistra. La popolazione detenuta
nelle carceri italiane (costituita in gran parte da migranti e
tossicodipendenti, molti dei quali affetti da Aids) soffre i mali cronici di un
sistema penitenziario sovraffollato, ospitato in edifici spesso fatiscenti,
privo dei servizi essenziali, tale da rendere improponibile qualsiasi
riferimento al fine rieducativo della pena.
Occorre intervenire per offrire una prospettiva di svolta al Paese: per
consentirgli di imboccare la “via alta” dello sviluppo, fondata sulla qualità
(sociale e ambientale) e sull’innovazione (di processi produttivi e di
prodotti), sul lavoro non precario e sulla qualificazione professionale e
salariale, sull’equità redistributiva (si inserisce qui anche l’inderogabile
necessità di ripristinare il regime dell’«equo canone»), sull’investimento in
ricerca e sulla programmazione pubblica. Un ruolo chiave nel rilancio del
sistema produttivo del Paese dev’essere affidato all’intervento pubblico, al
quale vanno riservate funzioni non solo di programmazione, ma anche di iniziativa
in settori strategici (infrastrutture, trasporti, energia, manutenzione del
territorio, ecc.) e nella diretta gestione di grandi imprese (a cominciare
dalla Fiat) vitali per l’intera economia del Paese.
Per quanto riguarda in particolare i diritti del lavoro, occorre avviare
iniziative che affrontino i temi della programmazione economica democratica e
della democrazia aziendale, per giungere al riconoscimento del diritto dei
lavoratori a contrattare tutti gli aspetti del rapporto di lavoro, ad essere consultati
tramite le loro organizzazioni circa la modifica degli indirizzi produttivi,
l’adozione di nuove tecniche produttive e di nuovi assetti dell’organizzazione
del lavoro.In vista di questi
obiettivi le opposizioni hanno il dovere di sviluppare una forte iniziativa
unitaria, capace di ostacolare i piani della destra attraverso la mobilitazione
nel Paese e nelle istituzioni.
Tesi 10 - Giovani, scuola e lavoro
In questo quadro di regressione economica e sociale, la questione giovanile non è una semplice
questione generazionale. Essere giovani oggi in Italia significa trovarsi in
una condizione di particolare esposizione all’attacco delle politiche
neoliberiste, che producono incertezza, precarietà, mercificazione di tutti gli
aspetti della vita dei giovani. Per questo, all’interno dei movimenti, i
giovani, esprimendo il totale rifiuto dei guasti prodotti dal neoliberismo,
sono portatori di una critica radicale nei confronti di un modello di società oggettivamente intollerabile.
È il caso degli studenti (che subiscono i contraccolpi della violenta offensiva
scatenata dal governo contro la scuola pubblica e l’Università) e soprattutto
dei lavoratori – in particolare, dei precari – la cui spinta rivendicativa ha
già trovato importanti momenti di visibilità come in occasione degli scioperi
degli autoferrotranvieri, del «May Day», organizzato lo scorso primo maggio a
Milano, e della manifestazione del 6 novembre scorso a Roma. Per questo occorre
muoversi su due terreni, strettamente connessi tra loro.
Da un lato è necessario restituire centralità ai conflitti del lavoro:
l’obiettivo dev’essere quello di unire le vecchie e le nuove forme di
sfruttamento in una battaglia contro la precarietà e il lavoro nero e per
l’occupazione giovanile, stabile e qualificata, urgente soprattutto nel
Mezzogiorno. Dall’altro lato, occorre suscitare una iniziativa di massa in
difesa del diritto allo studio, impegnandosi per una riforma che restituisca la
scuola alla sua autentica funzione sociale e battendosi contro la scuola della
selezione di classe e contro la devastazione dell’Università pubblica. La
mobilitazione per il diritto allo studio è, in sé, critica della precarietà e
pone contemporaneamente le basi per un impegnativo intervento dei comunisti e
della sinistra sul terreno della formazione e dei saperi.
Abbiamo il compito di aprire con urgenza una nuova stagione di conflitto
che metta al centro la lotta alla precarietà del lavoro e dell’istruzione. Ciò
diviene possibile nella misura in cui il Partito, tramite le sue strutture di
base e insieme ai Giovani comunisti, è in grado di rapportarsi al crescente
disagio giovanile, materiale e morale, sviluppando, a partire da esso, una
forte iniziativa politica contro il neoliberismo.
Tesi 11 - Il quadro delle forze di opposizione
La
necessaria iniziativa unitaria delle forze di opposizione incontra tuttavia un
serio ostacolo nelle divergenze che permangono tra le due anime del
centrosinistra: l’area moderata (maggioranza dei Ds, Margherita, Sdi e Udeur) e
la componente di sinistra (sinistre Ds, Pdci, Verdi).
Si danno letture diverse e spesso contrapposte del quadro delle forze di
opposizione. Non riteniamo corretta, purtroppo, la valutazione secondo cui la
componente maggioritaria del centrosinistra si sarebbe spostata a sinistra. Pur
in presenza di ripensamenti critici su alcune scelte compiute nello scorso
decennio, non è stata operata una cesura rispetto alle politiche messe in atto
nella seconda metà degli anni Novanta. Ciò è vero in relazione a tutti i
terreni qualificanti: le politiche economiche (privatizzazioni e «Patto di
Stabilità»), le politiche sociali (pensioni) e del lavoro (flessibilità e
precarizzazione), le questioni istituzionali (maggioritario e
presidenzialismo), la politica estera («guerre umanitarie», atlantismo e
fedeltà alla Nato), i cedimenti al revisionismo storico (foibe e «ragazzi di
Salò») e un sostanziale arretramento della cultura e del costume (familismo e
restrizione dei diritti delle donne e delle libertà civili). Non è un caso che
tale istanza moderata abbia trovato un suo momento di coagulo elettorale con la
presentazione della lista «Uniti per l’Ulivo», in vista di un più ambizioso e
organico progetto di costituzione di un Partito riformista.
Per contro,
la componente più radicale del centrosinistra è venuta assumendo, nel corso
degli ultimi anni, posizioni più avanzate. Si pensi alle ripetute convergenze
nel voto parlamentare contro la guerra; alla partecipazione alle manifestazioni
del movimento per la pace; al sostegno al referendum sull’articolo 18 dello
Statuto dei Lavoratori; alle numerose iniziative sociali al fianco della Fiom,
dei sindacati di base e della Cgil. I risultati positivi delle scorse elezioni
europee hanno raccolto i primi frutti di questo lavoro e ci testimoniano dell’esistenza
di una consistente area politica di sinistra di alternativa con una forte
convergenza programmatica.
Tesi 12 - La “nuova Fiom” e la ripresa
delle lotte operaie
Un ruolo determinante in questo risveglio della soggettività
antagonista e di classe lo ha svolto l’organizzazione sindacale dei meccanici.
Gli scioperi nazionali proclamati dalla Fiom sin nella primavera del 2001 –
quando ancora la Cgil esitava a prendere atto dei danni prodotti dalla
concertazione – hanno impresso una scossa all’intero movimento dei lavoratori,
dimostrando che le lotte erano possibili, che si poteva resistere all’arroganza
padronale, esaltata dal ritorno delle destre al governo del Paese, e persino
tornare a vincere (come è avvenuto a Melfi). Anche il sindacalismo extraconfederale
– nonostante non sia riuscito a porsi come espressione generale del mondo del
lavoro – ha offerto un significativo contributo all’organizzazione del
conflitto, in particolare nei settori della scuola, dei servizi e del pubblico
impiego.
Queste lotte hanno contribuito a riaprire la questione operaia, oggi più
urgente che mai. La crisi della capacità di rappresentanza e tutela da parte
del sindacato ne è parte essenziale. Basti un dato: in Italia nel 1972 le quote
di reddito da lavoro costituivano circa metà del Pil, mentre oggi si attestano
intorno al 40%. Ciò significa che, in questi trent’anni, circa il 10% della
ricchezza nazionale è stata trasferita da salari e pensioni a rendite e
profitti. Alla base di questo processo è anche la subalternità del sindacato,
sancita dall’accordo del ’93.
Con la vertenza Fiat e gli accordi di Melfi e Fincantieri la Fiom ha interrotto
questa tendenza all’arrendevolezza e ha riaperto la strada per restituire al
sindacato il ruolo di soggetto autonomo della negoziazione. Il recupero di una
pratica di lotta operaia è stato di per sé una vittoria, oltre che una prima,
importante risposta al bisogno – diffuso ma da tempo ignorato – di protagonismo
e di autonomia delle masse lavoratrici. Ne è seguito, in questi ultimi tre
anni, un intenso lavoro di ricostruzione di esperienze di mobilitazione e di
elaborazione di piattaforme rivendicative sempre più avanzate. Le battaglie dei
meccanici sul salario e sull’orario, per la democrazia nei luoghi di lavoro e
contro flessibilità, precarizzazione e licenziamenti hanno aperto la strada a
un nuovo impegno di lotta anche da parte della Cgil, culminato nella grande
mobilitazione in difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Questi
elementi di positiva evoluzione della Cgil, confermati dalla sua internità ai
grandi movimenti di massa contro la guerra e contro il neoliberismo, convivono
tuttavia contraddittoriamente con scelte discutibili, quali la firma di
contratti caratterizzati da contenuti tutt’altro che avanzati, e con tentazioni
concertative a tutt’oggi presenti. Affinché questa linea non riemerga (magari
sollecitata dalla nuova presidenza della Confindustria, dalla sinistra moderata
e da Cisl e Uil), è importante che la Fiom si mantenga sulla posizione attuale.
Così come è importante che la sinistra sindacale della Cgil, in tutte le sue
articolazioni, assuma questo obiettivo come prioritario. La politica della
concertazione non solo ha dimostrato che non è in grado di difendere i
lavoratori, ma presuppone un sindacato che è il contrario di quello per cui noi
lavoriamo e cioè un sindacato che si basi sul conflitto, autonomo dai governi e
che si legittimi esclusivamente attraverso il rapporto democratico con i
lavoratori.
La ripresa del conflitto di questi anni e l’attacco sistematico operato dai
padroni e dal governo contro i diritti sindacali hanno riproposto (confutando
la tesi della «fine del lavoro» largamente accolta anche dalla sinistra) la
persistente centralità della contraddizione capitale-lavoro,dunque la funzione ancor oggi decisiva
delle lotte operaie e dei lavoratori ai fini di un efficace movimento di
trasformazione dell’ordine sociale esistente. Ne discende una sollecitazione
anche per il nostro Partito, che per molteplici ragioni – da indagare con urgenza
e rigore – ancora stenta a conquistare un’adeguata presenza nelle
organizzazioni sindacali confederali e di base e in quel mondo del lavoro che,
pure, dovrebbe costituire il suo insediamento fondamentale.
Tesi 13 - La costruzione della
sinistra di alternativa
Questo
stato di cose rende urgente e al tempo stesso concreta la prospettiva di una
unità d’azione politica e programmatica e di un coordinamento efficace della
sinistra di alternativa, cioè dell’insieme delle forze politiche, sociali e
sindacali che fondano la propria azione sulla opposizione alla guerra e al
neoliberismo. In particolare la connessione tra i diversi movimenti che in
questi anni hanno occupato la scena politica del Paese e favorito il rilancio
del conflitto sociale è un obiettivo prioritario, per la tenuta e per la
crescita culturale e politica di queste soggettività.
Consideriamo l’autonomia del Partito un valore irrinunciabile. Per questo non
proponiamo la costituzione di un nuovo Partito nédi un assemblaggio di gruppi dirigenti politici e sindacali,
che metterebbe a repentaglio l’autonomia dei soggetti coinvolti e
determinerebbe l’esclusione di parti significative della sinistra di
alternativa, a cominciare dalle sinistre Ds. Ciò che proponiamo di costituire,
insieme a tutte le forze disponibili, è invece un luogo di confronto
permanente, aperto e flessibile, e di azione unitaria nel quale tutti – partiti
e gruppi politici, sindacati e correnti sindacali, movimenti, associazioni egiornali – possano contribuire a un
movimento unitario della sinistra di alternativa: un movimento fondato sul
fare, orientato alla costruzione di iniziativa e di conflitto, e impegnato
nella elaborazione di una piattaforma
programmatica comune a tutte queste forze, in grado non solo di
controbilanciare gli orientamenti moderati della parte maggioritaria del
centrosinistra e di contrastare la forza attrattiva che essa rischia di
esercitare su componenti della stessa sinistra, ma anche di favorire la
crescita di una cultura critica e di classe nel Paese.
La costruzione di una sinistra di alternativa così concepita è l’unica con
potenzialità di massa e tale, al tempo stesso, da non contraddire l’autonomia e
il rafforzamento di un partito comunista autonomo con basi di massa, che dalla
nascita di Rifondazione Comunista è – e resta – un nostro obiettivo strategico.
Tesi 14 - La questione delle alleanze
e del governo
L’esigenza
di costruire in tempi brevi l’unità della sinistra di alternativa deriva dalla
necessità di mettere le forze oggi all’opposizione non solo in condizione di
battere il centro-destra alle prossime elezioni politiche, ma anche di incidere
sul programma del nuovo governo senza che si ripropongano le politiche portate
avanti dal centrosinistra negli anni Novanta. Se lo schieramento anti-Berlusconi
vincerà le elezioni, il problema vero sarà cercare di porre rimedio ai guasti
provocati da questo governo e da quelli che lo hanno preceduto.
È necessario in particolare, evitare che i costi della crisi e del risanamento
vengano scaricati ancora una volta sulle classi lavoratrici e sui ceti più
deboli. Ci batteremo contro tale eventualità, anche perché siamo consapevoli
che, qualora ciò accadesse con la corresponsabilità di Rifondazione Comunista,
il nostro Partito rischierebbe di essere travolto dal risentimento e dalla
delusione (come accaduto più volte alle esperienze di governo del Partito
comunista francese). Non solo. Insieme al nostro Partito, rischierebbe di
venire archiviata – per un ciclo storico di imprevedibile durata – la possibilità
stessa di costruire in Italia un partito comunista con basi di massa. La
questione oggi in campo non riguarda dunque soltanto la composizione e l’agenda
politica del futuro governo, ma la possibilità stessa di tenere aperta la questione comunista nel nostro Paese.
Con la Bolognina prima e con l’introduzione del maggioritario poi, si è cercato
di costruire un sistema bipolare basato sull’alternanza tra due schieramenti
che, pur contrapponendosi, restassero nella cornice del sistema capitalistico.
La presenza di una forza comunista autonoma come è stata Rifondazione ha
impedito che questo disegno si realizzasse compiutamente; per tenere aperta
questa prospettiva dobbiamo evitare che la necessaria politica unitaria si
trasformi in perdita di autonomia.
Da ciò consegue l’esigenza di qualificare in termini socialmente
e politicamente avanzati l’impianto
programmatico generale del futuro governo di centrosinistra,
coinvolgendo nella elaborazione del programma tutte le istanze sociali –
movimenti, sindacati, associazioni – disponibili a una pratica di
partecipazione. Tra le questioni che sarà necessario affrontare rivestono
particolare importanza la difesa dei diritti del lavoro e il rilancio
dell’apparato produttivo del Paese e della sua economia. Si impongono, in primo
luogo, la centralità della questione salariale, la difesa del contratto
collettivo nazionale e delle garanzie del posto di lavoro a tempo indeterminato
e una profonda revisione del «Patto di stabilità». Sul terreno istituzionale
occorrerà introdurre misure efficaci al fine di garantire il massimo di
rappresentatività del sistema politico e di preservare il Paese dal rischio
(tutt’altro che scongiurato) di una regressione autoritaria. Pensiamo in
particolare all’introduzione di una legge elettorale proporzionale, allo
smantellamento della controriforma istituzionale (devolution, presidenzialismo e nuovo ordinamento giudiziario) e
alla difesa della Costituzione.
Sul piano internazionale la priorità è il ritiro immediato di tutti i militari
italiani impegnati all’estero, a cominciare da quelli in Iraq. Come abbiamo
detto in precedenza, siamo contro la Nato. Rientra quindi tra gli obiettivi di
Rifondazione Comunista anche una politica che (seguendo l’esempio della
Francia, che non ha truppe e basi straniere sul suo territorio, o della
Danimarca, che non accetta di ospitare armi nucleari e di sterminio) punti
all’allontanamento dal territorio italiano di tutte le armi di sterminio (a
partire da quelle nucleari) e allo smantellamento progressivo di tutte le basi
Usa e Nato.
Sappiamo, inoltre, che la maggioranza delle forze del centrosinistra sono
subalterne al vincolo atlantico. Ma occorre che sulla scelta atlantica
dell’Italia vi siano quanto meno alcune correzioni significative. Il primo
compito è rendere noti a tutti i cittadini italiani gli accordi segreti siglati
dai governi passati con gli Usa e con la Nato. In secondo luogo riteniamo che
occorra sostenere a livello di governo nazionale le richieste avanzate dalla
giunta regionale sarda e dal presidente della regione Toscana di riconvertire
ad uso civile alcune basi militari presenti sul loro territorio, come Camp
Darby e La Maddalena. Ciò diventa tanto più urgente poiché le ultime scelte
della Nato coinvolgono maggiormente l’Italia. Sede del quartier generale della
«Nato Responce Force», il nostro Paese rischia di diventare il principale
trampolino di lancio della proiezione offensiva statunitense verso Est (Eurasia
e Cina) e verso Sud (Medio Oriente e Africa). Un governo nel quale fosse
presente il nostro partito dovrebbe operare con determinazione per arrestare
tale deriva, incompatibile con lo spirito pacifista della Costituzione e della
larga maggioranza del nostro popolo.
Tesi 15 - Le condizioni programmatiche per la partecipazione
del Prc al governo
Riteniamo sia stato un errore aver dato per acquisita – attraverso numerose
interviste – la partecipazione di Rifondazione Comunista al prossimo governo di
centrosinistra ancor prima di aver iniziato il confronto programmatico. Così
come riteniamo sia stato sbagliato dire che Rifondazione Comunista accetterebbe
di sottostare ad un vincolo di maggioranza sulla guerra, qualora ciò fosse
deciso da una consultazione popolare. Siamo contro le «primarie», poiché si
inseriscono in una tendenza perversa alla personalizzazione e
spettacolarizzazione della politica, secondo il modello statunitense da cui
sono tratte: una tendenza da noi sempre avversata perché incompatibile con una
effettiva pratica della partecipazione democratica. Consideriamo infine un errore
essere entrati nella «Grande alleanza democratica» senza discuterne nel Partito
e prima ancora di avere definito e concordato un programma condiviso.
Occorre urgentemente correggere questa situazione, esplicitando le condizioni
politiche necessarie all’ingresso di Rifondazione Comunista in una coalizione
di governo costituita dalle attuali forze di opposizione. Non individuare alcune discriminanti
programmatiche, oltre le quali il necessario contributo unitario – senza
riserve – alla sconfitta di Berlusconi non può automaticamente trasformarsi in
un ingresso del Prc al governo equivarrebbe
infatti a firmare una cambiale in bianco, tanto più pericolosa ove si
considerino i pesanti problemi di ordine economico e politico ai quali dovrà
far fronte l’esecutivo che succederà al governo Berlusconi nella guida del
Paese.
Per parte nostra, consideriamo essenziali alcune condizioni per una
partecipazione del Prc al governo:
- l’impegno formale al rifiuto della guerra (che non sia azione di difesa da
un’invasione straniera), da chiunque promossa, Onu compresa; e il rifiuto, in
caso di guerra, di fornire basi militari, spazi aerei, supporti logistici alle
operazioni belliche;
- l’abrogazione delle leggi più reazionarie varate dalla destra (legge 30;
Bossi-Fini; riforma delle pensioni; leggi Moratti; leggi ad personam; legge sulla procreazione
assistita);
- l’ introduzione di un meccanismo automatico per legge di recupero di salari,
stipendi e pensioni, e la lotta all’evasione fiscale (fissando obiettivi
misurabili e progressivi di recupero del gettito evaso);
- una legge sulla rappresentanza e la democrazia nei luoghi di lavoro, che
restituisca ai lavoratori l’ultima parola nelle decisioni che li chiamano in
causa;
-
l’istituzione di una «agenzia per il lavoro» che raccolga risorse in parte
precedentemente destinate a obiettivi non sostenibili (quali, per esempio, il
Ponte sullo Stretto), in parte reperite in sede europea, e le finalizzi a
investimenti produttivi per innalzare il tasso di occupazione (lavoro stabile)
e ridurre quello di disoccupazione, in particolare nel Mezzogiorno.
Nel caso di un esito insoddisfacente del confronto, pensiamo non possano
essere precluse a priori delle vie subordinate, le quali garantiscano comunque
al “popolo della sinistra” il raggiungimento di un assetto elettorale che
consenta di battere Berlusconi, pur in assenza di ministri comunisti nel futuro
governo. Non è evidentemente questo l’auspicio. E tuttavia, stante l’estrema
fluidità della situazione politica, non può essere adottata altra metodologia,
posto che ancora valga il principio: prima
i programmi, poi gli schieramenti. Questa linea, che è sempre stata
quella del Partito, deve essere riconfermata.
Tesi 16 - La «questione meridionale» oggi e
il rilancio del Mezzogiorno
Il tema del Mezzogiorno possiede un rilievo specifico nel quadro
degli obiettivi qualificanti l’azione di un nuovo governo di centrosinistra.
Qualunque confronto programmatico e culturale sul presente e sul futuro
dell’Italia non può quindi che trovare uno dei suoi temi qualificanti nella
questione meridionale, intesa come grande questione nazionale.
La questione meridionale è stata derubricata negli ultimi anni dall’agenda
della politica a causa dei cedimenti delle forze democratiche e
dell’aggressività del blocco conservatore che, seppur differenziato al suo
interno sul piano degli interessi sociali e territoriali, tende a ricompattarsi
sotto la spinta antimeridionale della Lega. Tale rimozione coincide –
paradossalmente – con il continuo inasprirsi (nel corso dell’ultimo decennio)
di quel divario economico e sociale tra il nord e il sud del Paese che, se di
per sé costituisce un carattere originario dello sviluppo capitalistico
italiano, oggi si carica di connotati ancor più dirompenti. Da un lato, infatti,
pur di raggiungere i loro obiettivi, le forze di governo si mostrano
disponibili a percorrere persino la strada della divisione del Paese;
dall’altro, avendo acriticamente sposato la tesi della presunta fine dello
Stato nazionale, gran parte della sinistra sembra sottovalutare la gravità dei
pericoli che ne discendono.
La strategia di tali forze – espressione di un nuovo blocco di segno fortemente
liberista e classista – affida al sud il ruolo di un’area di «modernità
squilibrata», di flessibilità, di precarietà, di alti tassi di disoccupazione e
di illegalità diffusa. A riprova di ciò, l’attuale governo e le forze
economiche dominanti pensano al sud come un territorio in cui applicare la
politica speculativa delle grandi opere, di cui è esemplare testimonianza il
faraonico progetto del ponte sullo Stretto. In questo modello di governo, un
ruolo chiave – di controllo del territorio e di sostegno militare ai locali
gruppi politici dominanti – è affidato alle mafie e alla criminalità
organizzata. Contro di esse occorre sviluppare una battaglia che dev’essere
assunta come questione nazionale, poiché nelle regioni meridionali la sconfitta
della mafia siciliana, della camorra, della ‘ndrangheta e della sacra corona
unita è essenziale per disarticolare il blocco di potere dominante e per
affermare la democrazia e lo sviluppo. Sempre più decisivo diviene infine, in
questo quadro, il ruolo dell’Europa che, con le sue politiche ispirate al
«Patto di Stabilità», penalizza le aree più deboli dell’intero continente (a cominciare
dai lavoratori agricoli del nostro Mezzogiorno).
Contro il blocco conservatore e le sue scelte, che rischiano di emarginare
definitivamente le regioni meridionali dai processi di sviluppo del Paese, è
compito dei comunisti oggi indagare le nuove specificità del Mezzogiorno: non
solo rilevarne i ritardi e metterne in evidenza la nuova funzione di
laboratorio di sperimentazione del più feroce neoliberismo, ma anche porne in
risalto i bisogni e le potenzialità.
Nell’ambito della questione meridionale occorre rilanciare la «questione sarda»
attraverso il riconoscimento dell’identità di un popolo e delle sue istanze di
autogoverno.
Occorre valorizzare le risorse esistenti (il turismo, la cultura, l’ambiente),
ma c’è soprattutto bisogno di massicci investimenti per lo sviluppo del
Mezzogiorno, nella lotta contro la disoccupazione strutturale di massa e nei
campi delle politiche industriali, dell’agricoltura (potenziando le colture
biologiche), delle infrastrutture, della ricerca e dell’innovazione tecnologica,
del credito, dell’istruzione e della formazione culturale. L’intervento dello
Stato – che deve tornare ad essere centrale senza però ripetere le storture
della Cassa per il Mezzogiorno – va indirizzato verso il superamento di
arretratezze e ritardi che rischiano di divenire ancor più drammatici tra
qualche anno, quando il Mediterraneo diventerà un’area di libero scambio. Il
Sud ha bisogno di opere pubbliche capaci di disancorarlo dalla sua dipendenza;
basti pensare allo stato arretrato delle autostrade, alle condizioni infelici
delle linee ferroviarie, alle carenze di approvvigionamento idrico delle grandi
città, alle quali non sono estranei precisi interessi politico-mafiosi.
Per la rinascita del Mezzogiorno è necessario creare un vasto schieramento di
forze politiche e sociali e di movimenti che, a partire dalle mobilitazioni
operaie e popolari di Termini Imerese, Melfi, Scanzano, Rapolla e Acerra
(espressioni tra loro molto diverse, ma segni, tutte, di una nuova
consapevolezza degli interessi e dei diritti del Mezzogiorno), si ponga
l’obiettivo di una profonda trasformazione della società meridionale.
Tesi 17 - Per un Partito comunista con basi
di massa
La
portata dei compiti che attendono Rifondazione Comunista in questa delicata
fase politica pone in primo piano l’esigenza di rafforzare il Partito nelle sue
strutture e nel suo radicamento sociale e territoriale. Di tale rafforzamento è
fondamentale premessa il mantenimento dei suoi elementi distintivi e simbolici
(a cominciare dal nome e dal simbolo con falce e martello), che costituiscono
importanti riferimenti per l’intero corpo dei militanti e dell’elettorato.
Nonostante in questi anni si siano sviluppati importanti movimenti e siano
cresciuti i consensi elettorali, ciò non ha determinato una crescita e un
rafforzamento del Partito. Da una parte aumentano i consensi d’opinione attorno
al Partito della Rifondazione Comunista; dall’altra calano gli iscritti (decine
di migliaia negli ultimi anni). La scarsa partecipazione alla manifestazione nazionale
di fine settembre è un ulteriore segnale d’allarme. Il Partito rischia di
divenire sempre più partito d’opinione e di immagine, macchina elettorale e
propagandistica, e sempre meno partito di organizzazione e di lotta, radicato
in modo militante sul territorio e nei luoghi del conflitto sociale. Le
decisioni sono assunte sempre più in alto, in un ristretto vertice, mentre la
linea viene spesso appresa attraverso dichiarazioni televisive e interviste
alla stampa. Condizioni aggravate da inaccettabili forzature quali sono state,
ad esempio, il commissariamento dell’intero Comitato regionale della Calabria o
la mancanza di pluralismo nelle rappresentanze parlamentari nazionali ed
europee, dove quasi metà delle culture politiche interne al Partito non sono
rappresentate: una circostanza che non ha paragoni in nessun’altra forza
politica e che non dovrà più ripetersi.
Va dunque attuata una vera e propria rigenerazione
democratica del Partito, che esalti il carattere collegiale e unitario
della direzione politica. Unità, collegialità, democrazia, rispetto delle
diversità e ricerca della sintesi sono valori da affermare sia nella cultura
che nella pratica del Partito, e ciò presuppone una partecipazione effettiva
del corpo attivo del partito all’elaborazione della sua linea (che è cosa assai
diversa da una ratifica formale a posteriori). I circoli debbono ridiventare
non solo i luoghi principali dell’iniziativa politica sul territorio, ma anche
la sede dove si discutono le decisioni principali che il Partito assume.
È giusto criticare le cristallizzazioni correntizie, ma occorre sapere
che esse sono anche il prodotto del rifiuto pregiudiziale della sintesi
unitaria: un rifiuto che, mentre esaspera la rissosità interna, provoca un
grande spreco di esperienze e di capacità politiche. Vanno valorizzate e
rilanciate le strutture di base (circoli e federazioni), motivandole e
coinvolgendole maggiormente nella elaborazione delle decisioni politiche e
conferendo loro le risorse necessarie. A questo proposito è emblematico il
progressivo venir meno di sostegno organizzativo alle Federazioni estere del
Partito, luoghi di partecipazione politico-culturale dei comunisti italiani
all’estero.Se non si vuole che il
necessario radicamento del Partito nei luoghi di lavoro e di studio resti uno
slogan privo di riscontri, si richiede una massiccia concentrazione di sforzi e
di risorse a tal fine. A ciò va finalizzato in buona parte anche il
tesseramento, troppo spesso inteso come routine burocratica delegata a gruppi
ristretti e non occasione preziosa di collegamento con la società e con le sue
istanze più dinamiche e combattive che emergono dal conflitto sociale e di
classe.
Vanno riviste le scelte che nello scorso congresso, in nome di una
“innovazione” che si è rivelata inconcludente, hanno portato ad un
ridimensionamento di tutto ciò che aveva a che fare con l’organizzazione: a
partire dalla soppressione emblematica dello stesso Dipartimento nazionale di
organizzazione, che andava semmai potenziato e arricchito, o dalla scelta di
togliere i tesorieri dalle segreterie, a tutti i livelli, con una
svalorizzazione politica della funzione strategica dell’autofinanziamento. Il
Partito dispone di risorse significative: mai, dal 1991, vi era stata una legge
sul finanziamento pubblico “generosa” quanto l’attuale. Queste risorse debbono
essere maggiormente decentrate, al fine di consentire a circoli e federazioni
di rafforzare la costruzione del partito nella società, dove la gente in carne
ed ossa vive e lavora. Un partito è tanto più democratico nella sua vita
interna, quanto più forti e influenti sono le sue organizzazioni di base. Va
definita una quota parte di finanziamento pubblico che, ogni anno, deve essere
obbligatoriamente investita per il radicamento capillare del Partito e delle
sue sedi. Rafforzando così, con l’organizzazione, anche la capacità di
autofinanziamento, oggi ancora del tutto inadeguata. Autonomia finanziaria è
condizione di autonomia strategica, ed essa verrebbe compromessa dall’eccessiva
dipendenza da modalità di finanziamento pubblico derivanti da un quadro
politico e istituzionale dominato dai partiti della borghesia.
Occorre investire nel lavoro di formazione, senza di che ogni discorso sul
rafforzamento del Partito è destinato a restare lettera morta. Non si dimentichi
che una delle condizioni che hanno contribuito alla “mutazione genetica” del
Pci, è stata l’affermazione nel partito e nei suoi organismi dirigenti di una
egemonia delle classi medie e delle ideologie di cui erano portatrici e la
progressiva emarginazione dei quadri comunisti e di classe più legati alla
produzione.
Il necessario sostegno a Liberazione sarà
tanto maggiore quanto più ogni militante potrà percepirlo come strumento di
informazione di tutto il Partito. Ciò suppone che anche nel giornale si affermi
il principio di una direzione collegiale. Una maggiore informazione sul mondo
del lavoro e sulle forze comuniste e rivoluzionarie nel mondo, oltre che essere
formativa e sprovincializzante, contribuirebbe a colmare un deficit informativo
che riguarda quasi tutta la stampa italiana e potrebbe suscitare interesse
anche al di là dei confini di partito.
Tesi 18 - Il nostro rapporto con la nostra
storia e la battaglia contro il revisionismo
Il tempo è maturo anche per una rinnovata forma di relazione con la storia
politica e culturale del movimento operaio e comunista. La molteplicità dei
riferimenti culturali può divenire una ricchezza per il Partito. Ma perché
questo avvenga, occorre evitare tanto difese acritiche, quanto atteggiamenti
liquidatori.
È necessario porre un argine al revisionismo storico, che da tempo ha
conquistato posizioni anche a sinistra, cancella o riduce le colpe della
borghesia e del capitalismo e criminalizza la storia del movimento operaio e
comunista. Finché il revisionismo storico sarà egemone, il capitalismo riuscirà
a nascondere le proprie responsabilità per la maggior parte delle pagine più
oscure della storia moderna e contemporanea (la tratta degli schiavi, la
miseria delle masse proletarizzate, i genocidi del colonialismo, le guerre
mondiali, il nazifascismo e – oggi – la guerra preventiva e permanente).
Ciò di cui
abbiamo bisogno è un bilancio critico della storia del movimento operaio in 150
anni di lotta di classe. La critica netta degli errori e dei processi degenerativi
che hanno macchiato alcuni momenti della storia del movimento comunista e del
«socialismo reale» fa irreversibilmente parte del nostro patrimonio culturale,
politico e morale. Siamo consapevoli della loro portata e delle gravi
conseguenze che ne sono derivate anche per chi non ha disertato la lotta nel
nome del comunismo. Avvertiamo ogni giorno l’esigenza di capire meglio ciò che
è avvenuto, ciò che non ha funzionato, ciò che ha infine determinato la
sconfitta di grandi esperienze storiche.
Ma il necessario riconoscimento delle pagine buie della storia del
movimento operaio e comunista non ci impedisce di comprendere che oggi il
pericolo maggiore è di fuoriuscire da questa storia. A tale rischio rispondiamo
rivendicando la storia del movimento operaio e comunista, riconoscendola come
la nostra storia. Ricordarne i
limiti non implica negarne i successi. L’Ottobre bolscevico e la costruzione
dell’Urss, la rivoluzione cinese, quella vietnamita e quella cubana – per
limitarci ad alcune tra le più importanti esperienze del movimento comunista –
hanno consentito la liberazione di sterminate masse di donne e di uomini da
condizioni di fame e di miseria e hanno rappresentato il tentativo di costruire
società alternative al capitalismo e orientate verso il socialismo.
L’importanza di queste esperienze non si è peraltro esaurita all’interno dei
Paesi che furono teatro di processi rivoluzionari.
Del resto, a chi nutrisse dubbi sull’aspetto prevalente dell’esperienza
rivoluzionaria del movimento comunista dovrebbe bastare riflettere sulle
conseguenze mondiali della scomparsa dell’Unione sovietica. Nei quindici anni
che ci separano dalla caduta del Muro di Berlino il mondo ha conosciuto un
continuo radicalizzarsi dei conflitti internazionali e inter-etnici, e ha
assistito al ritorno della guerra nella cronaca quotidiana, alla
ricolonizzazione di interi Paesi, al dilagare delle devastanti conseguenze
sociali (povertà, schiavitù, lavoro minorile, precarietà, epidemie) di un
capitalismo selvaggio e senza regole, al pesante arretramento del movimento
operaio in tutto il mondo occidentale e al peggioramento della condizione di
vita e di lavoro delle donne. La storia dell’umanità si troverebbe oggi a uno
stadio ben più arretrato se le rivoluzioni socialiste del Novecento non
avessero segnato vaste aree del mondo.
Tesi 19 - La Resistenza, il movimento operaio
italiano e il Pci
Un importante capitolo della storia del movimento operaio e
comunista è costituito dalla battaglia antifascista, condotta già, in
clandestinità, durante gli anni della dittatura e culminata nella lotta
partigiana di resistenza e nella Liberazione, di cui quest’anno ricorre il 60°
anniversario. Da questa lotta di popolo, costata un elevatissimo prezzo di
sofferenza e di sangue, hanno tratto linfa vitale le democrazie europee nate
nel dopoguerra, in particolare nel nostro Paese, dove i costituenti comunisti e
socialisti sono riusciti a introdurre nella Carta costituzionale della nascente
Repubblica lo spirito della Resistenza e i valori di eguaglianza, giustizia
sociale e libertà che l’avevano ispirata. Consideriamo infondata la critica di
avere edulcorato («angelizzato») l’immagine della Resistenza. Il recente
attacco all’Anpi da parte del governo Berlusconi dimostra come – sfruttando
varchi aperti dalle propensioni revisionistiche della sinistra moderata – le
destre non rinuncino ad attaccare la lotta partigiana che, al contrario, noi
dobbiamo difendere e valorizzare.
In Italia, sin dalla elaborazione della Costituzione repubblicana, le
organizzazioni del movimento operaio – in particolare la Cgil e il Partito
comunista italiano – hanno dato un contributo determinante affinché la giovane
democrazia italiana assumesse connotati socialmente e politicamente avanzati.
Dopo essere stato la colonna della liberazione del Paese dal fascismo e la
fucina di una coscienza democratica di massa, il Pci ha saputo imporre la
centralità dei diritti del lavoro e dei diritti sociali, impedendo che la
rapida modernizzazione del Paese comportasse enormi costi sociali e integrando
i più alti risultati della civiltà borghese (lo Stato di diritto, il
riconoscimento delle libertà politiche e civili, la tutela delle garanzie
giuridiche) con i valori dell’eguaglianza, della partecipazione e
dell’autogoverno delle masse popolari. Il processo di graduale mutazione in
senso socialdemocratico che ha segnato l’ultima fase della storia del Pci, non
cancella i meriti storici complessivi dell’esperienza del comunismo italiano.
Per questo appaiono gravissime le responsabilità dei gruppi dirigenti che hanno
favorito lo scioglimento del Pci.
Riconosciamo l’importanza dell’apporto fornito prima e dopo il ’68, dai
sindacati di base e dalle culture critiche della sinistra anticapitalista e di
classe. Le esperienze di lotta che hanno preparato e accompagnato le lotte
studentesche e operaie degli ultimi anni Sessanta e degli anni Settanta hanno
contribuito in misura rilevante alla crescita culturale del movimento operaio,
promuovendo il riconoscimento di nuove istanze, l’incorporazione di nuove
soggettività e l’apertura di nuovi orizzonti critici (il femminismo,
l’ambientalismo, l’analisi del carattere di classe dello sviluppo scientifico e
tecnologico) che hanno reso ancor più efficace la critica di classe dello
sfruttamento capitalistico.
Tesi 20 – I nostri riferimenti culturali
È
necessario valorizzare il grande patrimonio di idee, di intuizioni teoriche, di
analisi scientifiche che nel corso degli ultimi centocinquant’anni hanno
conferito rigore ed efficacia all’analisi di classe, alla critica del
capitalismo e alla pratica rivoluzionaria del movimento operaio e comunista.
Consideriamo fondamentale in questo senso l’analisi del modo di produzione
capitalistico svolta da Marx ed Engels, che ha consentito di trasformare in un
forza di mutamento politico il sentimento dell’ingiustizia sociale; il
contributo teorico di Lenin, al quale dobbiamo, tra l’altro, l’allargamento
della visuale critica all’intero pianeta e un’analisi del colonialismo e
dell’imperialismo ancor oggi importante per decifrare i conflitti
internazionali; la riflessione di Gramsci, che ci ha insegnato, da una parte, a
misurarci con la complessità dei contesti sociali (e quindi con la peculiare
articolazione della lotta rivoluzionaria in Occidente), dall’altra, a concepire
il Partito comunista come una comunità dirigente e militante che vive di
democrazia interna e di partecipazione.
Ma se i riferimenti strategici non possono essere numerosi,
innumerevoli sono invece gli apporti interni ed esterni alla storia del
movimento operaio dai quali abbiamo tratto – e traiamo – suggerimenti,
conoscenze e spunti di riflessione. Ci sforziamo di valorizzare al meglio,
nella nostra concreta pratica politica, i contributi che ci provengono dalle
culture e dalle esperienze critiche della sinistra – dal femminismo
all’ecologismo, dal movimento contro la globalizzazione capitalistica e il
neoliberismo al movimento per la pace – nei quali scorgiamo un contributo
irrinunciabile alla critica del capitalismo.
I più recenti contraccolpi dell’industrializzazione (e anche il
gigantesco impatto ambientale prodotto dal massiccio impiego di armamenti
sempre più sofisticati) impongono oggi l’adozione di criteri ancor più
rigorosi. Non si tratta più di attestarsi sul limite della «sostenibilità»
ambientale della crescita, ma di ripensare radicalmente il modello di sviluppo
– ridiscutendone finalità e obiettivi – secondo standard ecologici: cioè
riconoscendo nell’ecosistema naturale non tanto un vincolo, quanto un modello
funzionale dal quale trarre elementi utili anche ai fini della configurazione
dei sistemi economico-sociali.
Quanto al pensiero e alla pratica politica delle donne, i contributi che da
essi provengono al movimento di classe non si limitano al terreno dei conflitti
di lavoro, che vedono le donne portatrici di una lunga esperienza relativa alle
più attuali forme dello sfruttamento capitalistico (precarizzazione,
dequalificazione professionale, lavoro irregolare e sommerso, indistinzione tra
tempi di lavoro e tempi di vita). Di straordinaria rilevanza sono anche gli
apporti della elaborazione femminile alle lotte per la pace, la libertà e la
giustizia sociale, tematiche in merito alle quali le donne e i movimenti
femministi hanno prodotto irreversibili innovazioni culturali: dal riconoscimento
della imprescindibilità di una riflessione sulla differenza di genere, alla
consapevolezza delle connessioni tra diritti sociali e libertà civili; dalla
critica dei gravi effetti regressivi della rappresentanza politica
monosessuata, alla comprensione dei meccanismi strutturali che presiedono alla
subordinazione sessista e delle analogie che la assimilano alla discriminazione
razzista.
Di tutti questi contributi ci sforziamo di avvalerci in vista di quello che
resta l’obiettivo fondamentale della nostra ricerca: l’attualizzazione e il
continuo sviluppo dialettico di una teoria e di una pratica comunista
all’altezza dei tempi, capace di orientare l’analisi di fase sul piano mondiale
e nazionale, e di individuare gli strumenti più efficaci nella lotta per il
superamento del capitalismo e per la costruzione del socialismo.
Tesi 21 - Il nostro impegno per l’innovazione
Siamo
consapevoli della necessità di aggiornare continuamente il nostro bagaglio
culturale e la nostra strumentazione teorica. Non per questo condividiamo
l’ansia di proclamare ad ogni piè sospinto presunte discontinuità e rotture,
tanto più se consideriamo i ripetuti tentativi di “innovazione” susseguitisi in
questi anni e risoltisi nella riesumazione delle più vecchie e consunte
ideologie del movimento operaio.
Abbiamo assistito al recupero delle approssimazioni proudhoniane, delle
ingenuità dei socialisti utopisti, dell’avventurismo anarco-sindacalista.
Abbiamo ascoltato prediche sulla malvagità del mondo moderno alle quali ben si
attaglierebbe la critica rivolta da Gramsci a quel cattolicesimo reazionario
che quanto più retrocede nella storia, tanto più si imbatte in uomini perfetti.
Da ultimo – quasi che il tema all’ordine del giorno sia l’autocritica del
movimento operaio e non la critica del capitalismo e delle nuove forme di
sfruttamento e di dominio – siamo stati raggiunti da appelli moralistici alla
nonviolenza nei quali si disperde la memoria storica (si dimentica che i
comunisti nascono votando contro i crediti di guerra e vivono lottando contro
la violenza sistematica del capitalismo) e si confondono aggressione,
resistenza e difesa in un tutto indistinto. Infine abbiamo registrato il
rifiorire di una improbabile critica del potere che scorge oppressione ovunque
ed esorcizza il non eludibile problema della natura di classe del potere
politico, del governo dei processi di trasformazione e della difesa dei loro
risultati. Non ci sembra che “innovazioni” di questo genere aiutino la nostra
lotta.
Abbiamo e proponiamo una concezione diversa dell’innovazione. Che
non prescrive soluzioni calandole dall’alto, ma vive di uno stile di lavoro
partecipato e collettivo. E che non comporta il rigetto dell’esperienza storica
del movimento comunista, ma quel continuo rinnovamento che ha consentito ai
comunisti di fornire un contributo decisivo alle lotte del proletariato in
tutto il mondo. La vera innovazione consiste nella difficile impresa di
confrontarsi con i nuovi orientamenti teorici e culturali senza smarrire il
filo della lotta di classe contro il capitalismo e della solidarietà con le
lotte di resistenza e di liberazione dei popoli; nel vivere col massimo impegno
le esperienze di movimento perseguendo al tempo stesso l’obiettivo della
ricomposizione di classe; nel saper valorizzare, senza settarismi, ogni
contributo di idee e di esperienza che possa aiutare la costruzione di un
«nuovo mondo possibile».
Tesi 22 – La nostra battaglia per il
socialismo, «nuovo mondo possibile»
Oggi la parola «comunismo» evoca più un tema di ricerca che una soluzione.
Né basta affermare che «un altro mondo è possibile»: bisogna sforzarsi di dire
come vogliamo che questo nuovo mondo sia fatto. Ciò non con la pretesa di
pregiudicare il futuro, ma con la consapevolezza che l’immagine degli obiettivi
interviene concretamente qui e ora
nella costruzione della pratica politica. Motivando le azioni, mobilitando le
coscienze, ricaricando le speranze.
Qualunque riflessione sulla prospettiva non può non partire dalla presa d’atto
della inedita contraddizione che connota il tempo presente. Per la prima volta
nella storia, l’umanità dispone oggi delle conoscenze scientifiche e dei mezzi
tecnici sufficienti a garantire una vita degna a tutti gli esseri umani. Ma –
non certo per caso – questa è anche l’epoca delle più sconvolgenti
disuguaglianze nelle quali si riflettono l’essenza più propria del capitalismo
e – al tempo stesso – il suo fallimento epocale.
Non si tratta di un caso. Già il giovane Marx osservava che, raggiunto il
limite delle proprie capacità espansive, la borghesia capitalistica non esita a
distruggere leforze produttive
pur di conservare il dominio sulla società. A questa intuizione Lenin e Gramsci
avrebbero aggiunto il portato della propria esperienza: la consapevolezza che,
pur di conservare uno stato di cose storicamente superato, il capitalismo non
arretra dinanzi a nulla, nemmeno al ricorso alla violenza militare nelle
relazioni internazionali (l’imperialismo, il colonialismo, la guerra totale) e
ai fini dello stesso governo politico delle società (il fascismo).
E tuttavia la violenza non basta a governare; di per sé, il dominio non genera
consenso. Pur lontano dall’essere in rotta, oggi il capitalismo appare in seria
difficoltà ad estendere su scala mondiale e con mezzi pacifici, la propria
egemonia. In tutto il pianeta si diffonde la coscienza dei danni irreparabili
che esso produce nelle relazioni sociali, nella vita quotidiana di persone e
popoli, nello stesso ambiente naturale. Qui si aprono ampi varchi per la nostra
battaglia politica e culturale. Si tratta di sapere capire i bisogni di massa e
poi di immaginare risposte pertinenti. È un compito arduo, ma – lo si è detto –
non partiamo da zero.
Conosciamo in primo luogo i valori ai quali rifarci: la pace; l’autonomia di
ciascun popolo e l’internazionalismo; la libertà e la dignità di ogni persona;
l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo; il rispetto del
mondo vivente e della natura. Da qui derivano alcuni importanti obiettivi ai
quali ispirare la nostra lotta contro lo sfruttamento capitalistico, il
razzismo e l’ingiustizia sociale: la nostra lotta per la trasformazione in
senso socialista della società, in vista della costruzione del comunismo.
Occorre combattere senza tregua per il riconoscimento universalistico dei
diritti sociali e civili. Non permetteremo che, pur di puntellare il proprio
dominio, la borghesia distrugga le sue stesse conquiste: lo Stato
costituzionale di diritto, le garanzie giuridiche, le libertà politiche dello
Stato democratico. E non ci fermeremo fino a quando in Italia, in Europa, in
tutto il mondo resterà anche un solo individuo al quale fosse ancora negato il
diritto a un’infanzia serena, a un lavoro sicuro e dignitoso, alla casa,
all’assistenza sanitaria, all’istruzione, a una informazione completa e obbiettiva,
a una vecchiaia indipendente e protetta. E anche alla gioia che discende dal
gioco, dalla cultura e dall’esperienza artistica. I progressi tecnologici
rendono attuale l’obiettivo di una universale fruizione del patrimonio
culturale e artistico dell’umanità: nella vita di ciascuno può esservi il tempo
per leggere, osservare, ascoltare; e per imparare a comprendere il senso e la
bellezza di ciò che in passato fu appannaggio esclusivo dei potenti e dei
ricchi.
Anche
questo oggi è un diritto inalienabile di ciascuno. Ma siamo comunisti anche –
soprattutto – perché l’esperienza ci conferma nel convincimento che non c’è
possibile liberazione senza liberazione del lavoro e dal lavoro, e che non c’è
possibile autonomia del lavoro finché i fondamentali mezzi di produzione
(comprese le risorse naturali suscettibili di entrare nei processi produttivi)
restano sotto controllo privato. La scoperta marxiana della radice strutturale
del dominio capitalistico conserva tutta la propria verità. Non è un caso che sempre
e ancor oggi le più affilate armi ideologiche dell’avversario siano rivolte
proprio contro di essa e contro l’analisi di classe che in base ad essa il
movimento operaio e comunista ha condotto sul piano teorico e pratico. Noi
rimaniamo saldamente ancorati a questo principio e da questo principio traiamo
un limpido indirizzo di marcia.
Siamo consapevoli che è una battaglia dura e di lunga lena, e che non sempre ci
è concesso di scegliere le armi e i modi con cui combatterla. Ma noi intendiamo
perseguire questa prospettiva storica di liberazione dell’umanità che
rappresenta il fondamento irrinunciabile del nostro essere comunisti.
CLAUDIO GRASSI
GIOVANNI PESCE
ROMINA AMBROGIO
FULVIA BILANCERI
BIANCA BRACCI TORSI
ALBERTO BURGIO
GUIDO CAPPELLONI
BRUNO CASATI
CELESTE COSTANTINO
STEFANO CRISTIANO
GIANNI FAVARO
RITA GHIGLIONE
FOSCO GIANNINI
DAMIANO GUAGLIARDI
ALESSANDRO LEONI
LETIZIA LINDI
ALDO LOMBARDI
DOMENICO LOSURDO
CESARE MANGIANTI
LEONARDO MASELLA
VLADIMIRO MERLIN
RENATA MORO
COSTANZA PACE
GIANLUIGI PEGOLO
IRIS PEZZALI
ROBERTO SCONCIAFORNI
GIULIANA L. SEMA
FAUSTO SORINI
ILARIA SORRENTINO
BRUNO STERI
SILVANA STUMPO
GIUSEPPINA TEDDE
MARILDE PROVERA